Mala tempora currunt. Pandemia, guerra, manipolazione mediatica.

Guerra russo-ucraina
Guerra russo-ucraina

di Sergio Mauri

Nell’analizzare la situazione attuale, secondo una prospettiva Italia-Europa-Mondo, dobbiamo prendere in considerazione alcune questioni:

  1. L’informazione non c’è più, da alcuni decenni, in verità, ma dall’emergenza Covid in poi abbiamo assistito a una vera e propria propaganda veicolata dall’apparato mediatico, in gran parte commisto, in quanto a partecipazioni societarie e azionarie, all’industria bellica. In una situazione del genere in cui le notizie, i dati che dovrebbero venire elaborati per diventare informazioni sono interamente o parzialmente manipolati, è impossibile farsi un’idea compiuta di ciò che sta realmente accadendo intorno a noi. Possiamo tentarne una ricostruzione, non definitiva e passibile di errori.
    1. Ricordiamo, per inciso, che quello mediatico è un potere integrato, incluso, insieme di tutte le articolazioni del Potere. Se il potere mediatico spinge da una determinata parte (che non è quella russa) ciò è conforme all’espressione complessiva del Potere.
    1. Guardando i video postati su Youtube, spesso ripresi dalle TV generaliste e non generaliste, da parte occidentale e confrontandoli con quelli di parte opposta (russa, ma anche cecena o indiana) girata da operatori (sempre e comunque per entrambi i casi) embedded, siamo costretti a dare credibilità a ciò che vediamo che, per quanto ci riguarda, potrebbe essere girato in qualunque posto. Da entrambe le parti della barricata si vedono distruzioni e azioni di guerra; da parte occidentale molto rielaborate sotto il profilo vittimistico e filo-ucraino, da parte russo-cecena ci sono alcuni video celebrativi della forza e capacità operativa (soprattutto da parte cecena) di quella parte, appunto.
    1. In questa militarizzazione dell’informazione e conseguente disciplinamento della società vanno segnalati i casi della ostracizzazione di Orsini, Canfora, Cardini, Reginella, Capuozzo, oltre ai soliti Cacciari, Mattei (forse Agamben, ma non se ne rivela traccia sicura). Chi azzarda un’argomentazione che non sia quella addomesticata dei pennivendoli che infestano il giornalismo italiano, è immediatamente tacciato di filo-putinismo, di essere ostile ai valori occidentali (quali, forse questi??). Un pessimo gioco che punta a serrare le file della società italiana ed europea per mezzo del suo rigido disciplinamento.
    1. A breve corollario del punto b, non sappiamo quanto di vero ci sia sulla distruzione di scuole, ospedali, stragi di civili. Anzi, le fake news della nostra parte della barricata sono in parte uscite, sono state parzialmente scoperte. Vanno infatti ricordate (solo) le più recenti cospirazioni che hanno portato a guerre dove sono morte diverse centinaia di migliaia di persone: la finta testimonianza di Nayirah al Sabah al Congresso degli USA che contribuì al via libera alla prima guerra contro l’Iraq nel 1991; la fabbricazione delle finte armi di distruzione di massa in mano a Saddam che lambirono in maniera non superficiale l’Italia berlusconiana, poiché i nostri servizi fabbricarono la storiella dell’uranio dal Niger (vedi Nigergate). Con queste premesse è impossibile dar credito a ciò che viene diffuso da nostri media, la cui catena di comando porta oltreoceano. Il tutto mentre le “forze speciali USA”, solo a titolo di “insignificante” esempio, ai primi di febbraio 2022 hanno ucciso il leader dell’ISIS Al-Qurayshi facendo 13 vittime (collaterali) tra cui 2 bambini. Nel normale silenzio dei media occidentali.
    1. Le cosiddette destra e sinistra, quei simulacri di organizzazioni che dicono di rifarsi a quei determinati campi politico-ideologici, sono entrambe schierate per lo più con l’Ucraina e l’Occidente, al netto dei micropartiti residuali e di facciata buoni a irretire i nostalgici di ogni risma. Indicativa e (decisamente) ripugnante l’intervista di Ferrando a Radio Radicale in cui rispolvera i vecchi dogmi (meccanicistici) tranquillizzanti del marxismo-leninismo  senza darsi la briga di verificare se nel 2022 sia corretto sostenere la “resistenza” ucraina che significa una spinta alla NATO. Ma i trotzkisti sono assai peggio di Trotzky, pace all’anima sua. E che dire, poi, di questi fenomeni qui?
      1. A conferma di ciò vorrei sottolineare che in queste settimane ho visto citare i Principi del leninismo di Stalin sia in chiave pro-Russia che in chiave pro-Ucraina, nella presunzione di applicare la nozione di “guerra progressiva”.
  2. Il mondo della sinistra, quella fuori dal Parlamento, i pacifisti, gli oppositori a vario titolo del sistema, hanno fatto sentire le loro flebili voci, in alcuni casi arruolandosi col partito ucraino, non cogliendo (spesso) la contraddizione.
