Che fare?

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Nel mondo contemporaneo c’è talmente tanta elaborazione teorica che proprio non c’è bisogno della nostra. Basterebbe avere un’adeguata conoscenza di ciò che si è fatto, appurato, scoperto, elaborato in questi ultimi decenni ed avervi applicato un’adeguata e conseguente sintesi. Il cervello collettivo sociale ha lavorato molto, ecco.

Ciò che oggi manca, credo, non è il pensiero, ma l’azione, un’azione che rimetta in gioco la credibilità di una proposta che non sia quella dei notai del fatto compiuto e dell’amministrazione del presente. Cioè del capitalismo liberista post, post, post. Tanto per fare un esempio (neanche il massimo che si poteva fare): anche una plateale, motivata e pubblica rinuncia alla politica nel sistema, poteva essere l’inizio. Invece…….

Facile a dirsi, problematico a farsi. Anche perché quattro gatti non possono risolvere molto.  Credo che sia da rimettere al centro un ideale finalistico che, ovviamente, non può prescindere dalla nostra storia di comunisti (chi vorrebbe – come fanno alcuni – espungervi momenti o personaggi “scomodi” non giungerebbe a nulla); sul piano strategico, possiamo tenere conto che i prossimi 30-40 anni sono di (più o meno) lento degrado della situazione economico-sociale; sul piano contingente il disastro ambientale, la distruzione del lavoro e del welfare, nonché il degrado delle infrastrutture capitalistiche sono temi con cui impattare. Se non credete a queste premesse (alla stagnazione dei prossimi decenni in primis), allora, può ben essere che dobbiate/dobbiamo cercare altro e altrove. Se lo capiamo ed accettiamo, invece, dobbiamo allora prendere atto che le lotte per un nuovo stato sociale o per dei miglioramenti parziali vanno inserite già in un progetto rivoluzionario.

Un’azione, comunque adeguata ai tempi, deve tenere conto delle reali aspirazioni dei subalterni contemporanei.

Scomodando Pasolini: viviamo nell’entropia borghese, con tutto ciò che ne consegue. Il capitalismo non crolla, a meno che non compia qualche macro-errore, i subalterni si adattano alla situazione. Nel 1966, in Uccellacci ed uccellini, il corvo già parlava di “fine delle ideologie”.

Credo che la lotta di classe non riparta semplicemente perché, nonostante tutto, si sta molto meglio di 100 anni fa. Certo, la situazione va verso il degrado, però….

I ceti “popolari”, il “proletariato” esistono ancora? Certo, nelle analisi sociologiche o economiche, di certo. Il proletariato, quello che possedeva “solo la propria prole”? Boh, non ci sono più nemmeno tanti figli, oggi! Altre sono le questioni e le priorità. Ce la caviamo definendolo “nuovo tipo di proletariato”?

Tuttavia, brevemente: 1) nella fase della decadenza (non certamente del crollo) del capitale, quella attuale lo è nel senso che diceva Marx – la rovina delle classi in lotta da cui non nasce una nuova organizzazione sociale – le lotte di classe si fanno rarefatte (dimostrato da studi interessanti); 2) i comunisti (non la “classe”) che possono fare? Continuare ad esistere! Il problema è la sopravvivenza; 3) chi si è attrezzato a sopravvivere nell’era del controllo e dell’orientamento prefabbricato di Internet e soprattutto dei Social Media?

Noterella: credo sia proprio cambiato il materiale grezzo, cioè il popolo. Dopotutto, gli sforzi pluridecennali del capitale non sono andati a vuoto. (Scusate il mio pessimismo).