La lezione precedente è stata centrata sulla poesia di Stefan George e al rapporto tra il linguaggio e la cosa e la parola e la cosa. Di questo rapporto noi vediamo i due elementi fondamentali, il linguaggio e le cose, ma non vediamo una dimensione che è indispensabile per affrontare il rapporto tra linguaggio e cose, ovvero la dimensione del pensiero. Il linguaggio è ciò che l’uomo parla. È la dimensione che viene utilizzata dall’uomo, è una dimensione costitutiva dell’uomo stesso. Quando noi poniamo in relazione la parola e la cosa, manca l’elemento del pensiero, perché dal punto di vista esistenziale per l’uomo il linguaggio avviene in relazione con la dimensione del pensiero. Non è una struttura operativa cui attingere addirittura automaticamente. Non è una struttura di cui l’uomo si serve, è piuttosto qualcosa che inerendo intrinsecamente all’uomo stesso, lo costituisce. Ciò si fonde, si intreccia, con il pensiero. L’esperienza del linguaggio è strettamente connessa con l’esperienza del pensiero. Altrimenti del linguaggio facciamo solo una struttura operativa e operazionale.
Non è casuale che Heidegger insista proprio in questo e altri testi, sulla necessità di separare una concezione del linguaggio di tipo esperienziale per un verso, e la dimensione logico-proposizionale, pragmatica, una concezione che ha a che fare con la semiotica per un verso e con la computazione per un altro verso. A questa dimensione Heidegger oppone il pensiero poetante o rammemorante, mentre l’altro è un pensiero calcolante. Quindi, al pensiero calcolante e al linguaggio che da esso sorge Heidegger cerca di contrapporre un linguaggio “naturale” ma più chiaramente, trattasi di linguaggio tramandato, che viene da lontano, si sedimenta e si costituisce. È il linguaggio tramandato, tecnicamente. Nel linguaggio tecnico c’è una sorta di elaborazione del linguaggio, un esercizio che va al di là della semplice elaborazione, ma non abbiamo un pensiero del e sul linguaggio, ma si tratta di un pensiero a sua volta già curvato sul lato della tecnica, sul pensiero calcolante.
Manca dunque la dimensione di pensiero che Heidegger ritiene essere pensiero autentico, in quanto tale. Si tratta al contrario di un pensiero a sua volta di tipo tecnico da cui scaturisce un linguaggio tecnico. L’esperienza del linguaggio deve essere al tempo stesso un’esperienza del pensiero. Altrimenti ci mancherebbe l’esperienza del pensiero. Heidegger tenta di indicare come la sua soluzione originale per compiere l’esperienza del linguaggio, cioè, realizzare un’esperienza che sia al tempo stesso linguistica e pensante. Anche qui quando ci riferiamo a linguistico, con l’aggettivo ci riferiamo alla concezione del linguaggio che qui viene elaborata e non ha a che fare con la linguistica.
Il collante viene dalla poesia, dunque. L’esperienza del linguaggio che si amalgama con l’esperienza del pensiero diventa esperienza del pensiero poetante, cioè un’esperienza della poesia compiuta non semplicemente restando nella poesia, ma accostando la poesia e il pensiero.
L’intenzione del poeta di toccare un nodo fondamentale del pensiero in generale viene da Heidegger assunta come una occasione per riflettere sul rapporto tra la parola e la cosa. Peculiare è l’intenzione di allacciare, mettere in un collegamento che sia una connessione stretta del linguaggio con il pensiero e quella forma eminente del linguaggio per motivazioni essenziali, la poesia, con quella forma eminente del pensiero che è quella meditante.
Parola < > (pensante, cioè, meditante — Pensiero — meramente tecnico, calcolante) < > Cosa
Questo rapporto sul lato calcolante rimane sempre un aspetto, una tonalità del rapporto di tipo tecnico. Nel contesto del pensiero meditante il rapporto viene esperito dal punto di vista del pensiero e in relazione a quella modalità della parola che consiste nella parola poetica. Il rapporto sul lato meditante fra parola e cosa c’è fintanto che c’è una parola che lo faccia essere, in cui la parola che fa che la cosa sia in quanto cosa stessa non nasce all’esterno dell’essere umano (a parte il sacro), ma certamente questa parola si dà in stretta connessione con il pensiero. Un’esperienza della parola deve necessariamente congiungersi con un’esperienza del pensiero. L’esperienza autentica del pensiero avviene soltanto nella chiave del pensiero meditante. Non può darsi nella chiave del pensiero calcolante. Sarebbe un’esperienza tecnica del linguaggio e un linguaggio tecnico. È un modo di pensare dicotomico in cui riusciamo a vedere risvolti storico-sociali-culturali che non sono solo nella mente di Heidegger.
