Tito e i suoi compagni, un libro di Jože Pirjevec.

Tito e i suoi compagniTito e i suoi compagni

Il libro di Jože Pirjevec è un’opera di ampio respiro che scandaglia a fondo l’operato di Josip Broz Tito e dei suoi compagni prima, durante e dopo l’epopea partigiana. È un modo per fare i conti con una storia che – per chi come me o Pirjevec è vissuto in un’area geografica segnata pesantemente da quegli eventi – non può essere evitata.

È un libro pieno di riferimenti bibliografici e testimoniali e scritta usando un tono a volte ironico a volte sarcastico. Un tipo di tono, è bene ricordarlo, che andrebbe evitato in opere storiche di così ampio respiro ed interesse, ma che – è altrettanto bene ricordarlo – è un tono molto usato in area balcanica da popolazioni disilluse dalla storia e talvolta dall’umanità. Un tono, ancora, che nell’area balcanica rappresenta la scorciatoia attraverso la quale unire – e spiegarsi – sogno e realtà, aspirazioni e banalità dell’essere umano.

È un libro – quello di Pirjevec – scritto molto bene, usando una notevole mole di fonti per oltre 600 pagine, che vale la pena leggere, soprattutto per capire chi fosse realmente Tito e coloro che lo accompagnarono nella sua vita politica e di lotta militare. È un libro che serve, anche, per farsi un’idea equilibrata intorno alle motivazioni che mossero quelle generazioni che furono coinvolte e travolte in fatti ed eventi epocali ed irreversibili, fino al sacrificio estremo della vita.

Ciò che si evince dalla lettura di questo imponente testo intorno alla figura di Tito è, innanzitutto, che egli era, come rivoluzionario e stratega militare, un personaggio di primo livello. Su questo c’è poco da eccepire. Egli, in parte, fu una costruzione dei sovietici e dell’ambiente dell’Internazionale Comunista, in parte aveva applicato – di testa sua e in terra natìa – ciò che aveva assimilato a Mosca nel periodo dell’esilio e della formazione politica. La mia impressione, che è un pò quella che lascia trasparire il libro, è che egli fosse un uomo politico più abile di Stalin e sicuramente con maggiori capacità e forse coraggio fisico del georgiano.

Tuttavia, ci sono anche dei limiti in questo pregevole lavoro, limiti di cui accennerò soltanto, visto che sarà giusto li scopriate da soli. Uno di questi, che mi ha colpito, è una certa preoccupazione riguardo il destino riservato ai collaborazionisti. Preoccupazione che non è ugualmente riservata ai partigiani comunisti ed antifascisti jugoslavi, né tantomeno a quelli serbi, introducendo una sorta di doppio standard interpretativo della storia in oggetto. Un insegnante sloveno, mi ha personalmente riferito il fatto che Pirjevec non può urtare la sensibilità dell’ambiente accademico di Lubiana, non può dire proprio tutto. In questo, tuttavia, è in buona compagnia: nessuno di noi può dire proprio tutto!

Altra cosa che si inserisce in questa specie di doppio standard interpretativo e sentimentale è la menzione solo di sfuggita (in 600 pagine!) dei crimini commessi dagli ustascia, con l’attiva collaborazione del clero croato, nei confronti dei serbi, degli ebrei e dei partigiani comunisti, come se Jasenovac non avesse avuto poi un gran ruolo in tutta la storia della Jugoslavia e la colpa fosse da ascrivere totalmente ai tedeschi “cattivoni”. Troppo semplice, troppo facile come sempre. Un pò come in Italia, dove il vittimismo serve a deresponsabilizzarsi.

Limiti e mancanze che non inficiano l’impianto strutturale del libro, veramente essenziale, ma sono un’occasione mancata nella direzione non solo dell’equilibrio di giudizio, ma di conseguenza anche dell’introduzione di qualche paletto etico in più nell’attività degli intellettuali europei, così spesso trasformisti e mutatisi volontariamente in “chierici traditori”.

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