Riflessioni sul Covid19. Settembre 2022.

Riflessioni sul Covid19. Settembre 2022
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di Sergio Mauri

Faccio una sintesi con le nostre riflessioni personali (miei, di alcuni parenti e conoscenti) sul periodo che stiamo vivendo, noto ormai come “Emergenza Sanitaria Covid19”. Abbiamo dunque l’opportunità di esercitare libertà di critica e di pensiero, una boccata d’aria in questo periodo per molti versi paradossale. Escludo da questo scritto la questione della guerra su cui ho parlato altrove, dandone una trattazione certamente incompleta, ma sufficiente a delinearne i contorni.

Io non sono un virologo, ma sono un cittadino che partecipa alla vita civile italiana, nei limiti degli spazi che mi sono concessi, ma anche di quelli che mi sono cercato, visto che la partecipazione non può essere un obbligo, altrimenti non sarebbe tale. In quanto cittadino, cioè abitante della polis, della città, mi relaziono con gli altri, sento i loro discorsi, li ascolto e ragiono su tutto ciò, poiché, se la partecipazione è volontaria, l’interesse collettivo non lo è. Al contrario, esso bussa regolarmente alla mia porta quando chiede il pagamento dei tributi attraverso i quali io, contribuente-cittadino, scambio questi ultimi con la rappresentanza politica dei miei interessi, fondamento dello Stato moderno.

L’emergenza Covid19 che non abbiamo ancora del tutto superato, ha evidenziato paure, limiti e realtà fino ad oggi non troppo evidenti, del nostro vivere civile. In particolare, ha evidenziato fattori importanti di “salute delle relazioni sociali e civili” del nostro Paese sotto i profili etico, politico, economico, ma anche medico. Ne parlerò prendendo spunto diretto dalla mia esperienza di questi ultimi tre mesi.

Da un punto di vista etico, dopo le prime settimane in cui la situazione veniva dipinta in modo drammatico, ricadendo drammaticamente sui cittadini, ho iniziato a pormi delle semplici domande. Mi sono chiesto cosa stesse realmente accadendo intorno a noi, e quali sarebbero state le ricadute complessive di una tale emergenza. Quello della responsabilità è stato un fattore etico risaltato immediatamente ai miei occhi. Non erano più le istituzioni ad avere una qualche responsabilità sull’accaduto (per i ritardi e le inadeguatezze?) e la sua gestione, ma il singolo cittadino che doveva attenersi a delle regole di comportamento sociale, pena delle sanzioni, fino all’arresto. L’uso di droni e controlli che non erano stati tali nemmeno all’epoca del terrorismo, anche perché certi strumenti tecnologici non esistevano ancora, erano la conseguenza di uno Stato sanzionatore che, tuttavia, non era in grado di fornire dei dispositivi protettivi alla popolazione, mentre la obbligava ad indossarli. Sugli schermi delle TV a circuito chiuso degli autobus, si annunciava che (testualmente): “Sono in corso a bordo degli autobus controlli da parte della Polizia Locale e delle Forze di Polizia”. Perché? Perché “A bordo è obbligatorio l’uso della mascherina o di una adeguata protezione a copertura di naso e bocca”.

La creazione di uno stato di paura e sospetto, per combattere il virus, che è sfociato in atti inconsulti da parte dei cittadini, ma anche in abusi da parte delle forze dell’ordine, di chi è responsabilità? Senza poi parlare dei numerosi casi di delazione da parte di cittadini che hanno fotografato il vicino di casa non ottemperante le direttive del Governo, piuttosto che passanti ignari di essere ripresi a fare chissà che cosa. Alcuni comuni hanno addirittura creato per alcuni delle ronde, per altri un servizio di utilità sociale[1] al fine di esercitare il “controllo comunità” e su Facebook sono nate alcune pagine dedicate alla denuncia di chi viola le disposizioni contenute nei decreti governativi sul Corona virus.

