Julius Darboven. Tracce per un romanzo.

Uno sconosciutoUno sconosciuto

Gli antecedenti.

Il romanzo inizia con Julius a Trieste a un tavolo di bar con una persona conosciuta. Trieste, luogo di un esperimento. La vita di Julius che si interseca alla pittura, alla musica, alla politica, perché? Per fare che cosa?

Questa pagina è il risultato della mia permanenza a casa di Julius dalla fine di Gennaio ai primi di Marzo del 2006. Una lunga intervista-dialogo che mi ha permesso di conoscere non solo il personaggio, ma anche le esperienze che ha vissuto, in presa diretta.

Gennaio 2006. In viaggio per l’Olanda, passando per la Germania. Incontro un signore anziano, tedesco, che è stato in Italia da giovane e sta ritornando a casa dopo un ultima visita nella città italiana che lo vide ventenne, testimone del 2° conflitto mondiale, agente politico, rivoluzionario di professione. Mi racconta la sua straordinaria avventura di vita. Parla un fluente italiano. Suo padre era olandese, sua madre italiana. Il suo nome è Julius Darboven.

Nasce a Nijmegen il 6 ottobre 1922. Suo padre è un piccolo artigiano del paese, la madre si occupa della casa e dei 3 figli; oltre a Julius, ci sono Angela e Marius. Julius è l’ultimo nato della famiglia. Marius è del ‘19 e Angela del ‘16. Nata in piena guerra; sua madre ricorda con orrore quel periodo. La fame era tremenda, il freddo insopportabile. La famiglia abita a Nijmegen fino al 1928, anno in cui decidono di cercare fortuna da qualche altra parte perchè al loro paese la situazione è miserevole e suo padre non riesce più a lavorare a causa delle sue simpatie politiche che finiscono per emarginarlo. Passano in Germania, sono convinti, anche grazie ai molti racconti di emigranti olandesi, che la situazione sia migliore.

Che ci fa una donna italiana, Annalisa Vecchiato, veneziana per la precisione, in terra d’Olanda? Il padre di lei, Antonio, orafo veneziano, insieme alla moglie Angela, si trasferì, nel 1879 ad Antwerp (Belgio) e poi ad Amsterdam, nel 1881, per curare i suoi affari commerciali in Olanda. La lavorazione ed il commercio d’oro, argento e pietre preziose erano fiorenti e, attraverso il porto olandese passavano, in entrata ed in uscita, innumerevoli quantitativi di merce preziosa. Al contrario di Antwerp, il cui ruolo precipuo era basato sulla tecnica di rifinitura dei metalli e delle pietre, Amsterdam aveva un preponderante ruolo negli scambi.

Dunque è in Olanda, ad Amsterdam, che Annalisa conosce (1906) e sposa (1912) Huybert Ireneus Darboven, un giovane artigiano del luogo, per un breve periodo a bottega dal padre di lei e che diventerà il padre di Julius. Il nonno di Huybert Ireneus, è di origini tedesche, si chiama Hans. Ma non siamo certi che il suo cognome fosse proprio Darboven. E’, infatti, solo in seguito all’introduzione del codice napoleonico in Olanda nell’anno 1811, che ha portato la consuetudine del cognome familiare (con decreto imperiale del 18 agosto 1811 fu ordinato che chiunque in Olanda non avesseun nome fisso doveva sceglierne uno entro un anno di tempo) che egli “possiede” questo cognome. Di origini, comunque, germaniche.

Huybert Ireneus ama la musica di Szymanovsky e di Bartok. Si innamora di Szymanovsky, assistendo, nel 1906, al Concert Ouverture allo Stadsschouwburg, dove contemporaneamente, una signora della piccola nobiltà cittadina, all’uscita dal Teatro, viene rapinata e picchiata da un ladro velocista. Per tutta la durata del concerto, senza possibilità alcuna di prevedere ciò che sarebbe successo, Julius guarda con insistenza quella donna, seduta nelle Gallerie laterali, che di tanto in tanto lo degna di uno sguardo di sufficienza. E’ una splendida donna e, sebbene sia molto innamorato della moglie, è attratto da quello sguardo magnetico.

Huybert: “Voi non potreste mai immaginare le facce dei due gendarmi che intervennero subito dopo il fatto. Volti arcigni, occhi che sprizzavano un profondo disprezzo verso colui che aveva osato fare quello ad una nobildonna. Uno dei due la soccorse immediatamente con tutte le accortezze dovute mentre l’altro si lanciò all’inseguimento del ladro inveendo ed intimandogli sguaiatamente di fermarsi”.

Ma il ladro – appunto – era un velocista.

