Heidegger tra metafisica e poesia. (ix)

Temi heideggeriani
Temi heideggeriani.

Introduzione alla metafisica, pp. 80-81.

Aspetto etimologico dell’essere: tre radici (p. 81); 1) in lingua germanica es, dal sanscrito asus. Ciò che in sé e per sé sussiste e si muove, ciò che è autosussistente; 2) sorgere, venire alla luce, bhu o bbeu a cui Heidegger connette phyein (rilucere, mostrarsi) o phyo (schiudersi, imporsi, predominare, venire in posizione e permanervi di per sé), radice di quella physis che abbiamo già incontrato. Indica la natura e lo schiudersi di qualcosa che permane di per se; 3) wes (sanscrito vasami, germanico wesen) risiedere, ristare, trattenersi.

L’essere è ciò che porta qualche cosa alla presenza, non è, dunque, semplicemente la natura: è ciò che riluce, ciò che si mostra. Un modo del risiedere, del trattenersi, del sostare che mostra come l’essere in sé indichi le tre modalità, i tre significati dell’essere (vivente, schiudersi, trattenersi-risiedere o meglio ancora: vivere, schiudersi, permanere). Tale significato è andato via via scomparendo, rimanendo dell’essere solo il significato astratto. Questi significati si sono perduti in favore della indeterminatezza. Dovremmo allora ritenere che la parola essere sia vuota. Quando non siamo in grado di cogliere l’essere nella sua astrattezza non siamo in grado di cogliere la domanda sull’essere. Ciò perché poniamo la domanda senza esserci posti la domanda preliminare sull’essere.

Quindi, intanto dobbiamo riconoscere questa datità, cercando di superarne il dato di fatto. La domanda fondamentale trova qui un’articolazione, scomposta in una serie di domande per determinarne il giusto percorso (pp. 82-83).

Se noi mettiamo da parte le domande sul termine essere e ci concentriamo sul cosa riferito all’essere, arriviamo a dei risultati. Quindi, dobbiamo arrivare all’essenza originaria del linguaggio. Cogliendolo non dovremmo forse  cercarlo nell’originario e non nel derivato? Comprensione del linguaggio nella sua essenza originaria, questo il compito. Dobbiamo anticipatamente sapere che Heidegger pone la questione dell’essere e quella del linguaggio. La questione dell’essere non viene indagata su un piano proposizionale, né onto-teologico. Nessuna di queste strade è praticabile. La terza è quella in cui la verità dell’essere può essere trovata in relazione all’essenza del linguaggio.

Non si tratta di una forma di comunicazione, ma di una modalità di manifestarsi dell’essere nella storia. L’interpretazione del linguaggio come fenomeno storico, vuol dire che esso è in stretta relazione con la comprensione-la domanda sull’essere. La comprensione dell’essere conduce alla comprensione del linguaggio nella sua essenza.

Essere e linguaggio sono in sé storici. Uno storico che non è questione effettuale, ma nella sua essenza come storicità, che è sua propria, in stretta connessione con la storia dell’essere. Indagare il linguaggio nella sua essenza non è il livello grammaticale o etimologico dell’indagine stessa. Essi non designano qualcosa al livello della comprensione dell’essere.

(p. 83) Grammatica: forma infinita del verbo, ha fatto perdere i significati originari. (p. 84) La parola diventa un nome che designa un qualcosa di indeterminato. Ciò che noi definiamo con la parola essere è la fusione dei tre significati originari. Fusione e obliterazione si spingono a vicenda nello schiacciare l’essere. Quindi, essere come parola è vuota e con significato evanescente.

Prendiamo in mano il filo e traiamone le conseguenze. La terza sezione ci da una risposta: il problema che la parola vuota indica è, tuttavia, concreto e urgente. Tirando il filo possiamo impostare il problema che è concreto e urgente. Riusciamo a chiarire cosa sia il significante dell’essere? Non è una cosa, può essere anche un ente di immaginazione, un ente di ragione, un concetto. Di essere non abbiamo un corrispondente. Ci manca qualcosa rispetto alle altre parole. I termini del problema possono indicarsi con una immagine: indagine sul linguaggio.