Responsabili di questo clima che oscillava tra la paura e il sospetto sono stati, forse, anche i mass-media che, forti di una libertà di espressione genericamente intesa, la usavano in un modo univoco, senza applicare il sano metodo del dubbio perché, a quel punto era inutile. Mass media il cui dovere primario sarebbe stato quello di controllare il Governo chiedendo conto di quanto stesse accadendo. Di chi era la responsabilità, dunque, della mancanza di dispositivi di protezione per i dipendenti degli ospedali, delle case di riposo, delle RSA e via discorrendo? Coloro che dicevano, ancora a metà marzo del 2020, all’interno degli organigrammi delle aziende ASL, che non si potevano sprecare mascherine o guanti, avevano ragione o torto? L’ottimizzazione dei costi era ancora una giustificazione per certi comportamenti o no? Ancora: chi avrebbe dovuto vigilare o darci delle spiegazioni serie che non fossero solo quelle sulla letalità del virus? E sull’impossibilità di rivedere i propri cari una volta risultati positivi al tampone che, eventualmente si potevano rivedere solo nel caso il decorso della malattia fosse stato benigno? E chi aveva deciso, in barba a qualsiasi norma morale e di civiltà, la cremazione di cari mai più visti dopo essere risultati positivi al tampone e spirati per il Covid? Cosa quest’ultima, di un’inumanità enorme. Cito il caso di una mia conoscente, Maria, la cui mamma novantaduenne morta proprio in seguito al Covid, era stata trasferita dalla casa di riposo dove viveva in un reparto di terapia intensiva. Maria e sua sorella, al tempo della casa di riposo, andavano a trovare la mamma quotidianamente. Impossibilitate a rivedere la mamma, hanno dovuto aspettare il buon cuore di un operatore sanitario per vederla alcuni minuti in videochiamata, dieci giorni prima della morte. Anch’io mi ero posto il problema, poco piacevole al solo pensarci, che, se mia madre fosse stata ricoverata per Covid, non l’avrei più rivista. La cosa era ancora più grave quando ascoltavo i rapporti che mi facevano quelli che lavoravano negli ospedali, soprattutto nella seconda metà di marzo, sulla situazione che vivevano. Le visite erano bloccate per tutti, non solo per i congiunti dei positivi al Covid, mentre se si risultava positivi alla patologia, in un certo senso, si spariva dalla circolazione.

La gestione di quest’emergenza fa risaltare anche un altro aspetto etico della nostra società. Se i media, in convergenza con il governo, sono riusciti a mobilitare con la paura un intero popolo (secondo la logica di usare metodi discutibili per fare del bene), rendendolo sospettoso del proprio simile, fargli indossare delle mascherine e dei guanti, fargli fare la fila quando notoriamente gli italiani sono riottosi a farle, allora sorge spontanea una domanda: perché non mobilitare questo popolo per finalità altrettanto importanti? Perché non mobilitarlo per fargli abbracciare uno stile di vita più sano che, notoriamente, diminuisce i problemi cardiovascolari e le conseguenti morti? Perché non mobilitarlo per aiutare gli anziani o per fare volontariato o per altre cause? No; semplicemente si è fatto leva sull’istinto di autoconservazione fisica, tralasciando tutto ciò che ci fa esseri umani: l’aiuto reciproco, la solidarietà, il credere in Dio o nell’uomo, il rispetto verso la vita e la dignità umane. Speriamo questo sacrificio abbia dato dei risultati effettivi e ci prepari ad un futuro migliore.

Tuttavia, la responsabilità non è solo valutabile sul piano etico, ma anche su quello politico, laddove essa è la dimostrazione plastica dei rapporti di forza vigenti nella società e quindi di come si ripartiscono, quantitativamente e qualitativamente, pesi ed oneri nella società stessa.

È proprio sul piano politico che la questione ha assunto e sta assumendo dei contorni tra il nebuloso e l’inquietante. Il 22 marzo 2020 un mio amico, telefonicamente, mi chiedeva se la situazione che stavamo vivendo fosse normale, rincarando poi la dose e dicendomi che, secondo lui, dei cambiamenti epocali sarebbero seguiti a questo momento storico, un passaggio di fase, senza ritorno. Certo, il discorso del mio amico poteva e può essere interpretato come una fantasia complottista o come una narrazione distopica dettata dalle emozioni del momento, dovute alle nostre città deserte, all’obbligo di rimanere a casa, ai rapporti sociali annullati o quasi. Tuttavia, queste fantasie non sono più tali se solo si paragona ciò che viviamo oggi con ciò che visse la Germania nel 1918, appena uscita dalla guerra. Chi lo avrebbe detto che solo 15 anni dopo ci sarebbe stato il nazismo come epilogo di una profonda crisi che colpiva tutti i campi della vita sociale e civile tedesca?

Tra i tanti articoli della Costituzione sospesi in questi mesi di emergenza abbiamo avuto quello sulla libertà di riunione, sulla libertà personale, sulla libertà di iniziativa economica, sulla libertà di culto, sulla libertà di movimento, sulla garanzia e l’obbligo di istruzione. Tutti sottomessi, in un certo senso, all’articolo 32 sul diritto alla salute che sta ora diventando più un dovere che non un diritto. Non solo: oltre alla compressione di diritti costituzionalmente garantiti abbiamo assistito allo stress di un rapporto squilibrato tra potere centrale e poteri locali. Infatti, il Governo è sembrato scaricare non solo sui cittadini gli effetti di certe politiche dissennate di taglio alla spesa, ma anche sulle Regioni e sui Sindaci l’onere di normare, almeno provvisoriamente, sull’emergenza. Ne abbiamo viste delle belle, con una “certa” confusione interpretativa e qualche eccesso qua e là.