Il primo gendarme stava facendo del suo meglio con la donna, con la deferenza dovuta alle classi abbienti, una deferenza cristallizzata in secoli di relazioni fra servi e padroni. Costui non poteva venir meno nel dimostrare tutto il suo disappunto per l’atto compiuto da un rifiuto della società, un essere che non avrebbe osato definire umano, un emarginato dal consesso sociale. E così faceva il secondo gendarme. La divisione dei ruoli era perfetta, l’obiettivo sempre il solito: difendere chi in realtà non ne aveva bisogno”.

Del ladro non seppi più nulla, nemmeno se fu preso. Anch’egli agiva, come tutti gli altri protagonisti della farsa di quel dopo-concerto, in ottemperanza ad un ruolo che gli era stato cucito addosso. Anch’egli agiva contro chi gli sembrava lo odiasse a tal punto da non notarlo neanche…a meno che non rubasse….”.

Sono sicuro che il ladro pensasse: tu sei indifferente a me, alle mie pene, alla mia miseria, alla mia mancanza di futuro…e io ti faccio vedere che esisto. In un atto del genere l’odio era reciproco sebbene le fonti fossero totalmente diverse”.

Fu dopo che Huybert Ireneus partecipò allo sciopero del novembre 1918 e al 1° maggio del 1919 che la gendarmeria ci fece visita a casa e consegnarono a mio padre una diffida. Era un giorno di settembre del 1919. Due gendarmi in divisa ed uno in borghese, stazionavano nel nostro salotto, parlando con mio padre e mia madre, tra uno sguardo che egli dava alla diffida ed uno al gendarme in borghese. Mio padre, ufficialmente da quel momento, non era più persona gradita in città. Riuscimmo a resistere ancora quasi 9 anni in città, prima di deciderci a cambiare aria. L’atto che diffidava mio padre, ci diede il colpo di grazia, a causa della progressiva rarefazione della clientela. Egli lavorava al 90% con borghesi, gente abbiente, dell’ex nobiltà. Dopo che si diffuse la voce che egli fosse un sostenitore dei “rossi”, la clientela si ridusse drasticamente. Penso lo considerassero una sorta di traditore. Iniziarono i tempi duri.

Per dovere di cronaca ed onestà, devo dire che qualcuno dei suoi vecchi clienti, continuò ad usufruire dei servizi di mio padre: a parte il solito Marquet che ormai era più un amico che un cliente, va annoverato il dottor Dirck Eduard van der Ziel.

Della musica di Szymanovsky ama le masse sonore in movimento, instabili come la sua anima; di quella musica ama la sperimentazione che coesiste con l’impressionismo. In quelle forme musicali, intuiva dei cicli – frequenti – di tensione e rilassamento mai veramente distinti, separati ma compresenti in ogni movimento senza mai la “felice sintesi” che dovrebbe sistemare tutto e gratificarci. Anche Szymanovsky aveva deviato dalla solita tradizione ed era sintomatico, pensava Huybert, che avesse deviato proprio un appartenente alle classi superiori, abbienti. Anche per loro stava giungendo il momento di cambiare, per non morire, liberandosi da un ingombrante passato?

Di Bartok, l’anticonformismo, il coraggio di trasfondere il passato nel presente, in un esperimento continuo. Huybert Ireneus: “C’era qualcosa di diverso nell’aria in quegli anni, sentivo un certo “brontolio sotterraneo” – come l’aveva definito Kandinsky -. Lo sentivo già nelle note di Szymanovsky. Ma anche in quelle di Bartok che riusciva a toccare la mia sensibilità e la mia curiosità intellettuale. Non sentivo più armonie pompose e quadrate; niente più linee melodiche rassicuranti, di cui conoscevi già lo svolgimento e dalle prime note potevi facilmente dedurre le successive. Bartok si inseriva in quella linea che smontava il linguaggio tradizionale attraverso l’innesto di elementi appartenenti a forme musicali esotiche e folkloristiche”.

Poco male, si dirà Huybert. I tempi finalmente cambiano. Anche per lui stavano cambiando. Nonostante un certo benessere, soprattutto nella prima parte della sua vita lavorativa, si sentiva sulla lunghezza d’onda di coloro che chiedevano un cambiamento, un cambio di rotta il più drastico possibile, la fine di condizioni di enorme miseria in cui versavano folte masse di persone. Egli finì per sentirsi vicino, empaticamente, a quelle masse che scioperavano, chiedevano giustizia sociale, pane per i propri figli, un futuro decente, delle case abitabili, un lavoro che non ti ammazzasse.

