Heidegger tra metafisica e poesia. (x)

Temi heideggeriani
Temi heideggeriani.

Concludiamo la parte fin qui intrapresa e poi cambiamo livello. Si tratta infatti di porre lo sguardo sulla dimensione poetica, dopo aver visto quella filosofica. È interessante stabilire il rapporto che Heidegger afferma tra la parola, il linguaggio, e la cosa. Quando Heidegger dice se noi togliamo la parola essere scompare il linguaggio stesso, ed è già un’iperbole, ne sta però introducendo una ancora più forte. In realtà togliendo la parola essere, dice Heidegger, scompare il mondo. Entrambi i paradossi sono giustificati nella prospettiva heideggeriana. Il mondo è nel rapporto con l’Esserci; è significa l’essere del mondo, in rapporto al Dasein. Quest’ultimo è in quanto essere nel mondo.

(Da pagina 91 in poi). Dunque, se noi togliessimo la parola essere non avremmo solo una parola di meno del nostro linguaggio, ma non ci sarebbe più alcun linguaggio, alcun mondo. Il mondo in rapporto col Dasein. Il Dasein non solo si relaziona col mondo delle cose, ma conferisce al mondo e alle cose del mondo, anche il senso agli essenti. L’essere nell’intento di Heidegger non è solo un verbo, ma indica la costituzione ontologica fondamentale dell’Esserci. La costituzione del mondo stesso. Noi non possiamo escludere la parola essere. Del mondo e dell’essere del mondo abbiamo una precomprensione, una comprensione di fondo. Il senso delle cose è già implicitamente presente, ma non tanto nella misura in cui il noi è caratterizzato da una facoltà, una necessità che è quella del comprendere l’essere, che l’Esserci ne sia consapevole o meno. Vi si intreccia l’altra caratteristica che è quella del parlare, del dire, il Dasein. La doppia caratteristica: dover comprendere l’essere, che egli ne sia o meno consapevole e il parlare, la caratteristica del linguaggio, vengono disposte su un piano analitico passando da l’una all’altra per comprendere il senso dell’essere.

Su questo piano analitico noi vediamo che possiamo passare dall’una all’altra delle caratteristiche dell’Esserci in un intreccio, non solo giustapponendo l’una all’altra. Quindi, la risposta alla domanda fondamentale (che ne è dell’essere) si darà solo nell’articolazione che prenderà forma nella dimensione del linguaggio. Possiamo allora procedere nella direzione della ricerca di ciò che sta tra il linguaggio e la cosa. La differenza tra gli animali e noi è essenzialmente quella di essere, gli animali, degli essenti non in grado di porsi la questione dell’essere. L’Esserci, infatti, è l’ente privilegiato che può comprendere l’essere.

Allora, che cosa troviamo tra il linguaggio e la cosa? Diciamo che così non troviamo nulla, ma tra il linguaggio e la cosa si può formare qualcosa, cioè il senso. C’è uno spazio che definiamo come spazio di senso. è un qualcosa che ritroviamo dopo averlo portato alla luce. (p. 93) Noi comprendiamo la parola essere e le sue modificazioni, nonostante questa parola comunemente sia una cosa vuota. Ciò che noi comprendiamo diciamo che ha un senso. In generale, ciò che noi comprendiamo diciamo che ha un senso. L’essere, nella misura in cui viene compreso, ha una senso. Allora, la ricerca di questo senso corrisponde alla ricerca del qualcosa che sta tra linguaggio e la cosa da un punto di vista ontologico. La dimensione logica è un’altra dimensione di ricerca, ma non è ciò che Heidegger intende fare qui, cioè qui siamo fuori da un’analisi logico-linguistica della parola.

Porre l’essere come massimamente degno di pensiero significa interrogarsi sul senso dell’essere. (p. 94) Comprendere l’essere non è qualcosa che si trovi accidentalmente nel Dasein. È una necessità. Comprendere l’essere non solo è qualcosa di reale, ma anche di necessario. Altrimenti non saremmo ciò che siamo o diciamo di essere. L’essere umano si determina nel tempo storico e determina la storia, soprattutto in relazione alla propria comprensione dell’essere. L’Esserci determina il tempo e la storia, ma lo fa perché si trova in una relazione con l’essere. Questa possibilità gli è insita come una necessità. Poter comprendere l’essere non è solo qualcosa che l’Esserci può attivare o meno, ma corrisponde a una necessità intima, corrisponde alla possibilità di essere se stesso. Se l’Esserci può corrispondere alla propria essenza solo comprendendo l’essere, allora è una necessità che gli permette di essere un essere umano. Altrimenti sarebbe alterizzato.

