Heidegger tra metafisica e poesia. (xvii)

Temi heideggeriani
Temi heideggeriani.

Coi versi di Hölderlin, Heidegger cerca di portare la poesia nella Direzione del proprio pensiero e il proprio pensiero dal lato della poesia. Quindi, in generale, il tentativo è quello di portare la poesia in prossimità del pensiero e, per altro verso, portare il pensiero nelle vicinanze della poesia. Ciò emerge da tutti gli scritti contenuti in In cammino verso il linguaggio.

Heidegger collega il linguaggio all’evento (Ereignis, evento appropriante). Il linguaggio conduce a ciò che è proprio, nei termini della poesia. Dal terzo dei detti-guida emerge che il linguaggio come evento che nel secondo detto il più pericoloso di tutti i beni, diventa evento, si mostra come tale da quando si ha un colloquio. E quindi qui il linguaggio è un colloquio. Un discorrere colloquiante fra gli umani, nella complessità di questa situazione, noi teniamo sempre presente lo schema della quadratura (Geviert). Heidegger legge la quadratura in Hölderlin, sia in riferimento al radicamento nella terra, sia sulla base del riferimento costante al cielo, sia nella esperienza che l’uomo fa della propria mortalità, sia ancora nella esperienza che l’essere umano fa dei divini, degli dèi. Lungo tutte queste connessioni, c’è una sorta di sfondo holderliniano che Heidegger sottolinea, che è la dimensione del sacro. Uno sfondo o un itinerario che lega tutte queste connessioni. Un filo conduttore che li percorre tutti.

Il Dire originario come essenza del linguaggio è un Dire poetico, ma anche un Dire ontologico, un esercitare del pensiero sul linguaggio. Il Dire originario è il rapporto di tutti i rapporti, mentre il sacro tiene insieme la pluralità di rapporti (ritorna qui Leibniz). Si dischiude un orizzonte che corrisponde a un orizzonte nuovo, il poeta George dice, “presi tristemente una rinuncia” (a concepire il rapporto tra il linguaggio e le cose), così come per consuetudine anche filosofica è considerato. Tutto ciò porta il linguaggio su un nuovo piano.

Abbiamo visto dal saggio La poesia di Holderlin (L’essenza del linguaggio) i primi quattro momenti. Essi si sono conclusi col verso “ciò che resta lo fondano i poeti”. Questo conduce alla essenza fondante della poesia, cioè al fatto che la poesia istituisce ciò che è stabile, ciò che resta dal punto di vista della stabilità, stabilità nella permanenza. Il quarto detto-guida ci mostra come l’evento del linguaggio, come Dire originario e parola poetica, costituisca la possibilità per il poeta di fondare ciò che permane. Fin qui siamo arrivati nella lezione precedente.

Il quinto dei momenti poetici holderliniani e a chiusura ciò che Heidegger ribadisce e amplia come il poeta del poeta (p. 50). Il quinto detto-guida si trova in una poesia che si intitola Il leggiadro azzurro fiorisce. (p. 51) Pieno di merito significa che l’essere umano genera, produce e al tempo stesso in questa produzione che non è semplicemente materiale che è l’essenza del fare dell’essere umano, quest’ultimo acquisisce meriti. Meriti di carattere materiale, ma non unicamente. L’essere umano, l’uomo, agisce per il bene e acquisisce meriti, questo il precetto. La sua essenza però a partire dalla quale è sulla terra, è poetica. Ciò che resta lo istituiscono i poeti; l’uomo, più in generale, ha il suo peculiare modo d’essere in quanto abitante sulla terra, nella poesia. L’uomo abita poeticamente su questa terra. Qui Heidegger sente tutta la prossimità del proprio pensiero, della propria impostazione di pensiero con le parole di Hölderlin.

Le parole di Hölderlin non sono fini a se stesse. Egli pensa le poesie, non come ragionamenti, in tal senso è il poeta del poeta, il poeta della poesia. Questi ultimi versi ci mostrano proprio inDirettamente come Hölderlin concepisca la poesia. Emerge da questa immediatezza poeticamente espressa un senso della poesia, un senso dell’essenza della poesia. Poesia come essenza della vita o dell’abitare dell‘uomo sulla terra.

Heidegger sottolinea che i meriti non toccano il suo abitare sulla terra. Non arriva al fondamento del proprio Esserci sulla terra; questo fondamento è poetico. La poesia è il nominare che istituisce gli dèi e l’essenza delle cose. Un abitare poetico del quale traspaiono ancora una volta gli dèi e le cose. Abitare poeticamente significa stare alla presenza degli dèi ed essere toccati dalla vicinanza essenziale delle cose. Poetico è il Dasein nel suo fondamento. Esso in quanto fondato non è un merito, ma è un dono. Il modo d’essere dell’uomo è poetico e questo modo d’essere è un dono. Un bene non dissimile al linguaggio. L’uomo ha la possibilità di rapportarsi col pensiero alle cose. La poesia è un fondamento che regge l’essere umano nel suo abitare e nel suo fare. La poesia è un fondamento che regge la storia. Non è un semplice fenomeno culturale. È un fenomeno legato all’essere. L’essenza della poesia e del poeta verrebbero così illuminate da quattro versi holderliniani da cui emerge il carattere essenziale della poesia, il carattere d’essere poetico che l’uomo ha. La poesia non assume mai il linguaggio come un materiale già presente. È la poesia a rendere possibile il linguaggio (p. 52). La poesia allora è il linguaggio originario, manifesta il Dire originario, quindi è il linguaggio originario. La poesia in questo senso fa la storia. L’essere umano fa la storia e il suo abitare la terra poetico.