    1. Tutto questo dopo otto anni dall’inizio del conflitto e 14000 morti nel Donbas. Qualcuno non è stato attento a ciò che stava succedendo.
    1. Il PD è quel nemico (o se vi piace di più, avversario) che ci sta di fronte. Lo sapevamo come si sarebbe comportato, dopo la prova generale dell’emergenza Covid. Filo-atlantista, filoeuropeista, filoamericano, col vizio di far finta di non aver mai approvato i business con Putin, con le finte sanzioni che per lo più nemmeno son partite. Col vizio dell’interventismo armato in quel suolo ucraino. Il PD rappresenta un problema più grosso degli altri partiti per la società italiana.
    1. Democratici, sinistra, destra fintamente libertaria non hanno detto una parola sull’allontanamento di studenti (e docenti) russi dai più svariati ambienti accademici e non accademici. Vedi: Università Bicocca, Scala di Milano, le Paralimpiadi invernali, eccetera. In questo vergognoso bailamme in cui la coscienza civile europea sta vivendo un’altra crisi epocale (sarà un caso?) il governo dei migliori ipotizza di riaprire centrali nucleari e a carbone, contro qualsiasi agenda verde e contro lo stesso PNRR, che ovviamente sarà non solo la solita mangiatoia, ma rivista al ribasso.
    1. A differenza di tutto ciò che non è Occidente, non si invoca mai la Corte Penale Internazionale che, a iniziare dall’Iraq, dovrebbe invece essere invocata, rafforzando l’idea che l’Occidente appunto utilizzi un infame doppio standard. Col tacito beneplacito degli apparati politici di casa nostra.
    1. La sospensione di undici partiti politici in Ucraina e l’arresto di Medvedchuk, nonché alcuni omicidi politici, con l’avallo di Zelensky (visto che non dice nulla), non hanno fatto alzare nemmeno un sopracciglio democratico. Dopotutto come si fa a non sapere che Zelensky è solo un pupazzo in mano a pupari ben più potenti.
    1. Ugualmente, democratici di vario stampo, non vogliono tenere conto del fatto che tutti i sondaggi pubblicati dimostrano che gli italiani vorrebbero una soluzione diplomatica al conflitto e non l’invio di armi.
  3. Il caso del Wall Street Journal. A tal proposito cito il Collettivo Militant: “Il primo aprile il Wall Street Journal ha pubblicato un lungo articolo in cui viene ricostruita, ovviamente dal punto di vista statunitense, l’evoluzione delle relazioni tra la Russia di Putin e i paesi occidentali. Il testo, che “stranamente” fino ad oggi non è stato ripreso da nessun organo di stampa, fatta eccezione per il Fatto Quotidiano, contiene alcune rivelazioni che sono tanto più interessanti perché provenienti da una “fonte” che di tutto può essere accusata fuorché di filoputinismo. Ad esempio, stando almeno a quello che scrivono i quattro giornalisti che firmano il pezzo, già all’inizio di novembre, quindi diversi mesi prima dall’inizio della guerra, il direttore della Cia, William Burns, sarebbe stato inviato a Mosca per “avvertire” i russi di come Washington fosse già a conoscenza dell’esistenza dei piani di invasione. In quell’occasione, durante un colloquio telefonico, Vladimir Putin avrebbe però ribadito allo stesso Burns quali fossero le preoccupazioni del Cremlino in merito alla sicurezza della Russia. Tornato negli Usa il direttore della Cia avrebbe dunque informato la Casa Bianca che Putin non aveva ancora preso una decisione irrevocabile, ma che però era fortemente disposto ad invadere. Prendendo per buono quanto scrive il WSJ le cancellerie occidentali, pur avendo tutto il tempo di intervenire diplomaticamente, erano dunque più che consapevoli sia di quali fossero le questioni sul piatto, sia del fatto che ci si stava avvicinando velocemente ad un punto di non ritorno. Nonostante questo, nei tre mesi successivi, citiamo per esteso: “Washington ha lottato per convincere i suoi alleati europei a montare un fronte unito. Gli stessi Stati Uniti stavano cercando di bilanciare due obiettivi: sminuire Putin evitando azioni che avrebbe potuto considerare una provocazione, e armare l’Ucraina per rendere un’invasione il più costosa possibile”. A fine novembre viene quindi varato un ulteriore pacchetto di aiuti militari da 200 milioni di dollari che si vanno ad aggiungere ai 60 stanziati nel mese di settembre. Proseguendo nella ricostruzione delle settimane che hanno preceduto l’invasione russa i quattro giornalisti ricordano anche un fatto ormai noto, che però, anche in questo caso, ha “stranamente” avuto scarsa eco sui media nazionali, ovvero il viaggio a Mosca nel mese di dicembre di Karen Donfried, l’alto funzionario del Dipartimento di Stato statunitense per l’Europa e la Russia. In quell’occasione il viceministro degli esteri russo, Sergei Ryabkov, le consegnò due bozze di trattati, con gli Stati Uniti e con la Nato, che mettevano nuovamente al centro la questione delle richieste russe, ovvero la “neutralità” dell’Ucraina e la sua non adesione