Si presenta la differenza tra essere se stesso o non esserlo. Ciò è in relazione con il mondo, ma si costituisce sulla base di un rapporto ontologico, cioè di un rapporto con l’essere. Il rapporto tra l’Esserci, il tempo e la storia è così costruito: l’Esserci permette che il tempo si temporalizzi nella storia. La storia non è qualcosa che l’uomo costituisca accidentalmente, ma è qualcosa che si costituisce in relazione con l’essere. Dispiegando quella possibilità di comprendere l’essere che gli è insita. Nel rapporto con l’essere e nella necessità della sua comprensione, l’uomo si trova in una condizione di necessaria apertura. Necessaria in quanto possibile.

Possibile apertura è data dal fatto che l’uomo può comprendere l’essere; necessaria apertura è data dal fatto che l’uomo deve comprendere l’essere, cioè, deve aprirsi all’essere. Come se volessimo concepire l’esistenza dell’essere umano togliendo il senso della trascendenza. Che esistenza sarebbe? Sarebbe una sorta di sussistenza. Diverrebbe una vita senza la qualità esistenziale.

L’apertura c’è non sempre e non necessariamente viene, tuttavia, attivata ovvero autocompresa. L’apertura corrisponde letteralmente a un ascolto dell’essere stesso. Che si ha solo quando l’Esserci è in grado di udire la voce che è voce della coscienza, da un lato, e voce dell’essere dall’altro. La voce ha due polarità, ma è unica. È una voce cui l’Esserci deve prestare ascolto. Inoltre, l’Esserci deve prestare ascolto alla linguisticità originaria propria dell’essere.

Passiamo ora a un livello in cui questa voce comincia a identificarsi come linguaggio. Gradi di sviluppo di questa intenzione teoretica fondamentale. Dobbiamo quindi subito porci la questione di che cosa sia il linguaggio. Il rischio, cercando una risposta a questa domanda, è quello di tornare al livello della quotidianità che ha certamente una sua modalità linguistica. Torneremmo a dire ciò che si dice, parlare le forme e i modi del modo in cui si (man) parla, una forma della quotidianità in cui l’Esserci si trova innanzitutto e per lo più. L’Esserci è qui preda di quell’impersonalità che lo aliena. Nella quotidianità media l’Esserci è linguisticamente dalla chiacchiera. La dimensione della quotidianità è caratterizzata dall’impersonalità che è spersonalizzazione. Heidegger vi individua alcune dimensioni particolari, come quella della chiacchiera.

L’Esserci in quella dimensione non parla autenticamente, ma sta all’interno della chiacchiera, non utilizza il linguaggio, ma è utilizzato da quella deformazione del linguaggio che è la chiacchiera. Siamo ancora a porci la domanda su che cosa sia il linguaggio. (p. 96) La domanda sull’essere non riguarda la grammatica o l’etimologia, dice Heidegger. La parola (das Wort), la lingua (die Sprache) sono considerate come un’espressione di ciò che si vive. La lingua è l’espressione e la riproduzione dell’essente vissuto.

Con la parola essere non possiamo arrivare a determinare il senso attraverso la parola, il significato e la cosa, perché ci manca un passaggio. (p. 97) Dovremmo concludere che essere sia solo la parola e il significato. Ma il significato della parola non costituisce l’essenza di quella parola. La cosa stessa essere viene a coincidere con il senso, che non è il significato, è una cosa diversa. L’essere verrebbe allora a coincidere con il suo senso. Nella parola essere parola e significato risultano connessi in maniera più originaria di ciò che designano.

La parola essere non corrisponde a nessun altra parola che indichi una cosa, intesa come un qualsiasi essente nel mondo. Anzi l’essere è legato alla parola in un senso più essenziale del legame che sussiste tra qualunque altro essente e la parola che lo designa. Possiamo stabilire che la parola essere e l’essere stesso siano in connessione più essenziale rispetto a qualunque altra parola. Allora, se c’è questa connessione originaria, vuol dire che l’uno non può stare senza l’altro o l’altra, cioè la parola non può stare senza l’essere. (p. 98) Questa questione deve essere collocata su un piano totalmente differente rispetto all’ordinario.

Questo passaggio ci pone in una difficoltà logica e linguistica, ma una volta superato, possiamo stare tranquillamente su di esso. L’essere non è una cosa; la cosa peraltro manca. Manca la cosa come un ente, ma la cosa come essere c’è, poiché c’è l’essere stesso. L’indagine intorno all’essere ha come essenziale l’indagine sulla parola.

