Strategia e tattica del PCI. 1945-1956.

Strategia e tattica del PCI. 1945-1956
Strategia e tattica del PCI. 1945-1956, sinistra, pci, sinistra italiana, sinistra politica, partito comunista italiano, pci partito, destra e sinistra, centro sinistra, partito di sinistra

di Sergio Mauri

Angela Zanotti, Impegno e critica. Gli intellettuali di sinistra nel dopoguerra. Studi sul rapporto cultura società a cura di Franco Ferrarotti. Vol. II. Liguori Editore 1979.

Pag. 40, 41, 42, 43, “Dopo la vittoriosa conclusione della resistenza il PCI guidato da Togliatti, adottata coerentemente una linea politica basata sull’unità e la cooperazione nazionale, si presentava, rileva Blackmer, come il ‘modello della ragionevolezza’, con una definita priorità gerarchica dei propri obiettivi (restaurazione delle libertà democratiche) e con uno sforzo costante di ‘rassicurare chiunque che il PCI non aveva la minima intenzione di iniziare la rivoluzione proletaria’ (Blackmer, op. cit. p. 14).

Conseguenza immediata di questa scelta fu la rinuncia al tentativo di analizzare in termini marxisti la struttura di classe e le specifiche condizioni dell’economia capitalistica che avevano reso possibile l’avvento al potere del fascismo. Isolato dalle sue radici socioeconomiche, esso non appariva più come un ben preciso fenomeno storico, bensì diventava, in termini molto ampi, una ‘aberrazione’ (e questa fu da allora l’interpretazione ufficiale), un mostruoso episodio di ‘barbarie’ che lo sforzo congiunto di ‘tutte le forze sane’ della nazione poteva sradicare per sempre. Già nel ’43 Lelio Basso, allora dirigente del PSI, compresa la limitatezza di giudizi simili metteva in guardia contro ‘la pretesa di attribuire il fascismo alla malvagia prepotenza di pochi uomini, e separarlo così da tutta la storia d’Italia, dimenticando che i germi del fascismo sono già in Giolitti, Crispi, Depretis e ancora nella struttura stessa della nostra borghesia’ (Lelio Basso, Editoriale in Bandiera Rossa, 1,3 1943). La sua fu una voce solitaria la tendenza generale della sinistra – funzionale da questo punto di vista alle scelte strategiche del PCI – fu quella di privilegiare un interpretazione puramente sovrastrutturale in cui il fascismo stava alla democrazia come il ‘male’ al ‘bene’; l’antifascismo si risolse così soprattutto in un atteggiamento etico e morale e doveva si trovare espressione politica e, prima ancora militare ma che non conteneva alcuna connotazione classista.

Dovendo rappresentare gli interessi di una nazione, e non di una classe, il ‘nuovo partito’ di Togliatti […] necessitava di una base ampia il più possibile. Il corollario di una politica d’unità nazionale era l’’alleanza’ tra la classe operaia che in qualche modo rispondevano all’appello antifascista: le classi medie ‘produttive’, i piccoli proprietari e industriali, gli intellettuali progressisti, in definitiva tutte le componenti della società, ad esclusione della grande industria monopolistica. Si ritrova in lui un eco della teoria gramsciana delle ‘alleanze’ ma queste non sono più ‘condizionali’; la più aperta strategia fa sì che, come scrive Tarrow ‘il partner di ieri possa essere l’oppositore di domani’(cfr. Sidney Tarrow, Peasant Communism in Southern Italy, Yale University press, 1967, p. 116). […]. È questa la ‘doppia strategia’ del PCI che, ancor prima della fine della guerra, anticipava il momento in cui la democrazia parlamentare avrebbe reso imperativo per il partito una base elettorale assai più vasta che non quella offerta da operai e contadini soltanto. Tale operazione richiedeva da un lato, il contenimento dei settori più radicalizzati del movimento resistenziale, senza però indebolire i legami con le masse da cui il partito derivava il suo maggior prestigio; dall’altro, un insistenza sistematica sulla ‘funzione nazionale’ del partito. […]

