Qualità della TV.

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Se un potere dispotico s’insediasse nei paesi democratici, esso avrebbe certo caratteristiche diverse che nel passato: sarebbe più esteso, ma più sopportabile e degraderebbe gli uomini senza tormentarli. Alexis de Toqueville

Ormai il dado è tratto. Endemol (ex proprietà di Telefonica) è ora di proprietà dal consorzio formato da Mediaset (attraverso l’alleanza paritetica Mediacinco Cartara composta da Mediaset al 25 % e Telecinco al 75%), dal fondo Cyrte di John de Mol, e un fondo private equity della Goldman Sachs. Battendo così l’altro consorzio formato da De Agostini, Gori e Magnolia. Endemol capitalizza 3 miliardi di euro ed è presente in 25 paesi. Così, i format prodotti dalla compagnia olandese, che già girano sulle reti Rai, avranno ora proprietà Mediaset. Alcuni paventano il rischio di una ulteriore uniformità ed omologazione nei programmi televisivi che proprio non brillano per originalità e spazio alla cultura. Fedele Confalonieri assicurava, da parte sua, che non avrebbe usato Endemol contro la Rai; non sarebbe stato né corretto né legale.

Luciano Violante, bontà sua, si risvegliava e ammetteva che “c’è un problema. Perché Endemol produce per la RAI. Cioè prende i soldi dalla concorrenza”.

Lungo tutti gli anni ’90 ci hanno riempito la testa con una bassa propaganda sulle virtù del capitalismo neoliberista, sulle sue capacità di autoregolamentazione e concorrenza che avrebbero fatto emergere nuovi attori sul mercato. Tutto questo non si è visto, anzi, abbiamo assistito ad una crescita delle posizioni monopolistiche e alle concentrazioni industriali, quelle analizzate da Marx 150 anni fa (!), di cui anche l’acquisizione di Endemol è un tassello.

Non c’era da meravigliarsi che Gentiloni esultasse per l’acquisto di Mediaset, come non c’era da meravigliarsi che Bersani, quello che voleva liberalizzare le licenze dei taxi, poi applaudesse a Mediaset che procedeva sulla strada della concentrazione monopolistica.

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