Dibattito sul sovranismo.

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Ho partecipato, sul sito del Collettivo Militant, ad una dibattito sulla questione del sovranismo, iniziato con la pubblicazione, da parte del Collettivo, di una parte di un testo del 1995 del Subcomandante Marcos, che si collega alla questione della sovranità, eccetera. Questa una prima stesura degli argomenti toccati.

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  1. Dite: Marcos – soggetto oltre ogni sospetto reazionario immaginiamo – ci dice, con il passaggio citato, esattamente questo: per un secolo e mezzo siamo stati noi a parlare di sovranità popolare, di una Stato che costruisse insieme ai vincoli burocratici anche quelli sociali e solidali, che fosse l’ambito entro il cui costruire una comunità umana più giusta, fondata su relazioni finalmente umane, cioè politiche, e non economiche.Marcos – soggetto oltre ogni sospetto reazionario immaginiamo – ci dice, con il passaggio citato, esattamente questo: per un secolo e mezzo siamo stati noi a parlare di sovranità popolare, di una Stato che costruisse insieme ai vincoli burocratici anche quelli sociali e solidali, che fosse l’ambito entro il cui costruire una comunità umana più giusta, fondata su relazioni finalmente umane, cioè politiche, e non economiche. Ok, ma 1) non sono per nulla sicuro che siamo stati proprio noi a parlare di sovranità popolare e nazionale e 2) si parlava pure di estinzione dello Stato, se ricordo bene.
  1. Dite: Ci dice anche – Marcos, non Fassina o Bagnai – che è il capitalismo neoliberista che procede dileguando le frontiere, le dogane, i confini, le barriere, distruggendo lo Stato nazionale per come è stato costruito (dalle lotte di classe!) in questi due secoli.

Bene, ma non credo ad una società liberata con confini e dogane. La lotta di classe, inoltre, si fà, non può essere cristallizzata nel passato.

3 .Dite: Ora, non c’è, in noi, alcuna nostalgia. Non c’è nessun ritorno ai bei tempi, come invece qualcuno si ostina a pensare, che possa risolvere le contraddizioni dei nostri giorni. Pensare, e sperare, ad un ritorno all’antico è sbagliato. Forse è anche, marxianamente, “reazionario”, cioè si sta combattendo il mondo di oggi con gli strumenti di ieri. Tutto vero, e però di quali strumenti dotarci se quelli di ieri sono superati e quelli di oggi, i nostri attuali discorsi, non fanno altro che coprire a sinistra l’ideologia coerentemente internazionalista del grande capitalismo transnazionale?Chiediamocelo una buona volta, non lasciamo la dialettica confinata da una parte alle destre nazionaliste e, dall’altra, a quattro scemi che scambiano il comunismo per una versione sofisticata del bismarkismo. La sinistra di classe – non i quattro scemi di cui sopra che sopravvivono grazie a facebook – ha il dovere di riconsiderare e recuperare il suo patrimonio di teorie e di pratiche anticapitaliste. Il dibattito sulla questione nazionale è una di queste. Per un secolo e mezzo la sinistra marxista ha sviluppato un confronto imponente. Poi tutto è andato perduto, confuso ed etichettato sotto la voce “populismo”, “estrema destra” e “sovranismo”. Basterebbe aprire qualche (serio) libro a caso tra il 1848 e il 1989 per accorgersi del clamoroso fraintendimento a cui stiamo prestando fede.

Ecco, qui il discorso si complica. Certo che la sinistra marxista ha discusso profondamente e talvolta violentemente su questi temi perché erano temi che ne minavano l’unità e quindi la forza, tuttavia, noi sappiamo della loro esistenza e profondità principalmente (ma non unicamente, certo) a causa delle scelte operate dall’URSS dopo che la rivoluzione ad Occidente non era più possibile. Le questioni nazionali e dei popoli oppressi ha avuto luogo da lì, come possibile sbocco ed alleanza del potere sovietico. È il prodotto storico e storicizzato di una sconfitta, non di una vittoria, anche se ci ha fatto vincere la II^ guerra mondiale, diciamo così. È inutile ricordare quanto le questioni nazionale e sociale abbiano diviso il movimento operaio e comunista e non credo – certamente – che i nazionalismi si possano abolire per decreto. Tuttavia, credo che almeno si possano non aiutare, i nazionalismi, e ridare al marxismo ciò che è proprio del marxismo: il fatto di aver spiegato scientificamente la finitezza del sistema capitalista. Per dare un futuro alla specie umana, allora, si deve ricostruire un polo di classe che non indugi sul nazionalismo “progressivo”, ma è una mia modesta opinione.

Anche perché, come diceva Hobsbawm, anch’egli oltre ogni sospetto reazionario, il capitalismo globale non teme i nazionalismi che, in quanto tali, saranno sempre deboli, piccoli e battibili senza grosse difficoltà.

Allora, se rompere l’unione europea è un passaggio verso la ricostituzione di un polo di classe, ok. Si deve dire con chiarezza: vogliamo rimescolare le carte, anche passando attraverso una drastica riduzione dei livelli di vita del popolo italiano (perché si andrebbe incontro a questo, inutile nascondercelo), per ridislocare le forze. Se invece dobbiamo metterci a lavorare sulla ricostruzione del capitalismo italiano, non credo questa sia un’idea così nuova ed originale. E a proposito di libri di storia, certo, si parlava di altro, visto che i tempi erano veramente altri, con colonie ed imperi ancora in vita. Ed è quantomeno azzardato mettere insieme il 1848 e il 1989. Peraltro, molto rossobrunismo ha utilizzato queste parole d’ordine “sociali e nazionali” per costruire tutta una serie di stronzate.

Correggetemi se ho capito male.