Nel dopoguerra il PCI, che manteneva logicamente la politica elaborata nel periodo della Resistenza, si impegnò intensamente negli sforzi diretti a rinsaldare la propria immagine di grande forza nazionale e unitaria. Da un punto di vista organizzativo il partito giudicò dannose per la propria linea quelle posizioni operaistiche che intendevano privilegiare la qualità della partecipazione esclusivamente o prevalentemente operaia. Si scelse piuttosto la linea di favorire senza preclusione ideologica le adesioni al partito anche dall’area esterna alla classe operaia. Il V congresso, nel 1946 affermò esplicitamente questa scelta di massa (vedi statuto del PCI approvato al V congresso, in l’Unità, 1° gennaio 1947): quello che era stato l’appello all’unità nazionale per la difesa e la liberazione del paese, si tramutò in appello alla solidarietà nazionale per la ricostruzione. Dal punto di vista della politica economica ciò significava opposizione ai monopoli (legati al fascismo, da esso dipendente, e perciò considerati come ‘antinazionali’); difesa e appoggio da parte dello Stato alle piccole e medie industrie (‘si giungeva per tale via all’assurdo – per un partito comunista – di battersi per una società capitalista senza monopoli, di distinguere un ‘giusto’ profitto da un ‘ingiusto’ sovraprofitto monopolistico, non solo trascurando che nell’un caso o nell’altro si resta sempre all’interno del meccanismo dello sfruttamento capitalistico e (quel più conta) che le grandi concentrazioni finanziarie e industriali sono la forma organica del capitalismo a partire dagli anni 30 (e quindi lottare per difendere il ceto dei produttori e per ristabilire un regime di perfetta concorrenza significa combattere una battaglia arretrata, perduta in partenza), ma anche accettando da un punto di vista teorico alcuni postulati delle teorie liberali…’, Luperini, op. cit., p. 73): ‘anche se fossimo oggi al potere da soli – affermò Togliatti in un discorso del 1945 – faremmo appello per la ricostruzione all’iniziativa privata, perché sappiamo che vi sono compiti per cui sentiamo che la società italiana non è ancora matura’ (P. Togliatti, Politica comunista (Discorsi dall’aprile ’44 all’agosto ‘45), Editori Riuniti, Roma, 1952) […].

In questo il PCI era forse più vicino alla posizione di Kautsky che non ai principi fondamentali del marxismo-leninismo a cui però faceva ripetutamente appello nel tentativo di dimostrarne la compatibilità e la coerenza col ‘nuovo corso’, nel quale tuttavia la funzione nazionale della classe operaia incentrata nella collaborazione con la borghesia per la ricostruzione e sviluppo di uno Stato capitalistico borghese si poteva solo con difficoltà far rientrare nella visione leniniana della funzione nazionale del proletariato come momento tattico della rivoluzione.

Da un punto di vista strettamente politico, la scelta moderata di Togliatti, anche se giustamente influenzata dalla valutazione di alcuni elementi obiettivi dell’immediato dopoguerra – la presenza degli alleati e. forse più importante, gli interessi dell’URSS – si basava comunque sul convincimento che fosse possibile sfruttare l’appoggio di massa e il prestigio del PCI per perseguire democraticamente una ‘via italiana al socialismo’: è questo, mi pare, l’obiettivo centrale della politica togliattiana, anche se tale terminologia non venne usata se non molto più tardi. ”

Pag. 54, nota 46: “[…] Mario Bonfantini (anch’egli partigiano in Piemonte, molto vicino ai partiti della sinistra nell’immediato dopoguerra, estraniatosi dalla politica militante intorno al 1947: ‘Le grosse delusioni degli anni del dopoguerra, dovute alla tipica inconcludenza e al vano machiavellismo del partito che allora monopolizzava la ‘linea’ della sinistra, mi estraniarono dalla politica militante’) […]”.

Interessante il cenno si Andrei Zdanov, a pagina 97: “La sua influenza si fece sentire in Italia solo dopo il 1948, anno della morte di Zdanov stesso, quando si manifestò l’utilità del dogmatismo zdanoviano nel momento in cui le forze della sinistra erano raccolte in posizione di difesa. In campo culturale, le direttive di Zdanov insistevano sul mantenimento e rafforzamento delle tradizioni nazionali e dell’intero patrimonio culturale progressista di ciascun paese. Questa posizione si accompagnava al più acuto settarismo contro ogni manifestazione della cultura ‘borghese’ occidentale, rifiutata acriticamente e a priori come ‘corrotta’, ‘decadente’, ‘di scadente qualità’. La cultura aveva, in questa prospettiva, una funzione immediatamente politica ed educativa nella misura in cui era ‘realistica’, parlava del popolo e per il popolo, si teneva vicina al partito e alle sue direttive politiche”.

Sergio Mauri
Autore Sergio Mauri Blogger e studioso di storia, filosofia e argomenti correlati. Premio speciale al Concorso Claudia Ruggeri nel 2007; terzo posto al Premio Igor Slavich nel 2020. Ha pubblicato con Hammerle Editori nel 2014.