Il passaggio corrisponde a quel passaggio individuato in Che cos’è metafisica? nella differenza tra un baricentro analitico impostato sulla metafisica e uno impostato sul linguaggio. Le due tonalità vengono messe in relazione. Quindi, il problema dell’essere può essere indagato con un’analisi del linguaggio e viceversa indagando l’essenza dell’essere. È un’indagine ontologica sul linguaggio. Si tratta di una questione fondamentale: non si può infatti uscire dalla metafisica come se si volesse uscire da una stanza. Da essa è impossibile uscirne se non essendone prima entrati in profondità e poi aver tentato il suo superamento, come in effetti ha fatto Heidegger. Superamento possibile solo se si tiene sempre presente, muovendosi all’interno del linguaggio, il problema dell’essere. Tutto ciò che noi nel linguaggio cerchiamo andrebbe ricondotto a quel punto di riferimento che è il problema dell’essere.

Dovremmo arrivare a determinare, al fine di cogliere l’essere, quale forma di linguaggio corrisponda a quella voce a cui noi tendiamo e vogliamo prestare ascolto se vogliamo e dobbiamo porci il problema dell’essere. Quale tonalità di linguaggio dobbiamo identificare come essenza del linguaggio per corrispondere a quella necessità di porci il problema dell’essere? Essa è l’espressione poetica. Nella sua essenza la poesia corrisponde a quella tonalità di linguaggio a cui dare ascolto e che corrisponde al problema dell’essere, ma non solo all’essenza dell’essere.

Quindi, è necessario attivare la filosofia per il pensiero secondo le tonalità del linguaggio poetico per cogliere attraverso una via non classica della ontologia il problema dell’essere. Tutto ciò continuando a pensare.

Da tutto ciò che cosa abbiamo colto? Che da un lato si trova il problema della metafisica e dall’altro quello del linguaggio che sono strettamente collegati e che anzi dobbiamo tenere assieme. Fin qui la prima parte del corso.

In cammino verso il linguaggio, apre la seconda dimensione e la seconda parte del corso.

Prima parentesi sull’importanza della questione dell’essere: già in Leibniz, per esempio, al domanda fondamentale (della metafisica, quindi) era quella del perché esiste l’essente e non il nulla. Possiamo partire anche dall’antichità con il thauma, lo stupore (thaumazein, stupirsi) dei pensatori greci.

Seconda parentesi sull’etica in Heidegger, la quale si fonda nell’ontologia (Lettera sull’umanismo), non ha una sua autonomia rispetto all’ontologia. L’etica, dunque, non va dimenticata o espunta, ma ricondotta all’ontologia.

Terza parentesi sui destinatari di Heidegger. Non c’è un referente determinato in Heidegger, sotto un profilo sociologico, culturale, politico. È una caratteristica comune alla stragrande maggioranza dei pensatori. Questo tipo di determinazione, dei referenti, si fa comunque via via più complessa anche nella modernità e tarda modernità. Gli allievi di Heidegger potevano, certamente, essere i destinatari della sua filosofia. Possiamo affrontare la questione pensando a chi Heidegger ha dinanzi: 1) uditorio generico, studentesco o specialistico; 2) uditorio non diretto, ma inteso come chiunque in grado di leggere questo testo.

Quindi, quasi vent’anni dopo (quindici per la precisione), l’Introduzione alla metafisica, il problema dell’essere viene chiaramente collocato sul piano del linguaggio e nella stretta connessione con la metafisica. Il testo è del 1950 nella sua prima edizione. L’uomo parla, dice Heidegger nel testo. Ma parla perché c’è qualcosa che gli inerisce e gli è connaturato, questa è l’opzione esplicativa scelta da Heidegger. Il linguaggio fa parte di ciò che l’uomo trova intorno a se. Poiché tutte le cose hanno un nome e sono connesse da parole. Ma c’è qualcosa in più della connessione tra linguaggio e cose, cogliere dal linguaggio qualcosa che vada oltre la relazione fissa tra la cosa e la parola. Questo modo di parlare ci viene dall’abitudine, dalla consuetudine. Tuttavia, la tradizione funziona e funziona benissimo. L’uomo parla, ma questo parlare può essere distinto in due modalità: 1) dire “questo è un tavolo”; 2) problematizzare non la parola tavolo, ma il senso che noi istituiamo intorno alla cosa. Questo è piuttosto il significato del linguaggio. L’essenza del linguaggio non corrisponde a un oggetto, quindi. Dobbiamo tentare di localizzare il linguaggio e il suo problema secondo una modalità che definisce (p. 28) Erörtern (esaminare, affrontare circoscrivendo, avvicinarsi circoscrivendolo). Se affrontiamo il linguaggio in questa modalità non possiamo farlo fare come se fosse un oggetto, concluso, fisso, determinato. Dobbiamo concepirlo come un evento, piuttosto. Il linguaggio è quindi un evento, piuttosto che una cosa come contenuta in un dizionario. Il linguaggio così esaminato è dunque un evento. Intorno a esso non possiamo applicare gli strumenti della scienza del linguaggio. Il linguaggio è il linguaggio, sembra dire Heidegger. Questo per la scienza del linguaggio. Quindi, non dobbiamo seguire la logica, dobbiamo andare avanti superando l’obiezione della logica. In che modo opera il linguaggio come linguaggio? Col parlare. Ma nel suo parlare, del linguaggio, non nel nostro parlare. Avvicinandoci così al suo parlare. Solo così possiamo raggiungere quell’ambito all’interno del quale possiamo conseguire come esito l’essenza del linguaggio.