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Secondo me, sommariamente:

A) vostra prima risposta del punto 1: si e no. I temi in quel periodo, francamente, erano i più diversi. Il Marx (ed Engels) del Manifesto e dell’alienazione è il Marx giovane che, ad un certo punto, anni dopo si autodefinirà come “un bambino” dal punto di vista politico. In quel periodo si trattava di strutturare una critica alla società borghese nel suo insieme e, ad ogni pié sospinto, i due cercavano di spostare l’attenzione sugli interessi di classe complessiva. È il periodo in cui si gettano le basi per la Prima Internazionale dove, certamente, la questione nazionale ha il suo peso, ma non è il centro del dibattito. Il Marx più maturo capirà che la questione fondamentale risiede nell’economia, cioè nei pilastri di ogni formazione sociale umana, che “in ultima analisi” è quella attraverso cui comprendere il “movimento” della società capitalistica. Personalmente, dubito che la questione nazionale sia stata così al centro del dibattito in quegli anni: se andiamo a vedere tutte le elaborazioni del movimento operaio del tempo c’è anche altro. Poi; mettere insieme 1^, 2^ e 3^ Internazionale (magari per necessità di sintesi, lo so) non fa giustizia di quella storia. Nel senso che ci sono differenze apprezzabili fra le tre, proprio nelle ragioni che le fanno scaturire, oltre che nelle strategie politiche che le contraddistinguono.

Ma in sostanza in 160 anni Stati e Nazioni sono mutati radicalmente e non possiamo rimanere alle considerazioni di quell’epoca.

Vostra seconda risposta del punto 2: non credo proprio che tutto si regga sul passaggio “i proletari non hanno patria”. Dove lo mettiamo “Stato e rivoluzione”?

Sulla religione: non possiamo dividere (come fanno i…cattocomunisti) l’affermazione di Marx in due parti, estrapolandone una a seconda di ciò che vogliamo dire e, non solo la religione rimane oppio dei popoli (confermato in molteplici situazioni) ma rimane sospiro della creatura OPPRESSA e non liberata (!).

Sul resto del punto sono sostanzialmente d’accordo.

B) sulle dogane e i confini: dal discorso di Marcos sembra che delle “protezioni” di questo tipo siano necessarie. Se ho capito male Marcos allora ditemi voi cosa proponeva e propone lui (con tutto il rispetto, ovviamente). Su ciò che segue della vostra risposta non ho da eccepire nulla.

C)URSS e questione nazionale. Solo nel senso che l?URSS è stata a sua volta un determinato prodotto storico ed ha influenzato sempre ciò che si è svolto in seguito: da Baku 1920 al Sudafrica di Mandela, al PCI, al PCF all’Algeria. Questo per sommi capi.

D)Non ho detto assolutamente che il dibattito sia relegato o relegabile al rossobrunismo. Ciò che intendo dire è che bisogna trovare anche nel linguaggio delle modalità di operatività politica difficilmente attaccabile. I discorsi sulla nazione sono attaccabili poiché patrimonio della borghesia. Perciò , parafrasando qualcuno: tra l’originale e la copia scelgo l’originale.

Ribadisco: se la questione (nazionale) dell’uscita dall’UE è solo una tattica per polarizzare la società italiana e rimetterne in discussione le gerarchie e le strutture portanti, all’interno di una strategia rivoluzionaria, ok, ma dovremmo dichiararlo più chiaramente (non lo si fa mai). Altrimenti…..Direi che la parola d’ordine dell’uscita dall’UE può avere lo stesso valore del disfattismo rivoluzionario durante la prima guerra mondiale, consapevoli delle debite differenze che chiaramente ci sono.

Ma ciò che voglio qui restituirvi è la seguente riflessione, secondo me marxisticamente fondamentale, di cui si è persa traccia nei vari dibattiti:

marxisticamente (e leninisticamente perché Lenin si riferisce al Marx maturo, quello del Capitale) parlando la questione nazionale è vista in relazione allo sviluppo capitalistico, come sistema progressivo per l’umanità. Lo è stato infatti. Finché ci sono delle aree da conquistare al capitalismo e ad i suoi nuovi rapporti sociali (Lenin, Imperialismo….) abbiamo una funzione progressiva del sistema. Quando ormai non c’è più un angolo del pianeta che possa essere conquistato al nuovo modo di produzione, allora inizia la fase delle devastanti guerre imperialiste (ancora Lenin) per – letteralmente – appropriarsi delle aree di influenza altrui e/o di territori altrui. Secondo Lenin era “iniziata l’era della rivoluzione proletaria”. Cosa significava? Che il proletariato non aveva più bisogno di allearsi con la borghesia in una coalizione nazionale (per costruire/sviluppare la propria zona di sovranità economica e politica), ma poteva agire autonomamente per l’attuazione del programma comunista. Questo dalla 1^ guerra mondiale in poi. Questo è il punto debole del sovranismo nella sua versione di sinistra (si, una contraddizione in termini). Qui veramente non si è fatti i conti con la nostra storia.

Poi con la vittoria staliniana e la sconfitta della rivoluzione, cioè nell’impossibilità di allargare la rivoluzione in tempi brevi ci sono dei “compromessi al ribasso”, quindi alleanze con forze borghesi (e nell’intelligenza della dirigenza sovietica, pure criminalmente anticomuniste). Vedi Cina eccetera.

Qual è oggi la posizione dell’Italia nella catena internazionale del valore? Ancora, concretamente: grazie all’interdipendenza mondiale dei componenti di questa catena mondiale del valore oggi l’Italia, mettiamola semplicemente, è oppressa e sfruttata dall’UE, ma contemporaneamente opprime e sfrutta. Perciò c’è (ci sarebbe) bisogno della rivoluzione socialista e non di altro.

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