Ricognizione sulla situazione economica italiana.

Draghi,_Mario_(IMF_2009)
Draghi,_Mario_(IMF_2009)

Che dire delle dichiarazioni di Draghi o delle sue relazioni finali? Certo, la relazione ha presentato anche delle piccole diversità formali rispetto al passato: il governatore in un paio di occasioni è andato a braccio e ha detto la sua, segnando una discontinuità rispetto al solito canovaccio. Ha richiamato anche l’attenzione sui diritti dei consumatori. Ormai anche questo è diventato un modo per farsi vedere bravi.

Ma nella sostanza non vedo grossi cambiamenti. Draghi parla ancora di un’Italia da rilanciare. Sono parecchi lustri che sentiamo la stessa solfa. E’ ovvio che siamo tutti d’accordo sul principio generale astratto: chi è così scemo da non volere che l’Italia migliori, rilanci la sua economia e tutto ciò che ne consegue? Ma se dobbiamo scendere nei particolari, nel concreto dei “conti da pagare” (cosa che lui – peraltro scaltramente – omette di fare) non siamo più così d’accordo. Ho la sensazione che a pagare siano chiamati i soliti: si parla sempre di innalzamento dell’età pensionabile e di spinta (ulteriore) verso la previdenza complementare, di americanizzazione della sanità, un affare per pochi gruppi finanziari e ulteriore precarietà ed insicurezza di reddito per i pensionati ex-lavoratori dipendenti, ma anche artigiani, commercianti eccetera.

Certo, come nelle migliori tradizioni della borghesia italiana, i profitti sono privati, ma i costi sono collettivi. Confermando che non viviamo in una società di mercato di tipo “puro”, dove – bene o male – tutti ne pagherebbero le conseguenze, ma in un capitalismo assistito, clientelare e superato, orientato al consenso corporativo di gruppi sociali ben distinti ( grande capitale finanziario e produttivo, parte delle categorie di piccola imprenditoria) e di tipo…. sovietico quando si tratta – per l’appunto – di spalmare i costi sociali di ristrutturazioni e (dis)avventure imprenditoriali al confine col malaffare (vedi la bolla speculativa sull’immobiliare).

Certo, fa impressione il dato del debito pubblico gravante su ognuno di noi (27,000 €), ma non lo si risolve colpendo le pensioni o aumentando il bollo auto. Il respiro dev’essere più ampio: colpire le rendite improduttive del paese e, a cascata, tutto ciò che corporativisticamente viene protetto dallo Stato in quanto capitalista collettivo.

Lo so, sto parlando di fantascienza…

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