Sul piano economico il problema, come ho sempre pensato, sarà il dopo emergenza[2], precisamente perché gli indicatori economici ci dicono che il PIL si contrarrà notevolmente, quasi del 10%[3]. Si sta delineando una situazione di crisi socioeconomica che potrebbe diventare incontrollabile. Le saracinesche abbassate, i lavoratori senza paga nelle piccole realtà imprenditoriali di cui è composta l’Italia, quelli che hanno diritto alla cassa integrazione, ma devono aspettarla per mesi, i contributi per le imprese che devono riuscire a superare muri burocratici e i paletti di Basilea2; tutto questo rende complicata la ripresa o anche il solo ritorno alla cosiddetta normalità. Conosco personalmente diversi piccoli imprenditori, gente che ho conosciuto quando anche io ero in quell’ambito. Alcuni stanno riaprendo con grosse difficoltà economiche. Una signora che gestisce un bar ha ricevuto il mese scorso i 600 euro una tantum dell’INPS dedicati alle Partite Iva che erano state penalizzate dall’emergenza sanitaria. Con quella cifra si fa poco, chiaramente, avendo lei da pagare l’affitto di casa e dell’attività, ma ha riaperto in questi giorni e spera di potersi mettere in pari nel futuro. Il Governo, comunque, ha dato la possibilità agli imprenditori che pagano un affitto per i locali dove esercitano la loro attività, di scaricare il 60% dell’affitto dalle imposte che andranno a pagare. Una misura interessante, ma non risolutiva.

Conosco un’altra famiglia che gestisce un negozio di abbigliamento. Hanno già dato disdetta al contratto d’affitto e lasceranno l’anno prossimo. Prevedono infatti un grosso calo di giro d’affari legato alla paura che il virus alberghi fra i tessuti che, peraltro, gli avventori provano e si passano tra loro. Tra la voglia o la necessità di ripartire, il quarto e il quinto potere dovrebbero decidere da che parte stare, visto che non si può far ripartire seriamente nulla sulla base del terrorismo psicologico.

Sempre nel campo turistico conosco altri operatori che sono allo sbando, senza idee su come affrontare il futuro, con mutui in piedi e in progressive ristrettezze economiche. Secondo le regole darwinistiche della competizione, resisterà solo il più forte, cioè chi ha i mezzi (finanziari) necessari e sufficienti per affrontare la crisi. Sotto questo aspetto, al di là delle facili tesi complottiste, credo sia più verosimile una situazione in cui da cosa nasca cosa e quindi per forza di cose ci sarà un rimescolamento degli organigrammi, di vincitori e vinti in campo economico su scala planetaria.

Il punto di vista medico è quello che mi sta più a cuore, vista la mia vicinanza con gli operatori della sanità. Ho vissuto i momenti della paura per una patologia sconosciuta, del contagio e della conseguente quarantena che poteva tagliare il contatto con mia madre, cosa che sarebbe potuta diventare problematica. Il timore, poi, della eventuale positività di mia madre completava il quadro di inquietudine, visto che avrebbe significato la nostra definitiva separazione e la possibile non presenza mia in caso di esito sfavorevole della patologia.

Devo precisare che, in questi ultimi tre mesi, nessun medico è riuscito a rispondere alle domande semplici del tipo “di che virus si tratta”, “com’è la situazione”, “come sarà il decorso della pandemia”? E inizialmente, in ambito ospedaliero, si discuteva ancora – animatamente – su quanti dispositivi usare e come. Una cosa che poi si sarebbe evoluta in un uso a tappeto dei dispositivi stessi, finalmente, dopo circa un mese dall’inizio della pandemia. Per non parlare poi dei tamponi che si sono iniziati a fare solo dopo un mese dall’inizio della pandemia. Ritorniamo al solito punto: si è trattato di sottovalutazione del fenomeno, di errori di organizzazione? O di che cosa?