alla Nato. La Casa Bianca ritenne però che quelle richieste fossero solo un “camuffamento diplomatico” delle reali intenzioni russe, e il 27 dicembre, come ricordano gli autori, Joe Biden diede il via libera ad un ulteriore stanziamento per gli aiuti militari che comprendevano missili anticarro, mortai, lanciagranate, armi leggere e munizioni. A metà gennaio, stando sempre a quanto riporta l’articolo, il già citato William Burns sarebbe poi nuovamente volato in Europa, questa volta però per venire ad incontrare Zelenskij, a cui avrebbe fornito informazioni vitali sui piani di attacco russi. Infine, la “rivelazione” forse più interessante. In un estremo tentativo di mediazione il neoeletto cancelliere tedesco Olaf Scholz avrebbe infatti comunicato allo stesso Zelenskij, il 19 febbraio, in occasione del vertice di Monaco, quali fossero le condizioni russe per evitare il conflitto. Nuovamente: la rinuncia all’ingresso della Nato e la dichiarazione di neutralità dell’Ucraina all’interno di un più ampio accordo di sicurezza europeo tra l’Occidente e la Russia che avrebbe visto come “garanti” sia Washington che Mosca. Zelenskij, però, di fronte a tale proposta avrebbe risposto picche asserendo di ritenere Putin inaffidabile nonché irrinunciabile l’adesione alla Nato. Chi o cosa lo abbia spinto a prendere questa decisione lo lasciamo decidere a chi legge, anche alla luce di quello che poi è accaduto in questi 40 giorni di guerra. Resta il fatto, però, che se come al momento tutto lascia pensare alla fine si arriverà ad un accordo che prevederà comunque la neutralità dell’Ucraina e il non ingresso nella Nato, allora ci troveremmo di fronte ad un conflitto che oltre a ad essere tragico, sanguinoso e brutale, oltre ad essere “evitabile” per gli ucraini si sarà rivelato perfino “inutile”.
  4. La situazione geopolitica. È nozione comune, ormai, all’interno di un’area che trae le proprie informazioni fuori dall’ambito mainstream, che uno dei risultati, forse quello più decisivo, è quello riguardante la fine del predominio geopolitico occidentale. L’attuale scontro russo-ucraino dimostrerebbe proprio questo. Su questa questione è ancora presto per dare un giudizio così impegnativo. Si può invece dare un giudizio più fondato sul fatto che gli Stati Uniti con questa provocazione ai danni dei russi abbiano inteso staccare la Russia dall’Europa, indebolendo soprattutto quest’ultima; abbiano inteso agganciare l’Europa ancor più al proprio carro economico e politico; stiano realizzando un progetto di ridimensionamento dell’Europa, il loro più pericoloso antagonista potenziale a livello globale (senza sottostimare la Cina). Da questo scontro e dai suoi sviluppi vedremo come si porranno i nuovi equilibri internazionali, ferme restando le questioni su cui possiamo essere sicuri, commentate poche righe sopra.
    1. Ci sarà da approfondire la questione del perché la Russia abbia accettato la provocazione e invaso l’Ucraina. La prima risposta è che il pericolo di avere i missili sotto casa è stata la priorità decisiva per le decisioni del Cremlino.
  5. Covid e guerra. La singolare concomitanza tra emergenza pandemica prima e guerra russo-ucraina poi non può lasciarci privi di argomenti. La situazione singolare che sta vivendo il pianeta da un po’ di anni, fatta di crescita continua della popolazione mondiale, delle contraddizioni del modo di produzione capitalistico, dell’accumulazione di conoscenze, tecnologia, ricchezza globale, la parallela crisi politica di rappresentanza a Occidente, la crescita economica sociale e politica dell’Asia tutta per mezzo del motore cinese che fa prevedere un declino irreversibile dell’Occidente che può solo essere ritardato, sono tutte cause ed effetti interconnessi che possono essere governati solo con metodologie nuove, inedite e quanto mai lontane dalla visione democratica novecentesca. Le classi dirigenti dei paesi occidentali, USA in testa, non sono state capaci di governare la loro crisi in termini di controllo dei mercati mondiali e in termini di consenso politico: la disastrosa crisi dei subprime del 2007-2008 non è stata risolta, si è protratta fino al periodo pandemico che è stato il banco di prova delle classi dirigenti stesse. La singolare concomitanza di Covid, sua gestione liberticida, sua scomparsa dai radar dei media mainstream oggi e sua sostituzione con una guerra, quella russo-ucraina, preparata accuratamente non solo da parte russa, ma pure da qui ed esplosa giusto giusto a fine emergenza pandemica mondiale, non ci può non raccontare una storia piena di retroscena che inizieremo a conoscere meglio nei prossimi mesi e anni.
Sergio Mauri
Autore Sergio Mauri Blogger e studioso di storia, filosofia e argomenti correlati. Premio speciale al Concorso Claudia Ruggeri nel 2007; terzo posto al Premio Igor Slavich nel 2020. Ha pubblicato con Hammerle Editori nel 2014.