(pp. 85 e segg.) L’essere si rivela pienamente e altamente indeterminato (p. 88). L’essente, ogni ente determinato è. Davanti all’essere non è la stessa cosa, non ci troviamo di fronte a tale determinatezza: esso, l’essere, è al tempo stesso determinato e indeterminato. Noi, comunque, della parola essere pensiamo qualcosa di determinato.

Qualunque cosa può venire paragonata a qualcos’altro (p. 88); comparazione e analogia, dunque. Nel caso dell’essere non abbiamo questa possibilità di apprensione e non possiamo, perciò, nemmeno compararlo a qualcos’altro. È una possibilità quella della comparazione, nella cosa e nel pensiero umano.

L’essere non può venire paragonato a qualcosa. Solo il nulla è l’altro.

Quando percepiamo la parola essere, lo facciamo sentendone un richiamo che è ancora insito nella parola. Dobbiamo affrontare la parola secondo un pensiero (pensiero, linguaggio, cosa) diverso. Il nesso tra pensiero, linguaggio, cosa viene a determinarsi come una sorta di base con cui tenere insieme un’interpretazione metafisico-ontologica dell’essere e come, il linguaggio, un qualcosa di completamente diverso rispetto al linguaggio correntemente inteso. La dimensione ordinario-scientifica ci ha impedito di comprendere l’essere. Allora (p. 91) si dice essere necessario comprendere in anticipo cosa vuol dire la parola essere: necessitiamo dunque di una precomprensione.

Dobbiamo attenerci all’essere, derivarne il significato (di essere). Dobbiamo riconoscere che la parola essere è fondamentale per capire la cosa essere.

(p. 91) Ma se l’essere non avesse significato e fosse incomprensibile, allora ci sarebbe solo una parola in meno nel nostro vocabolario? No, dice Heidegger. Se noi togliamo dal vocabolario storico la parola essere non ci sarebbe allora alcun linguaggio. Privarci di una parola come essere vorrebbe dire che non saremmo in grado di comprendere il mondo in modo ontologico. Non potremmo essere “dicenti”, Einsagender, non saremmo quello che siamo.

Il linguaggio, elemento peculiare e unico dell’umano, differenzia da tutti gli altri enti di natura rispetto all’uomo, che si trovano in una dimensione altra rispetto al linguaggio. Se non ci fosse più la parola essere, non ci sarebbe più una cosa. Forse il mondo non sarebbe inesistente, ma più povero, sarebbe meno cosa. Il linguaggio fornisce all’umano la possibilità di capire, descrivere il mondo, ma anche di trasformarlo.

Se noi togliessimo o facessimo mancare la parola essere, allora non ci sarebbe questo mondo. Parola e cosa sono confrontabili non perché nominalistici. Lo possono essere solo se li riportiamo alla dimensione dell’essere.

Sagen: dire (il dire, verbo sostantivato). È il dire originario che corrisponde all’essere del linguaggio stesso. Qual è l’essenza del linguaggio? Il dire originario che, a sua volta, è l’essenza del linguaggio.

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About the Author

Sergio Mauri
Blogger, autore. Perito in Sistemi Informativi Aziendali, musicista e compositore, Laurea in Discipline storiche e filosofiche e in Filosofia. Premio speciale al Concorso Claudia Ruggeri nel 2007; terzo posto al Premio Igor Slavich nel 2020. Ha pubblicato con Terra d'Ulivi nel 2007 e nel 2011, con Hammerle Editori nel 2013 e 2014, con PGreco nel 2015 con Historica Edizioni e Alcova Letteraria nel 2022 con Silele Edizioni (La Tela Nera) nel 2023 e con Amazon Kdp nel 2024 e 2025.