Letteratura slovena-Illuminismo, Fisiocrazia.

Letteratura slovena
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L’epoca che andiamo a trattare vede il confronto con le idee fisiocratiche e illuministiche. Avvengono dei cambiamenti nella società europea e slovena. Parliamo dunque del Settecento, quando dal 1768 in poi, gli sconvolgimenti avvenuti provocano il rapido dissolvimento del sistema feudale in Europa. Compare una classe imprenditrice borghese e la genesi di un sistema economico nuovo, il capitalismo, che avrebbe presto richiesto un nuovo ordine sociale e politico. Si riprende la questione del “riconoscimento nazionale” e letterario degli sloveni. Inizia una nuova età nelle lettere slovene, quello dell’Illuminismo e del pre-Romanticismo che si dipana dal 1768, quando Marko Pohlin pubblica la sua Krajnska Gramatika. Poi nel 1830 (altra data importante) esce la Krajnska čbelica, che segna l’inizio del vero e proprio Romanticismo. L’Illuminismo fu, come affermato dal filosofo tedesco Kant, il tempo in cui l’uomo abbandonò la sua infanzia e raggiunse la maturità, l’età della ragione. La cultura e società slovena dell’epoca, si collocava anch’essa tra questi meridiani e paralleli. Ad esclusione della Slavia Veneta e della parte settentrionale dell’Istria, annesse alla Repubblica di Venezia, nonché dell’Oltremura, al di là del fiume Mura verso est, inglobata nel Regno di Ungheria, la maggior parte del territorio etnico sloveno si trovava sotto il dominio asburgico. Il territorio non era un’unità amministrativa a sé stante, ma era diviso nei Principati di Carinzia, Stiria, Carniola, Marchesato d’Istria, Contea di Gorizia e Libera città di Trieste. Questo era il territorio etnico sloveno all’epoca dell’Illuminismo. Di queste unità, solo la Carniola era compattamente slovena. Nelle altre regioni gli sloveni convivevano con nazionalità di lingua tedesca o italiana, ma in Istria anche con croati e in Friuli con Ladini. Secondo lo storico Bogo Grafenauer (Storico sloveno (Lubiana 1916 – 1995); insegnò dal 1956 storia slovena presso l’università di Lubiana; si occupò di storia medievale del suo paese, specie della Carniola nei secoli 6º-9º, delle rivolte contadine dei secoli 15º, 16º e 17º, dei contadini sloveni nel 1848 e del movimento nazionale sloveno in Carinzia nei secoli 19º e 20º. Accanto a studî particolari, notevole la sua Zgodovina slovenskega naroda (“Storia della nazione slovena”, 3 volumi, 1954-56)), il primo censimento noto svoltosi in questi territori, ripresi poi da Peter Kosma nella mappa della Slovenska Dezela, svoltosi nel 1754, rilevò la presenza di 900000 persone. In stragrande maggioranza contadini e in minima parte preti, monache, unico strato intellettuale di cui gli sloveni potessero disporre. L’aristocrazia si reputava internazionale o tutt’al più tedesca o italiana anche se nei territori padroneggiava la lingua slovena (vedi corrispondenza Marenzi-Serafini). Nella corrispondenza privata tra Ester Massimiliana Coraduzzi e la Marenzi si usava lo sloveno. Nessuna delle due nobili era slovena, la prima era di stirpe austriaca-tedesca (nobile carinziana), la seconda di prevalente cultura italiana e a Trieste viveva nel Palazzo Marenzi (via dei Rettori) e corrispondeva con la madre in sloveno. L’aristocrazia all’epoca utilizzava più lingue, prevalentemente il tedesco, ma anche il francese, l’italiano e conosceva molto bene lo sloveno. Nel corso del Settecento l’idioma sloveno conquistava sempre maggiore considerazione negli ambienti borghesi. Lo si evince anche dalla Raccolta di composizioni di poesie italiane, latine, francesi, carnioline, tedesche, greche ed ebraiche. Si tratta di una silloge poetica edita a Gorizia nel 1779. Vi trovano spazio due odi slovene (carnioline). Entrambe in onore al conte Giovanni Filippo di Coblenza. Una delle poesie è ascrivibile a Juri Dapel (?) (1744-1807) nominato anche vescovo di Trieste, l’altra ode è attribuibile ad Andrej Lodel (?) prete, (1743-1808). Sono poesie di scarso valore artistico e sono uno dei rari esempi di poesia secolare slovena. Altro esempio di poesia secolare è riprodotto nella storia valvasoriana Glorie del ducato di Carniola del 1689, primo esempio di poesia slovena stampata. Abbiamo poi le prediche manoscritte del vescovo di Gorizia Carlo Michele d’Attems (1711-1774), poliglotta e cosmopolita, nobile. Ritenne di dover predicare nella lingua della sua diocesi. Attems fu affiancato nel Settecento da diversi religiosi: Jozef Cusani (1702-1764), Princip Laurencic (1703-1758) Filip Repec (czs finale) (1706-1773), Franc Veluki (1771-1849). Il popolo sloveno, tuttavia, continuava a rimanere drammaticamente afflitto dalla miseria, dall’arretratezza culturale, dall’analfabetismo. Ancora nella seconda metà del XVIII secolo questo popolo non si discostava dal ritratto pessimistico di Valvasor. Con le riforme di Maria Teresa e poi di Giuseppe II si videro gli effetti dirompenti delle stesse. Le riforme abolivano il giogo feudale, concedevano la libertà individuale ai sudditi, limitavano i privilegi dell’aristocrazia e il potere conservatore della Chiesa, sollecitando la nascita della borghesia e della mobilità sociale. Si sviluppò l’industria e il commercio. Fu istituita l’iscrizione obbligatoria alla scuola. Ciò fece sbarcare tra gli sloveni lo spirito illuministico di Voltaire, di Rousseau, Montesquieu e Diderot. Un agostiniano scalzo, padre Marco Porfirio di Dugnano percepì questo nuovo clima. Morì nel 1801. Entrò in contatto con l’intellighenzia ceca che aveva un influsso determinante sui restanti popoli slavi. Favorì la conoscenza delle arti e delle scienze tra gli sloveni al fine di una loro duplice crescita, culturale e nazionale. Vedi il Manuale d’uso e aiuto ai contadini (1789). Scrisse anche l’Abecedario (1765) e il Libricino per fare i conti (in originale rajtenga che deriva dal tedesco rechnung).