La tecnicizzazione progressiva del linguaggio rischia di farci perdere dalla mente un valore ontologico ed esistenziale che invece Heidegger vorrebbe rivendicare come la modalità autentica del linguaggio. L’obiettivo di Heidegger è anche una dimensione essenziale che è quella tecnico-scientifica che nasce da un pensiero calcolante che non potrà mai portarci davanti a un’esperienza pensante del linguaggio.
Tra parola e cosa va quindi inserito l’elemento del pensiero. Il rapporto è da intendersi in senso triplice. Quella parola che conferisce alla cosa il suo senso d’essere è a sua volta compresa nel pensiero. Il pensiero ha a che fare in Heidegger con il pensare. Il pensiero per essere pensare deve pensare l’essere, nel momento in cui la parola conferisce l’essere alla cosa, quella parola è già ontologicamente precompresa, preplasmata. Allora questa parola che conferisce l’essere alla cosa è quella parola che conferisce senso alla cosa. Il pensiero dell’essere conferisce attraverso la parola senso alla cosa.
Heidegger dice, seguendo i versi di George, che bisogna integrare l’esperienza della parola con quella del pensiero. Noi dobbiamo porre in una relazione di senso il linguaggio e le cose. Ed è questa relazione di senso che conferisce l’essere al mondo. Le cose sono il mondo che è, le cose, ma il mondo ha anche senso, si interseca con il senso delle cose. Il pensiero meditante fornisce allora la possibilità di pensare la cosa nel suo essere. Di svelare l’essere della cosa intendendo per essere il senso o la verità della cosa. Pensiero meditante come realizzazione della ontologia che Heidegger ha in mente, fornisce la possibilità di portare a manifestazione la verità, il senso della cosa stessa.
Nella relazione tra pensiero e linguaggio poetico quest’ultimo rimane, come peculiare rimane il pensiero. Oltre a questa differenza Heidegger cerca di individuare la congiunzione tra pensiero e poesia. Cerca di fare l’esperienza di un pensiero che pensando l’essere possa pensare il linguaggio, la parola. E solo la sfera della poesia gli dischiude questa possibilità. In Heidegger si realizza una vecchia intenzione dei tempi di Essere e tempo, l’esigenza di superare il linguaggio tecnico della tradizione filosofica. Un linguaggio anche scolastico, di scuola filosofica. E allora questa esigenza antica trova qui una sua parziale realizzazione.
È possibile parlare di coincidenza di linguaggio e pensiero tecnici? Potremmo confermarla nella misura in cui riconoscessimo nel nostro presente che la tecnica ha assorbito a tal punto il linguaggio fino al punto di dirlo attraverso la tecnica, pena la mancanza di possibilità di dirlo. Ciò che ne starebbe fuori sarebbe solo l’irrazionale, l’illogico. Alla domanda probabilmente Heidegger avrebbe risposto affermativamente, viste le evoluzioni attuali della tecnica. Per esempio, nello stesso campo dell’intelligenza artificiale. Linguaggio artificiale e intelligenza artificiale coincidono. Heidegger arriva fino al coincidere di pensiero calcolante e linguaggio tecnico.
Sappiamo poi che per Heidegger l’origine della tecnica risiederebbe nella metafisica stessa. Che a sua volta è connessa con l’essere umano rappresentandone una sorta di peccato originale che la metafisica porta in sé. Heideggerianamente vi è un’identità tra linguaggio e pensiero tecnici.
Facciamo un passo avanti. Heidegger, quindi, cerca di tematizzare la triplice connessione linguaggio-cose-pensiero. Si tratta di fare l’esperienza del linguaggio e del pensiero. Un’esperienza (p. 135) che viene espressa con una parola, Erfahrung. C’è anche un’altra parola per esperienza: Erlebnis. Quest’ultimo caso come esperienza vivente. C’è in questa parola una tonalità husserliana.
La radice etimologica di Erfahrung dovrebbe derivare da Fahren (andare, procedere). Quindi l’esperienza è un procedere. Un camminare. Procedere verso ciò di cui si vuole fare esperienza. Quindi l’esperienza del linguaggio è un’esperienza che si avvicina al suo tema, vi si accosta. Per questo a tal libro Heidegger mette il titolo In cammino verso il linguaggio. In cammino traduce l’avverbio tedesco Unterwegs, essere per strada. Quindi, esperienza del linguaggio, proprio perché l’esperienza è un Erfahrung, un procedere verso.