Amava le novità, tutto ciò che era dinamico, che poteva fargli auspicare ad una realtà diversa e nuova; è impressionato dal coraggio, crede sia giusto premiarlo, nella vita come nell’arte. Sente che i tempi stanno cambiando. Huybert Ireneus: “La cosa positiva del mio mestiere di artigiano è che finisci col conoscere molta gente , dal nobile al ricco borghese, giù giù fino al giovane artista squattrinato”. Con queste conoscenze egli scambia opinioni di vita, dubbi sull’avvenire, trepidazione per l’avvenire dei figli suoi e dei suoi clienti. “Ebbi la fortuna di conoscere il pittore Fauve Albert Marquet, genio strabiliante, persona generosa e gran cliente. Con lui ebbi la fortuna di scambiarmi molte idee ed opinioni sui materiali, sulle tendenze artistiche. Egli soleva parlare dell’artista come di un buon artigiano”.

Geniale, semplicemente geniale”.

Albert Marquet era un uomo geniale. Huybert andò con lui in Francia un paio di volte, una delle quali potè ascoltare – in casa di un amico di Albert – una incisione di Szymanovsky al fonografo. Fu elettrizzante. Huybert non aveva mai visto prima un fonografo e tantomeno in funzione.

Ascoltammo in religioso silenzio le note del prodigioso Szymanovski, piluccando dei biscotti da una scatola di latta e sorseggiando con molta calma il tè. Il suo amico ascoltava. Il suo sguardo era estaticamente puntato nel vuoto. Albert viveva di pittura, in gran parte. Con ciò intendo proprio che dipingeva quadri, li vendeva – aveva molte conoscenze – e organizzava dei corsi indirizzati a persone che volevano imparare a dipingere d evolevano saperne di più sull’arte. I corsi si svolgevano a casa sua ed erano frequentati, per lo più, da gente ricca. Credeva molto in ciò che faceva, Albert. Il suo squisito “artigianato artistico” era tutto per lui. Vedeva e viveva la vita in funzione dell’arte. In un certo senso si isolava dal mondo, non vi partecipava veramente. Sosteneva, anzi, che gli uomini non possono migliorarlo più di tanto. Aveva un atteggiamento un pò pessimista nei confronti della vita, anche se – innegabilmente – sapeva cogliere i momenti giusti per godersi ò’esistenza.

Una volta mi disse: : “Vedi Huybert, il nostro intento – come gruppo di pittori – è quello di andare oltre l’impressionismo, di superarlo. Cerchiamo di ridare stabilità e fondatezza alla forma, ma senza tornare ai modelli tradizionali”. Obiettivo dei Fauves era l’indagine sul colore. La continuità con l’impressionismo, su questo piano, c’era. Continuità nel superamento. Uso dei colori puri. Ma che cosa lo attirava di più della pittura? La manualità, la possibilità espressiva o lo stile di vita precario ma libero?

Marquet (1875-1947) era molto amico di Matisse col quale espone al Salon des Independants nel 1901. Famoso il suo “Nudo nell’atelier” del 1898, omonimo della tela di Matisse. Gli elementi di scultura primitiva entrano ad influenzare i loro lavori. Le sculture africane sono molto presenti negli atelier. Nel 1903 viene fondatoil Salon D’Automne con Renoir presidente onorario. Un evento importante. Mi presentò Matisse e Kees van Dongen. Il primo molto sfuggente e preso dai suoi interessi, il secondo più affabile, forse perché olandese e, come ho potuto imparare, quello olandese è un popolo che non sa dire di no. Marquet frequenta Saint-Tropez, dove topos e lux mediterranei vengono eletti ad atelier per molti artisti fauves. Quando Saint-Tropez ancora non conosceva il significato di Mecca del consumismo e del “listone dei vips”, e non consoceva i motoscafi sfreccianti nello specchio di mare sul quale proietta se stessa. Anche Collioure diventa meta per la fase più matura di questi pittori. E’ una località di mare tra Francia e Spagna. E’ a Collioure che Matisse e Derain vedono le tele tahitiane di Gaugin.

Le opere di Marquet, e di altri, vengono ospitate al Salone d’Automne del 1905. Dopo questa data comincia la crisi del fauvismo.

Lo stile.

Julius parla e scrive usando, molto spesso, delle figure retoriche: l’anafora (ripetizione di una parola o di gruppi di parole all’inizio di frasi o di versi successivi per sottolineare un’immagine o un concetto) , la catafora (ripetizione dello stesso gruppo di parole al termine di ogni frase), l’enfasi (accentuare un termine o una frase per intensificarne il significato) , la paronomasia (accostamento di 2 parole simili ma di significato diverso), l’elencazione, l’inversione (rovesciamento dell’ordine della frase). Usa poi ulteriori strumenti, per esempio la catafora ed il climax assieme, lo spostamento del punto di vista.

Il pensiero.

