Fonti, testimoni-Letteratura italiana.

Fonti-Testimoni-Letteratura italiana
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di Sergio Mauri

Viviamo in un’epoca in cui esistono le fonti materiali e le fonti digitali.

Esempio di materiale: “testimone” (manoscritto, eccetera). Il testo è il risultato ultimo di ricerca dei documenti. In filologia viene chiamata “carta” C. (singola) e C.C. (più di una), con R (recto) e V (verso) rispettivamente fronte e retro. La “carta” è un foglio o pagina. Esempio di un testimone, Piccolo mondo antico una sceneggiatura di un romanzo; diventa fonte quando viene pubblicato da chi viene scritto. Solitamente i nostri testimoni sono manoscritti, bisogna vedere se sono manoscritti d’autore o successivi. Dovremo mettere a confronto tutti i testimoni a nostra disposizione, e così facendo rilevando i vari errori, potremo stabilire quali di essi sono “veri”.

Dattiloscritto, scritto a macchina, copiato. Chi lo ha scritto?

Il lavoro del filologo parte dagli archivi.

D’Annunzio – Libro segreto (diario) Via Circus 119.

Ecco il Serchio.

Testo di commento (e non di critica) –> “edizione commentata”.

Se l’esponente della nota viene messo dopo il punto, essa riguarderà non solo l’ultima parola, ma tutta la frase.

I tre puntini circondati da spazio bianco indicano che manca un pezzo di testo. Se invece sono attaccati ad una parola indica che la frase viene lasciata in sospeso.

I tre puntini in parentesi quadra indicano una mancanza di testo in una citazione.

  • HAPAX – Leo Spitzer (Novecento).[1]

Hapax relativo: quando una parola compare una sola volta in tutte le opere di un certo autore.

Hapax assoluto: quando una parola viene coniata e compare una sola volta nella lingua di un determinato secolo in una determinata lingua.

Esempio: “testare”, ha poi perso il suo status di hapax assoluto divenendo un termine di uso comune.

L’hapax è funzionale al lavoro del filologo, viene trovato in maniera empirica, facendo un lavoro sistematico di confronto dei termini di un autore, il contesto serve per capire con quale significato vengono usate certe parole.

La concordanza è un ausilio per il filologo per confermare o meno la sua interpretazione.

[intratext] à sito che raccoglie testi sia di letteratura che di storia, eccetera. Serve per controllare la concordanza.

Concordanza: è identificare una parola e accanto ad essa identifica tutte le opere in cui viene usata.

Esempio: sono state scritte diverse copie della Commedia di Dante, tuttavia, i vari manoscritti riportano alcune differenze, nella lunghezza o nella scrittura. Il filologo quando allestisce una critica prende in esame tutti i manoscritti di una certa opera.

  1. Lectio facilior
  2. Lectio difficilior[2]

Se in uno scritto alcune parole sono di difficile lettura, il filologo cerca di darne una interpretazione che potrebbe facilitare il senso della frase (1), oppure complicarla (2).

Quando un filologo ricostruisce la parola non lo fa solo sulle sue competenze linguistiche. Deve attuare un processo di empatia e contestualizzazione al termine nel periodo in cui è stato scritto il manoscritto (o presumibilmente redatto). Oltre a questo, deve conoscere quelle che sono le parole che l’autore ha usato in altre opere più frequentemente.


[1] Linguista e critico letterario austriaco.

[2] Il lemma lectio nella forma di locuzione lectio difficilior (letteralmente “lezione – o lettura – più difficile”) viene ad indicare in filologia e in critica testuale un procedimento per cui, nella stesura di un’edizione critica di un testo, di fronte alla presenza di due o più lezioni dissimili ma con pari autorità (varianti), si sceglie quella che presenta la difficoltà intrinseca maggiore: da qui, quindi, letteralmente la lezione più difficile, la “lectio difficilior”. Tale difficoltà può essere intesa del punto di vista semantico, dal punto di vista morfologico, dal punto di vista morfosintattico, dal punto di vista lessicale; tale scelta viene motivata dal seguente assunto: sembra più probabile che nell’atto della copia di un codice, di un manoscritto, si possa sostituire – o sbagliare a trascrivere – una parola difficile, rara, ricercata linguisticamente piuttosto che fare il contrario (ossia sostituire involontariamente una parola banale o semplice, facile, con una dotta, con una “più difficile”). Il contrario della lectiodifficilior è, appunto, la lectiofacilior (letteralmente “lezione più facile”); tale locuzione sta ad indicare una lezione più facile che con maggiore probabilità – secondo il criterio della potior e melior – è suscettibile a variazione: in definitiva e nell’atto pratico, insomma, come si diceva prima, l’esatto opposto della lectio difficilior.

Sergio Mauri
Autore: Sergio Mauri, Blogger. Premio speciale al Concorso Claudia Ruggeri nel 2007; terzo posto al Premio Igor Slavich nel 2020. Ha pubblicato con Terra d’Ulivi nel 2007 e nel 2011, con Hammerle Editori nel 2013 e 2014, con PGreco nel 2015 e con Historica Edizioni e Alcova Letteraria nel 2022 e Silele Edizioni (La Tela Nera) nel 2023.
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