Weg – Unterwegs. L’essenza del linguaggio. Nelle Gesamtausgabe, Opere Complete, Heidegger decide di accogliere come motto delle sue opere: Wege, nicht Werke. Weg non è una strada qualsiasi, è uno dei suoi propri sentieri. A differenza di un procedere scientifico anche in filosofia, nel pensiero secondo Heidegger, agisce un movimento, uno spostarsi, un andare, un camminare. Le sue opere sono sentieri nella misura in cui esse sono un incamminarsi, un procedere. Heidegger con le sue opere va in particolare vicinanza col pensiero orientale, lo Zen (Giappone). La parola più vicina allo Zen può essere il Tao. Viene nel testo riprodotto un colloquio con un giapponese. Come mai? Fin dagli anni Venti Heidegger ebbe a essere avvicinato da studenti orientali. La filosofia (Taoismo, Zen) orientale è molto distante, differente rispetto a quella occidentale. È una dimensione altra, forse incommensurabile con la nostra. Da quei dialoghi egli ricava una ricchezza di pensiero. Ciò si collega anche con la sua volontà di rifacimento del linguaggio della metafisica, partendo il linguaggio stesso più lontano possibile dalle strade già battute dal linguaggio filosofico occidentale. L’atteggiamento di Heidegger ha comunque una tonalità emotiva che lo aiuta alla rifondazione della metafisica. È un atteggiamento di ascolto, per l’importanza che all’ascolto da Heidegger stesso. Qui trova una netta sintonia con il pensiero Zen. Alla maggiore rarefazione o concisione della parola corrisponde una maggiore intensità di pensiero. A una sua maggiore essenzialità. Dunque, in quella tradizione antichissima (Zen) egli ritrova quella dimensione culturale da utilizzare all’interno dello schema di pensiero occidentale. Parmenide ed Eraclito[1], che Heidegger individua come originari di un inizio e che Heidegger stesso indaga anche in prospettiva di un “nuovo inizio”, sono ritrovate anche le origini, parallele, delle filosofie e culture orientali. Questa corrispondenza è quella dell’essere e, da noi, la domanda sull’essere è quella che viene obliata e dimenticata. Nei Presocratici la questione dell’essere è ancora luminosa, in Platone già scompare.
L’intento di fondare un nuovo inizio vuole esplicarsi all’interno dell’orizzonte e della dimensione occidentale. I sentieri, i Wege, indicano che una struttura di pensiero e filosofica non può essere identificata con la trattatistica. Sono piuttosto spunti, indicatori, cioè qualcosa come Wink(e), cenni. Quindi, Wege, ma anche Winke. Gadamer avrebbe preferito che Heidegger avesse scritto Winke, nicht Werke, come sottotitolo delle sue Ausgabe. L’obiettivo primario di Heidegger è quello di differenziarsi dalla scienza. Emerge la tematizzazione tra pensiero filosofico e scienza. L’idea fondante della scienza non solo si basa sul metodo, ma applicandolo alle cose produce quella oggettivazione delle cose che fa svanire l’essere delle stesse. Le cose invece diventano le cose stesse se viste dall’angolazione del pensiero pensante. Il pensiero conferisce senso alla cosa, dice Heidegger. Per la scienza tutto ciò non avrebbe senso. la scienza si occupa della conoscenza delle cose. La questione dell’essere del senso della cosa rimane fuori campo.
Si tratta allora di capire la scienza dal punto di vista filosofico (non scientifico). Quindi, interpretarla e criticarne la struttura[2].
Piuttosto si tratterebbe di capire se l’elemento che emerge è costituito dalla posizione della scienza nel pensiero e nel mondo. La scienza come pilastro (di conoscenza) va mantenuto. La sua funzione con le sue caratteristiche sarebbero da indagare in profondità, secondo Heidegger, e come si sa egli è molto critico verso la stessa. La scienza ci impedisce (in un certo senso) di vedere l’essere.
Che cosa è, per Heidegger, la scienza? Per Heidegger vi è oggi una straordinaria proliferazione della scienza e vi vede un’abnorme attacco dell’essere da parte dell’essente. Nella scienza (Heidegger usa l’espressione tecno-scienza), nella sua dominazione. La scienza, per Heidegger, è usata dalla tecnica. La scienza rappresenta una minaccia, nel mondo contemporaneo, per l’uomo stesso. Per esempio, nel linguaggio. Esso potrebbe essere sostituito da un sistema di segni. Il linguaggio tecnico non è qualcosa che danneggia il linguaggio superficialmente. Se l’umano è il dicente, l’aggressione della tecno-scienza al linguaggio, diventa allora un’aggressione all’essere umano.
La scienza può essere un’applicazione[3], ma non ciò che domina. L’uomo così diviene meno umano. Ciò che è minacciato è il pensiero che caratterizza l’essere umano. L’essere è, dunque, aggredito dall’essente ed è un pericolo, un Gefahr. Di fronte a tale pericolo, Heidegger teorizza la fuga, poiché combattere questo pericolo sarebbe impossibile. Heidegger vuole, tuttavia, vederlo negli occhi questo pericolo. La critica alla scienza è un elemento di questo confronto. Ma Heidegger non si limita a una critica, cerca di capire se e in che misura in esso vi sia qualche possibilità di salvezza. Nella misura in cui siamo in grado di mostrare la tecno-scienza nella sua fattualità potremmo indurre un cambiamento all’uomo che regge la tecno-scienza, in modo da modificare l’orizzonte della tecno-scienza; per mezzo della critica del pensiero calcolante fosse possibile istituire una prevalenza del pensiero meditante.
