Enrico IV di Luigi Pirandello.

Domande e risposte su Pirandello
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di Sergio Mauri

Trama.

Un nobile del primo ‘900 prende parte ad una cavalcata in costume nella quale la sua parte è quella dell’imperatore Enrico IV. Alla messa in scena, prendono parte anche Matilde Spina, donna della quale è innamorato, ed il suo rivale in amore Belcredi. Belcredi disarciona Enrico IV, il quale nella caduta batte la testa e si convince di essere realmente il personaggio storico impersonato. La sua follia viene assecondata dai servitori che il nipote Di Nolli mette al suo servizio per aiutarlo; dopo 12 anni Enrico guarisce e comprende che Belcredi lo ha fatto cadere intenzionalmente per rubargli l’amore di Matilde. Decide così di fingersi ancora pazzo, di immedesimarsi nella sua maschera per non voler vedere la realtà per quello che è. Dopo 20 anni dalla caduta, Matilde, Belcredi, Frida (la figlia di Matilde), Di Nolli e uno psichiatra vanno a trovare Enrico, in quanto uno dei servitori aveva detto che era guarito. Lo psichiatra è molto interessato al caso di pazzia di Enrico, che continua, a loro insaputa, la sua finzione, e dice che per farlo guarire si potrebbe provare a ricostruire la stessa scena di 20 anni prima e ripetere la caduta da cavallo. Perciò, si allestisce la scena, ma al posto di Matilde recita la figlia. Enrico IV si ritrova così di fronte la ragazza, che è esattamente uguale alla madre Matilde da giovane, il grande amore di Enrico. Ha così uno slancio che lo porta ad abbracciare la ragazza, ma Belcredi, non vuole che la ragazza venga abbracciata e si oppone. Enrico IV sfodera la spada e uccide Belcredi. Per sfuggire definitivamente alla realtà, con tutte le sanzioni del caso, decide di fingersi pazzo per sempre.

Considerazioni.

Pirandello scrisse Enrico IV nel 1921 prima di Sei personaggi in cerca di autore. L’Enrico IV può essere considerato uno dei suoi capolavori per le riflessioni psicologiche che vi sono contenute e l’intensità drammatica.

L’opera si svolge a più livelli scenici, di cui si possono prendere in considerazione: un livello astratto da dramma, le vicende possono assumere un valore allegorico (un’interpretazione diversa da quella che è evidente); un livello metateatrale, dove la tragedia stessa è la riflessione dell’autore; un livello psicologico-sentimentale da dramma borghese ottocentesco dove vengono fuori i conflitti interpersonali.

Quest’opera rispetta le tre unità aristoteliche: periodo (medioevo), luogo (villa/castello) e azione (trama). Infatti, la finzione della follia, da parte di Enrico, partono dall’ambientazione in una villa solitaria dell’alta borghesia del periodo, dove vivrà isolato per 20 anni nella sua pazzia (di cui otto solo di finzione). Il protagonista aveva partecipato ad una mascherata, dove si era vestito da Enrico IV, sapendo che la donna di cui era innamorato si era vestita da Matilde di Toscana, rivale di Enrico IV, in questo modo aveva la possibilità, nell’indossare la maschera, di rimproverarla indirettamente della sua crudeltà, perché non sarebbe stato lui a farlo, ma Enrico IV. Durante questa mascherata a cavallo, il protagonista cade e nella caduta perde il senso della ragione, convinto di essere realmente Enrico IV. La villa viene trasformata in un ambiente medievale, con valletti e tutti cercano di interpretare dei ruoli, per assencondare la pazzia del protagonista, che per 12 anni è veramente convinto di essere Enrico IV, ma quando torna in sé continua a fingere la sua follia.

L’opera pirandelliana poggia su tre temi fondamentali: la follia, l’amore e la vendetta. Nella dinamica tra i personaggi possiamo ritrovare tutti i temi fondamentali di Pirandello (le maschere, la follia, l’impossibilità di un’identità definita) e ritrovarci pienamente coinvolti in queste situazioni.

Penso che, per non tirare fuori ciò che realmente siamo anche per paura del giudizio degli altri, indossiamo una maschera. L’altra faccia della maschera può essere quella della nostra inutilità, cioè l’autocoscienza di essere inutili e, quindi, utilizziamo la maschera per incontrare le aspettative degli altri e raggiungere i nostri obiettivi. Rimane il fatto che la maschera è una sorta di alibi che ci deresponsabilizza.

La questione delle maschere è molto siciliana. Il siciliano è fondamentalmente scettico e molto diffidente. Questi atteggiamenti e filosofia di vita sono dovuti di certo ai fatti storici succedutisi nell’isola, ma sono anche dovuti al fatto che l’essere umano indossa una maschera per fregare il prossimo, per portare avanti i propri interessi.

Sergio Mauri
Autore Sergio Mauri Blogger e studioso di storia, filosofia e argomenti correlati. Premio speciale al Concorso Claudia Ruggeri nel 2007; terzo posto al Premio Igor Slavich nel 2020. Ha pubblicato con Hammerle Editori nel 2014.