In alcuni reparti ospedalieri si sono verificati, tra marzo e aprile, dei casi di Covid sia tra i pazienti che tra i colleghi. Qualche paziente, già in età avanzata, subito trasferito fuori reparto, è morto, ma era già afflitto da patologie pregresse che si sono sommate al Covid. Tuttavia, nonostante il quadro negativo, ho cominciato a rilassarmi quando ho visto il decorso di alcuni operatori sanitari. Dei quattro positivi conosciuti, una era asintomatica e gli altri con sintomi leggeri. Terapie? Nessuna. Da allora ho cominciato a capire che la letalità del morbo non poteva destare grandi preoccupazioni. Al tempo stesso, però, non tornavano i conti con le statistiche e con i messaggi dati dalla Protezione Civile.

A questo punto vale la pena riportare un ragionamento fatto dagli assertori della “linea dura” del Governo (e ho diversi amici su questa linea): è stato grazie al “distanziamento sociale” che il numero di morti per Covid19 è stato contenuto. È un argomento che mi convince poco. Se il Covid19 è stato contenuto nel numero di contagiati e morti adottando il distanziamento sociale, dobbiamo ricordare che il numero di contagiati e morti annuali per problemi respiratori ed influenzali sono anch’essi contenuti, precisamente dalla presenza di vaccini ed antibiotici. Ovviamente, tra il distanziamento sociale e i vaccini, le misure di contrasto alla diffusione di virus adottate per le due patologie sono sostanzialmente diversi: metodo empirico il primo, scientifico il secondo. A rigor di logica, i morti per influenza stagionale e complicazioni respiratorie dovrebbero essere nettamente minori di quelli che sono in rapporto al Covid, oppure quelli per il Covid dovrebbero essere nettamente maggiori. Non solo. Se è vero che, secondo quello che ci dicevano i mass media, a marzo dilagavano i “furbetti che contravvengono alle disposizioni del Governo”, aumentando di fatto o potenzialmente i contagi, la questione meriterebbe una risposta chiarificatrice ancora più urgente.

Così non è stato. Le domande ce le terremo a lungo e non ci resta che sperare in qualche gruppo di studio che, da qualche parte, grazie alla visione di qualche documento importante, riesca ad illuminarci su ciò che è accaduto, rendendolo pubblico. Non escludo che, chissà quando, escano dei Leaks sulla pandemia.

Conclusioni. Io, come tutti, mi sono fatto un’idea su che cosa è accaduto in questi mesi. Non credo ai complotti, ma credo che “da cosa nasce cosa”. Credo che la pandemia ci sia stata, come ce ne sono sempre secondo l’OMS[4], ma che, vista l’impreparazione generale del nostro Paese ad affrontarla e i problemi della Sanità in particolare, incapace a gestire un numero superiore di ammalati rispetto a quello previsto dai modelli statistici dell’ottimizzazione delle risorse, si sia scelta una strada, obbligata, che poneva la questione di “mobilitare seriamente gli italiani”, notoriamente poco inclini a credere alle istituzioni, al Governo e alla “politica”. Si è intrapresa, dunque, la strada dell’infondere la paura con il combinato disposto di messaggi istituzionali e gestione degli stessi da parte dei media, per fare sì che la popolazione adottasse dei sistemi, empirici, per contenere statisticamente il numero dei contagi. Una volta presa questa strada era impossibile tornare indietro e quindi si è perseverato lungo la stessa. Poi da cosa nasce cosa e, coscienti delle problematiche e delle ricadute del dopo-pandemia, le istituzioni terranno in piedi alcune normative restrittive senza le quali la situazione sociale potrebbe diventare di difficile gestione: basti pensare al debito in aumento, alla contrazione del PIL e all’aumento della disoccupazione. I nodi verranno al pettine. Forse saranno necessarie nuove sospensioni e compressioni dei diritti costituzionalmente garantiti.


[1] http://www.comune.grugliasco.to.it/cat/notizie-dal-comune/item/7447-grazie-a-tutti-i-volontari-grugliaschesi-una-lettera-del-sindaco-roberto-monta-e-dell-assessore-alla-protezione-civile-raffaele-bianco-per-ringraziare-chi-ha-messo-a-disposizione-il-proprio-tempo-per-aiutare-gli-altri-cittadini.html

[2] https://www.ilsole24ore.com/art/per-l-italia-pericolo-recessione-conte-pil-rischio-fortissimo-ACapCbLB

[3] https://www.ilmattino.it/economia/pil_italia_europa_coronavirus_fitch_ultime_notizie_26_maggio_2020-5251033.html

[4] https://www.who.int/influenza/preparedness/pandemic/en/

Sergio Mauri
Autore Sergio Mauri Blogger e studioso di storia, filosofia e argomenti correlati. Premio speciale al Concorso Claudia Ruggeri nel 2007; terzo posto al Premio Igor Slavich nel 2020. Ha pubblicato con Hammerle Editori nel 2014.