Julius: “Guarda, secondo me, un essere vivente – ontologicamente – già per il fatto di esistere, come sola presenza fisica, esercita una forma di potere. Essere è “poter essere”. Legato al ragionamento sul potere c’è quello della libertà. Puoi capire da solo, anche senza il mio aiuto che ogni libertà è libertà attraverso il potere. Ogni livello di libertà è rapportato al potere raggiunto nei rapporti sociali. Qui stà quello che, alcuni chiamano equivoco ma io identifico come sofisma: tutta la produzione etica e filosofica sulla libertà umana, le idee ed i concetti sull’argomento”.

Libertà e potere apparentemente si contraddicono, in realtà si compenetrano e sono legati da un profondo rapporto, inestinguibile. La 1^ può esistere solo se ha come presupposto il 2°, e non viceversa”.

Aggiungo che la libertà si può vivere e misurare empiricamente solo su di un piano esistenziale (ecco confermato il suo legame col potere) come grado di soddisfazione dello sviluppo di sé”.

Politica e modernità.

Come già disse il vostro Gianni Scalia, il comunismo è stata una dimensione della modernità. Io concordo totalmente con questa impostazione. Ritengo che i fenomeni politici che abbiamo conosciuto nell’ultimo secolo, oltrechè determinati in ultima istanza (e sottolineo ultima istanza) dall’evoluzione economica della società, siano in realtà degli epifenomeni da ascrivere all’interno di un più grande fenomeno, movimento di rottura definitivo in verità durato per secoli che passa sotto il nome di modernità. Essendo la modernità, in ultima istanza, determinata dallo sviluppo (nel senso di svolgimento della vita) del Capitale, essa non poteva che essere univoca negli obiettivi (rompere col passato) ma profondamente scissa nelle sue singole manifestazioni. E’ dalla scissione del corpo sociale che ci giungono dei feedback così diversificati”.

Molti sostengono che non ci siano espliciti collegamenti tra marxismo e psicoanalisi. Questa loro affermazione è discutibile: possiamo trovare argomenti contrari o a favore di essa, soprattutto se dislochiamo il piano della discussione sul livello tecnico, o su quello politico o sociale o culturale. Una cosa è certa: hanno una seppur lontana parentela nell’essere entrambi figli di quella modernità di cui si parlava prima. Ma una cosa mi ha sempre colpito su questo tema: quella che confessa una comunione di intenti e moventi. Non è forse un reciproco riflesso fra le due teorie, la lotta di classe tra proletariato e borghesia e la scissione psicanalitica? Cioè in tutt’e due i casi si scinde per trovare una soluzione ad un male e solo dopo una drastica scissione si può avere una ricomposizione (sociale o della personalità) degna di questo nome”.

La parte e il tutto.

Che cosa voleva la mia generazione? Una casa e un lavoro; in breve una vita degna di un essere umano; un’esistenza decente. Ha realizzato ciò che voleva? Direi di si, pienamente e a livello di massa, di collettività. Ma la vera domanda è: che cosa vogliono i giovani di oggi? A che cosa aspira questa generazione?

Idealità ed individuo.

Mio padre non era credente; mia madre lo era ma in un modo tutto suo. Nonostante fosse cattolica – o forse proprio grazie a questo – credeva nei sacramenti, in Dio ma non nei preti e contestava anche le idee che provenivano dalle alte sfere ecclesiastiche, Papa compreso. Il mio rapporto con la religione fu breve. A scuola mi insegnarono a credere. A dieci anni già non credevo più. Ero sommerso dai dubbi, la maggior parte dei quali mi furono “inoculati” da mio padre.

L’uomo borghese – e tutti noi lo siamo o aspiriamo a diventarlo – non crede più a nulla. La borghesia è una classe omologatrice che del raziocinio ha fatto strumento di cambiamento ma anche di dominio. Non è un caso che sia il pragmatismo anglosassone ad averne rappresentato al meglio le aspettative e le potenzialità. Non crede più a nulla, ha desacralizzato tutto ma crede agli scampoli, agli accenni di significato che sorgono dalla propria auto-rappresentazione e auto-analisi. I media di massa ne sono un esempio eloquente e sono pure un sintomo del bisogno, continuamente represso e deviato, di credere in qualcosa che, però, si sa già in partenza che non esiste. La borghesia ha eliminato tutti i propri nemici e concorrenti e ora guarda solo in se stessa, senza poter trovare alcun tipo di soluzione ai proprii guai. Ha eliminato tutte le declinazioni dell’uomo in ottemperanza all’imperativo di omologare l’esistente a se stessa. Basta guardarsi in giro: anche i supposti nemici islamici dell’Occidente sono occidentali, usano gli stessi metodi e ragionano da occidentali nella loro presunta guerra contro di noi. Che dire poi della Cina o dell’India che ci stanno rincorrendo, prendendo tutte le scorciatoie possibili?

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