Per quanto riguarda i nessi tra interpretazione musicale e giuridica, abbiamo una doppia considerazione: 1) necessità di una interpretazione del testo 2) necessità di una interpretazione che vada al di là del testo.
Ci soffermiamo ora sulla forma rappresentativa, cioè sul linguaggio, vuoi per stendere argomenti giuridici vuoi per stendere note sul pentagramma. Il linguaggio dei giuristi è ordinario e si porta dietro ambiguità e limiti. È difficile, dunque, l’attribuzione di un linguaggio con interpretazione univoca. Anche nella musica. Sia la grafia musicale sia quella giuridica danno conto di questi problemi interpretativi. Per uscire da questo cul de sac, ci ricolleghiamo a Emilio Betti (Teoria generale dell’interpretazione). Nella sua teoria constata che l’interprete è un mediatore, ha questo ruolo, fra colui che ha posto la forma rappresentativa e coloro che ne usufruiranno. Lo stesso interprete è un mediatore tra se stesso e l’autore. Non è un mero riproduttore. Nella messa in scena di un’opera, disposizione legislativa piuttosto che musicale, ci sono più protagonisti che tendono a far sì che la forma rappresentativa possa fondersi in maniera armoniosa con la realtà socio-culturale nella quale e per la quale viene riprodotta.
Betti esemplifica così dicendo che vi sono diversi soggetti che partecipano alla messa in scena (riproduzione) direttamente o indirettamente: autori, esecutori, in ambito musicale il direttore d’orchestra, e più interessante ancora il pubblico che direttamente partecipa alla riproduzione. Il pubblico partecipa indirettamente alla riproduzione.
Dunque, abbiamo un legislatore che pone in essere la forma rappresentativa, dei poteri istituiti e competenti a riprodurre la forma rappresentativa, abbiamo la pubblica opinione che vaglia il frutto di questa attività interpretativa, abbiamo la dottrina che interviene per mettere in evidenza alcune questioni. I compiti ermeneutici sono differenti. Tutti questi attori collaborano per determinare il significato più consono per quel determinato documento.
Di ciò sono coscienti anche coloro che si dedicano alla riproduzione di forme riproduttive. (Questa sera si recita a soggetto, Pirandello. Ciò che a teatro si giudica è la creazione scenica che si è fatta. Siamo noi a darle la vita e a continuare a farla vivere). La citazione pirandelliana ci riporta all’idealismo crociano, a quella prospettiva. Il prodotto dell’attività interpretativa è il frutto della collaborazione di diverse forze, di una comunità di forze.
Però attenzione, il controllo è fondamentale, controllo della riproduzione non in senso matematico, ma dialettico ed ermeneutico. Si potrebbe affermare che nel contesto, nella prospettiva di Betti è l’armonico fondersi nel contesto socio-culturale che determina il successo della riproduzione, non la meccanica aderenza alla forma rappresentativa del testo e alla sua fedeltà.
Il fiasco, la norma cassata, non è determinata tanto da una deficienza tecnica, quanto dall’essere in disarmonia con le aspettative socio-culturali presenti in un determinato contesto sempre in evoluzione. Evoluzione a cui l’interprete deve tenere dietro. Un’interpretazione fedele non deve corrispondere solo al senso voluto dell’autore del testo, ma soprattutto deve corrispondere alle aspettative, al contingente recepimento del prodotto interpretativo di fronte alla quale il prodotto deve mostrarsi. Una corrispondenza di sensi all’interno di un contesto socio-culturale. Contesto che lavora alla riproduzione e certifica la fedeltà del prodotto all’originale. Fedeltà alle aspettative. Questo rapporto tra senso comune e interpretazione prodotta determina il successo della stessa.
Ciò che Betti ci induce a considerare è che, quando si parla di fedeltà e certezza in una forma rappresentativa redatta in un linguaggio non formalizzato, non è di tipo logico formale perché è irraggiungibile. Non è la certezza matematica che dobbiamo ricercare. Possiamo ricercare una certezza di natura dialettico retorica e in tal modo ritenere che il palesarsi, l’istituzionalizzarsi in un contesto sociale di un prodotto di un’attività interpretativa non sia arbitrario, nel momento in cui lo stesso si inserisce in maniera armoniosa all’interno dei luoghi comuni, gli endoxa, che vivono in quel contesto. Quando vi sia corrispondenza tra il prodotto e il contesto culturale e linguistico in cui tutti si muovono. Qui noi possiamo parlare di fedeltà, di certezza, ma dobbiamo capire che non si tratta di una fedeltà riferita alla forma interpretativa, l’interpretazione eccede da ciò che sarebbe stata.
Giuseppe Zaccaria, allievo di Opocher, scrive anch’egli sull’interpretazione giuridica. Egli si colloca su una prospettiva ermeneutica in linea con quella di Emilio Betti. Ci colleghiamo anche a Josef Esser, giurista, partecipe del circolo ermeneutico. Da un punto di vista giuridico siamo in presenza di forme rappresentative che sono piene di concetti giuridici indeterminati. Anche le forme rappresentative musicali sono piene di concetti indeterminati. Anche nell’interpretazione dei ricettari siamo nella stessa situazione. Il ricettario è anch’esso un codice con la funzione di indirizzare il nostro comportamento per ottenere un certo risultato. Sia il ricettario sia la disposizione legislativa vanno interpretati.
Queste forme indeterminate, tuttavia, permettono alla ricerca giuridica di armonizzarsi a quelle che sono le aspettative della società in cui operano. Questi concetti indeterminati sono elementi necessari per determinare in un preciso contesto sociale un intervento giuridico non in contrasto con quello che l’opinione pubblica si attende. Tuttavia, non si deve nemmeno trasformare in una pedissequa istituzionalizzazione dell’opinione comune.
Quindi, l’interpretazione meccanicistica non ci soddisfa, ma dall’altra parte c’è il confine con la demagogia. Se corriamo dietro al volgo corriamo il rischio dell’arbitrio esattamente come nel caso dell’interpretazione meccanicistica.
Se noi andassimo indietro a recuperare la visione aristotelica della democrazia che, più o meno fatalmente, può volgersi in demagogia, dovremmo trovare un’alternativa di sistema di vita in comune accettabile. Alcuni autori utilizzano il termine politia.
Tutto il problema della riflessione giuridica è di non cadere nel puro formalismo da una parte, ma dall’altra non seguire l’onda.