In fondo, dice Heidegger, citando Hölderlin “là dove cresce il pericolo, cresce ciò che salva”. Lì abbiamo la possibilità di istituire embrionalmente la salvezza dal pericolo. La salvezza non viene solo dalla distanza tra logica e pensiero, ma anche il suo maestro Husserl, matematico, individua nella scienza moderna non solo un processo degenerativo, interno alla scienza, ma anche un pericolo per l’essere umano stesso. La sua prospettiva non nasce da un’abissalità preesistente, ma da una critica alla scienza stessa. Husserl, infatti, individua una crisi della scienza stessa, dei fondamenti della scienza stessa. Husserl critica dall’interno la scienza stessa. La scienza ha perso l’elemento soggettivo, umano, dice Husserl, entrando in crisi rispetto ai propri fondamenti. Si è in procinto, davanti a una radicale separazione tra scienza e uomo. L’essere umano viene espunto dalla scienza, ma non solo da essa, essendo la scienza dominante in tutta la scena e, quindi, in generale, l’uomo è espunto.
(p. 156) Tao e Weg. Sich Bewegen (muoversi), aprirsi una via. Ciò che con la parola Tao è inteso potrebbe essere il riportare alla purezza la parola, far riemergere la parola pura. Ecco, dunque, che poeta e pensatore possono effettivamente essere molto vicini, visto che sono vicini all’originario, vicini all’essenza del linguaggio e dell’essere umano. Il pensatore esprime l’originario pensandolo, il poeta nominando il sacro. Si tratta di una radice ontologica, esistenziale.
Linguaggio e terra natia, lettura. (Punto in cui si parla del linguaggio nella sua accezione logico-proposizionale), ultima pagina.
Il Geviert non è solo una intuizione del pensiero, ma una espressione del linguaggio. Il linguaggio è essenziale nel senso che esso è come terra natia. Il radicamento è ciò che produce ciò che noi stessi siamo.
In termini ontologici siamo sullo stesso livello: il rapporto con l’essere umano, tra l’essere e l’essente umano, il primo agisce al punto da far ascoltare il proprio appello all’essere umano. È anche l’essere che fa sì che pure l’essente sia.
(p. 159) Sui cenni.
Consideriamo ora la relazione di comprensione del linguaggio logico-proposizionale con uno di tipo meditante. Pensiero logico-proposizionale vs pensiero meditante. Il primo produce un linguaggio iperspecialistico, raffinato, diventa strumento di comunicazione e scambio di informazioni, tutto ciò che eccede tale dimensione è considerato orpello, ornamento. Un linguaggio di questo genere non può coincidere con la concezione del pensiero calcolante sul linguaggio. Esso direbbe è poesia, immaginazione, fantasia. Esclude così dalla sua sfera tutto ciò che viene considerato come essenziale del linguaggio. Quale delle due visioni corrisponde alla verità? L’essenza del linguaggio per Heidegger risiede nel pensiero poetante.
Tradizione: sedimentarsi, stratificarsi e al tempo stesso un rapporto vivente col linguaggio; l’uomo vive col linguaggio, esistenzialmente, rispetto al linguaggio formalizzato tecnico-scientifico che non possiamo (assolutamente) vivere. Quindi ecco che al linguaggio tecno-scientifico possiamo contrapporre il linguaggio tramandato. Il linguaggio tecnico deve riconoscere questo suo fondarsi sul linguaggio tramandato. Il linguaggio tramandato è la condizione di possibilità per il linguaggio tecno-scientifico. A questa seconda possibilità del linguaggio non si può attribuire di essere orpello, ma di essere il fondamento di ogni forma linguistica (p. 161).
(p. 162) “Il fiore della bocca” è il linguaggio. è una metafora. Questa metafora ricade perfettamente in quel campo ornamentale, ricade sotto le esclusioni. Non avrebbe valore sotto il profilo linguistico. Questa esclusione indica che la dimensione metaforica del linguaggio è fondamentale, è l’essenza del linguaggio. L’essenza del linguaggio è il dire originario, Sage. E in ciò consiste l’essenza del linguaggio. Pagina 162: l’essenza del linguaggio è il dire originario.
Devono nascere parole come fiori (p. 162). La parola qui appare nell’essenza metaforica che la riconduce a qualcosa che le è più proprio.
(p. 163) Parole come fiori, dice Heidegger, non è come un esercizio retorico, ma la concepisce nel modo diretto del poeta come una parola che dice la cosa stessa nella sua purezza. Secondo la modalità del rapportarsi del linguaggio con le cose. Vedi anche righe iniziali a p. 164.
Siamo in presenza della dimensione essenziale del linguaggio. Questo dire originario si mostra nelle pp. 169-170, terzo capoverso.
[1] Heidegger si occupa esclusivamente di loro.
[2] La scienza, tuttavia, non potrebbe fare altrimenti che ciò che fa.
[3] Che accompagna.