Ci dobbiamo sforzare di comprendere il parlare del linguaggio stesso. In modo da arrivare all’essenza del linguaggio. Intorno al linguaggio ci sono praterie culturali e spirituali e Heidegger lo sa. Il tema è importante e pluristratificato, plurideterminato. Linguaggio è un abisso, dice Heidegger citando Hamann. Heidegger si chiede: non è forse il linguaggio stesso un abisso di cui dovremmo cercare di cogliere il fondo? Dovremmo addentrarci per cogliere l’essenza del linguaggio.

L’indagine che ci porta nell’abisso del linguaggio è un linguaggio che ci porta all’emersione del linguaggio poetico, della poesia, da quell’abisso. Per cogliere l’essenza del linguaggio devo ascoltare il suo parlare, quell’operazione è possibile solo nella misura in cui io ascolto il linguaggio in quella emersione dall’abisso che compare nella poesia. Solo nella dizione del linguaggio come quello della poesia, colgo il linguaggio della poesia e non quello del poeta. Colgo nel parlare del poeta il parlare del linguaggio. Il linguaggio allora parla.

(p. 29) Se ci lasciamo cadere nell’abisso non precipitiamo nel vuoto: cadiamo in un altezza la cui altitudine apre una profondità. L’una e l’altra costituiscono lo spazio e la sostanza di un luogo nel quale vorremmo farci di casa per trovare la nostra dimora. Cosa significa parlare, dunque? Comunemente è l’attività degli organi della fonazione e dell’udito. Oppure potremmo dire, trasmettere informazioni per comunicare. Parla vuol dire esprimere in senso fonico e comunicare qualcosa che sta in noi e ci viene dalla mente. Il parlare è un esprimere; il parlare è un agire, è un’attività. L’esprimere dell’uomo consiste nel dare figura al reale e all’irreale.

Però, questa comprensione del linguaggio come azione e configurazione è insufficiente per coglierne l’essenza. Sta ancora altrove, ancora più in fondo. Ma in fondo non c’è il vuoto; vi ci dobbiamo immergere per cogliere l’essenza del linguaggio. La parola pura è un’immagine, una possibile configurazione che usa Heidegger per dire come cogliere l’essenza del linguaggio. La parola pura non è la parola che viene meramente espressa ed esercita un’azione o configura, essa sta prima di queste tre determinazioni. È come se il linguaggio corrispondesse essenzialmente alla parola pura.

Abbiamo diverse concezioni del linguaggio che appartengono alla nostra tradizione. Per Heidegger c’è un punto più originario e quindi antico che viene trascurato dalle tradizioni intorno al linguaggio. Tutto ciò è per un verso necessario, per un altro utile, riguardo alle tradizioni. Tuttavia, non è sufficiente per giungere all’essenza del linguaggio.

In tutto ciò che è stato detto, dice Heidegger, tutto ciò che è stato detto resta custodito, ma anche chiuso, celato. Il parlare però non si esaurisce nel detto, ma va ricercato nel dire; quest’ultimo non sarà semplicemente come una forma linguistica che si sparge più o meno vastamente, ma va compreso come la parola pura, che sta prima e al di là di ogni detto e si intreccia come dire.

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About the Author

Sergio Mauri
Blogger, autore. Perito in Sistemi Informativi Aziendali, musicista e compositore, Laurea in Discipline storiche e filosofiche e in Filosofia. Premio speciale al Concorso Claudia Ruggeri nel 2007; terzo posto al Premio Igor Slavich nel 2020. Ha pubblicato con Terra d'Ulivi nel 2007 e nel 2011, con Hammerle Editori nel 2013 e 2014, con PGreco nel 2015 con Historica Edizioni e Alcova Letteraria nel 2022 con Silele Edizioni (La Tela Nera) nel 2023 e con Amazon Kdp nel 2024 e 2025.