[Eco vichiana in queste interpretazioni. “L’uomo fa la storia” è un assioma vichiano. L’uomo può conoscere solo o al meglio ciò che fa. L’uomo fa se stesso nel tempo storico nel mondo. L’uomo può conoscere in modo compiuto la storia, dice Vico. Vico era un conoscitore della scienza. La visione vichiana controversamente interpretata è dirompente rispetto alla storia della cultura. Vico può essere convocato come il fondatore delle scienze della cultura. Alla base c’è Vico in un contesto plurale e molteplice. Egli spicca come momento iniziale della scienza della cultura, poi dette scienze umane, dalla seconda metà del XX secolo. Nella chiave anche dell’interpretazione di Hölderlin di Heidegger ritroviamo Vico.]

(p. 52) La poesia è il linguaggio originario di un popolo storico. Il colloquio è il fondamento del linguaggio. Il linguaggio originario è la poesia come istituzione dell’essere. Il pericolo insito nel linguaggio è il linguaggio tecnico. La poesia invece è l’essenza del linguaggio, permette al linguaggio di essere. Quindi, l’opera più innocente e l’opera più pericolosa. Resta ancora un elemento da mettere in evidenza. Se il Geviert è strutturato sul filo conduttore del sacro è chiaro che allora ciò che si deve mettere in evidenza è la presenza del sacro e degli dei.

Il sacro non corrisponde Direttamente a Dio, non solo perché sono parole diverse, ma perché la copertura di estensione del sacro va al di là di quella del concetto di Dio e viceversa. In tale doppia travalicazione dei limiti altrui non c’è una identificazione, ma una sorta di convergenza. In Hölderlin questo orientamento di convergenza è essenzialmente esplicito. Tale orizzonte è più visibile in Hölderlin che in Heidegger. In Heidegger vi è una permanenza del divino che non corrisponde a un’esigenza del sacro che, tuttavia, a quest’ultima è connessa.

(p. 55) Poetare è l’originario nominare gli dèi, dice Heidegger. Il pensatore pensa l’essere, il poeta nomina il sacro, aveva già detto Heidegger. I poeti parlano la lingua degli dèi nella misura in cui la lingua dei poeti è nominazione degli dèi. Il poeta è in connessione con il divino, con il sacro, quest’ultimo gli fornisce il linguaggio. La nominazione degli dèi ha una valenza duplice: per un verso è il poeta che nomina gli dèi; per un altro verso è la nominazione che gli dèi infondono al poeta, trasmettono al poeta.

Il poeta coglie i cenni degli dèi, cenni che non sono proposizionali, qualcosa che va colto intuitivamente, nel prelinguistico. Il poeta coglie nei cenni degli dèi qualche cosa che comprende e rielabora come parola, come linguaggio. Questo cogliere è un ricevere e un nuovo dare.

L’istituzione dell’essere è vincolata ai cenni degli dèi. Il rapporto istitutivo del poeta istituisce l’essere ed è stabile, permane. L’essere da la possibilità del coglimento al poeta, istituendo ciò che permane. La voce storica deve sintonizzarsi col divino, perché altrimenti quella quadratura non istituirebbe la struttura autentica in cui ciascuno è nel suo proprio, mortali, divini, cielo e terra. La poesia allora è davvero il tessuto connettivo del Geviert.

(p. 57) L’essenza della poesia appartiene a un tempo determinato. Ciò che resta dell’essere essenziale è poetico. L’essenza è poetica. Il poeta esprime poeticamente il tempo degli dèi scomparsi e al tempo stesso pensa il tempo che segue alla scomparsa degli dèi. Nella chiave di Hölderlin e Heidegger, esso è il tempo nuovo che subentra. È una chiave profetica che preconizza, di tipo mistico. Tuttavia, Hölderlin non è Giovanni che da un senso teologico e mistico della poesia. Qui si preconizza sulla base della propria esperienza poetica. Il profeta parte da un altro tipo di esperienza. Esperienza mistica con Dio. Il poeta non solo segnala, ma istituisce il tempo nuovo.

Il tempo che viene descritto, il tempo degli dèi fuggiti e del Dio che viene, questo tempo è definito come tempo di privazione, un tempo difficile. Il tempo della povertà, in Heidegger. Una povertà del mondo. È un tempo di indigenza, di privazione, perché si trova in una doppia indigenza (il non più degli dèi fuggiti e un non ancora del Dio che viene). L’indigenza è quella che giustifica la funzione del poeta e della poesia.

Teorizzazione di un rapporto storico tra poetico e popolo che abita quella Heimat. Rapporto del poeta con quella terra e un determinato popolo, popolo di quella terra. Vediamo la poesia Ritorno a casa. Il poeta qui si autointerpreta, mostrando quella determinazione per cui Hölderlin sarebbe il poeta del poeta. (p. 15) Al poeta è assegnato il compito di portare la cura (Sorge). A noi mancano i nomi degli dèi, i nomi sacri, ma possiamo colmare tale mancanza se il poeta è se stesso, se agisce come la sua propria essenza è, da istitutore di ciò che permane, da nominatore di dèi.

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About the Author

Sergio Mauri
Blogger, autore. Perito in Sistemi Informativi Aziendali, musicista e compositore, Laurea in Discipline storiche e filosofiche e in Filosofia. Premio speciale al Concorso Claudia Ruggeri nel 2007; terzo posto al Premio Igor Slavich nel 2020. Ha pubblicato con Terra d'Ulivi nel 2007 e nel 2011, con Hammerle Editori nel 2013 e 2014, con PGreco nel 2015 con Historica Edizioni e Alcova Letteraria nel 2022 con Silele Edizioni (La Tela Nera) nel 2023 e con Amazon Kdp nel 2024 e 2025.