(p. 135) Un Fahren focalizzato sul camminare, sul porre un passo dopo l’altro. Un acquisire un terreno verso ciò cui siamo diretti e abbiamo tematizzato. Un poeta non acquisisce un linguaggio, ma giunge al rapporto della parola con la cosa, arriva la dove la parola e la cosa si trovano nel loro rapporto autentico. Il cammino del poeta è tale per cui emerga, appaia, si manifesti il senso della cosa ovvero l’essere della cosa. Per il pensatore si tratta di realizzarlo in stretta connessione col pensiero. Il pensiero pensa il rapporto tra parola e cosa. Parliamo di un pensatore (e un pensiero) che Heidegger ci pone di fronte, non di un pensatore in generale. La parola è una determinazione ontologica alla cosa, conferisce l’essere alla cosa. E il pensatore vede questa immediatezza come un vedere gli elementi costitutivi interni. Il poeta lo precede e lo dice, semplicemente. Il pensatore invece lo vede. Heidegger vuole assumere il ruolo di pensare il linguaggio nelle immediatezze della poesia. Linguaggio come quel dire originario che è quel dire del poeta.
Il poeta perde, smarrisce qualcosa di più prezioso, della massima preziosità che la stessa divinità gli aveva definito (nulla di eguale vive qua al fondo), ma questa perdita supera ogni tristezza nella misura in cui apre una dimensione mai vista prima, una dimensione nuova perché non aveva fatto l’esperienza della perdita di qualcosa. Mancando di quella esperienza non era potuto entrare in quella dimensione in cui si capisce come cosa e parola sono intrecciate.
Heidegger, quindi, cerca di dire che quell’essere della cosa diventa qui il punto focale di una riflessione che incomincia e vuole tenere insieme il linguaggio e il pensiero, la poesia e la filosofia. Heidegger si impegna in un terreno in cui acquisiamo una nuova relazione ontologica del pensiero e della poesia, che sono così intrecciate da coappartenersi. Quando abbiamo incontrato il Geviert, la quadratura, abbiamo visto che essa è una parola che rappresenta un modo non tecnico-metafisico per dire l’insieme dei rapporti che metafisicamente potremmo definire come tra sensibile e sovrasensibile (poli metafisici opposti), tra cielo e la terra (poli fisici opposti).
Si tratta quindi di fare un’esperienza del linguaggio connessa con un’esperienza del pensiero. (p. 137) “La vera esperienza del linguaggio può essere solo l’esperienza del pensare”. Pensiero e poesia nella loro differenza sono accomunati in una medesima sfera, dimensione. Una dimensione non immediatamente visibile. La vicinanza di pensare e poetare non è visibile, ma siamo anche disposti a dire che il pensare e il poetare siano dovuti alla “ratio”; quindi, non siamo disponibili a vedervi un’opposizione al pensiero calcolante. Siamo sotto il controllo del pensiero calcolante. Gli elementi di vicinanza sono: possibilità che la parola poetica in modo puro e immediato indichi qualcosa nel suo essere. Ciò è quello che tenta di fare il pensiero quando si rivolge all’essere. Senso dell’essere nella cosa e senso dell’essere in generale, quindi.
Un tratto fondamentale del pensare è l’interrogare. Ma più fondamentale per Heidegger è l’ascoltare. Non è un elemento nuovo che qui viene ulteriormente precisato. L’ascoltare ciò che viene suggerito, ciò che deve diventare problema. La relazione che l’uomo (mortale) deve intrattenere con i divini deve essere intessuta di sacralità. Rispettoso del sacro e manifestazione di sacralità.
Quando Heidegger affronta la poesia di Hölderlin, uno dei pilastri è la dimensione del sacro ed è lì che si rinvia.
A proposito di Erfahrung: da pag. 141 Heidegger ritorna su questo punto essenziale. Mettendo all’opera un concetto così declinato possiamo misurare la differenza tra la sfera del pensiero e quella della scienza. Da p. 141 Heidegger riflette sul cammino, Unterwegs, in cammino verso. Le scienze in generale possiedono e mettono in opera un metodo, il pensiero meditante invece segue un Weg, un sentiero. Non si tratta di un metodo scientifico (meta odos) che ha delle strutture e dei processi predefiniti, che sono diverse da quelle di stare lungo un sentiero.