La Krajnska Gramatika fu pubblicata nel 1768. È un testo importante anche se scientificamente inattendibile. Tuttavia, l’autore, Marko Pohlin, fu insignito del titolo di “padre della rinascenza nazionale”. Pohlin realizza la situazione disastrosa degli sloveni, il loro servilismo, la miseria e la mancanza di orgoglio nazionale. È il primo autore a interpretare in modo battagliero la rinascita nazionale, è critico verso la presenza tedesca sul suolo sloveno e l’uso del tedesco nell’aristocrazia. Vuole lo sloveno nelle scuole. La lingua slovena non va denigrata, essa appartiene alla grande famiglia delle lingue slave che si parlano dall’Istria al Mar Caspio, dalla Carinzia al Mar Artico, dalla Stiria alla Tataria. Mentre per Trubar lo strumento di identità e acculturazione era l’abecedario, per Pohlin era la grammatica. Pohlin, tuttavia, non si conferma come vero illuminista, poiché non ricerca l’avanzamento del popolo, ma il controllo dello Stato e della Chiesa sulle masse contadine. L’autore è un conservatore e reazionario non solo per i più recenti critici, ma lo fu anche per i giansenisti contemporanei. Anche dal punto di vista filologico le critiche sono state molteplici. Per i protestanti, la lingua slovena ufficiale era un mix tra la parlata lubianese (centrale) e quella della Dolejnska, la parlata originale di Trubar. Pohlin invece piega ciò alla parlata della sola Ljubljana. Più squisitamente letteraria fu la partecipazione dell’autore all’almanacco sloveno, Antologia degli scritti sloveni delle belle arti. Abbiamo poi l’almanacco Pisanice, redatto tra il 1779 e il 1781, che è il primo almanacco in lingua slovena. Ne usciranno quattro numeri. È ispirato al viennese Almanacco delle muse. Vi collaborano Pohlin, ma anche Janez Damascen Dev. La figura centrale dell’illuminismo sloveno è Ziga Zois col suo cenacolo lubianese. La periodizzazione dell’Illuminismo sloveno è sostanzialmente in tre fasi: 1) Pohlin e Dev 2) il cenacolo zoisiano 3) l’Illuminismo periferico, dal centro verso l’esterno: Stanic. Le tre fasi vanno dal 1750 al 1830. Ci fu dunque un cambiamento con l’inserimento dei laici. Lo sgretolamento del sistema feudale favorì anche fra gli sloveni l’ascesa della borghesia con ideali nazionali. Cominciano a farsi strada le prime opere letterarie veramente laiche. Gli autori più importanti sono quelli del cenacolo zoisiano. Zois, triestino di nascita, nato, presumibilmente, in via Punta del Forno[1] oppure nella residenza estiva di Barcola, di madre slovena e di padre bergamasco della minoranza ladina. È una famiglia di industriali. Ziga legò il suo nome alla letteratura. Seppe attrarre i geni della sua epoca. Fu illuminista poco incline alle idee della rivoluzione francese. Il padre comprò il titolo nobiliare per la famiglia. Scrisse, di suo, pochi versi occasionali, fu traduttore dal tedesco. Fu sostenitore delle iniziative linguistico letterarie slovene. Ispirò un risveglio letterario nazionale. Fu a fianco di Appel quando pubblicò la seconda traduzione della Bibbia. Kopitar fu suo segretario personale. Zois fu tuttavia di formazione italiana. Fu promotore della slovenità forse a causa del suo legame con la madre. France Kidric ipotizzò che la infatuazione di Zois per le lettere slovene fosse derivato dall’Illuminismo e dal suo carico di responsabilizzazione intellettuale. Rimane un mistero. Zois confesserà di essere sloveno e slavo. Fu fondatore dello Ljubljanske Novice, primo giornale sloveno. La sua ambizione fu anche quella di elevare le masse da un punto di vista nazionale. Prodromico al successivo periodo romantico.

Linhart fu valoroso artefice del risveglio sloveno, dopo Zois, mente di questo risveglio. Nacque nel 1756 a Radovnica da famiglia artigiana. Dopo il fallito tentativo di diventare monaco cistercense, si dedicò alla carriera impiegatizia. Fu alto funzionario scolastico. Iniziò scrivendo in tedesco. Poi la conversione allo sloveno grazie all’influenza di Ziga Zois. Tra il 1788 e il 1791 pubblicò la prima opera storiografica slovena di ispirazione empiriocriticista (ante litteram): Profilo storico della Carniola e delle vicine regioni slave meridionali. È importante la prefazione di Linhart al secondo volume. Egli prospettò che l’Impero austro-ungarico era popolato da un gran numero di slavi. Avrebbe proposto diritti e potestà agli slavi, nazione più diffusa nell’Impero. Austro-slavismo politico. Nel secondo capitolo, Prefazione, c’è la novità di una nuova descrizione del temperamento sloveno e slavo. Mentre prima si era usata la mitezza o sottomissione degli slavi ad altri popoli, ora Linhart rifacendosi in parte a Rousseau, in parte a Herder, trattò la materia senza falsi pudori. Parla della crudeltà e vendicatività degli antenati sloveni. Non sappiamo l’intento di Linhart quando descriveva quelle crudeltà, ma si testimonia il cambiamento. In Linhart è il popolo che fa la storia, mentre in Valvasor era il monarca. Rigetta il fatto che gli sloveni siano un popolo “senza storia”. Parla del Regno di Samo, della Carantania, della cristianizzazione del Medioevo. Nel caso di Samo, commerciante franco, egli si mise alla guida della prima coalizione di popoli che costituirono il primo regno slavo in assoluto. Per Linhart la nazione è una comunità con un carattere, usi e costumi specifici ed è una comunità che ha coscienza di sé, anche nelle regioni contermini.


[1] Via Procureria.

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About the Author

Sergio Mauri
Blogger, autore. Laurea in Discipline storiche e filosofiche. Premio speciale al Concorso Claudia Ruggeri nel 2007; terzo posto al Premio Igor Slavich nel 2020. Ha pubblicato con Terra d'Ulivi nel 2007 e nel 2011, con Hammerle Editori nel 2013 e 2014, con PGreco nel 2015 e con Historica Edizioni e Alcova Letteraria nel 2022 e Silele Edizioni (La Tela Nera) nel 2023.