Dante-Canto XV dell’Inferno-Canto dei Sodomiti.

La Divina Commedia
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di Sergio Mauri

Canto XV dell’Inferno (Canto dei sodomiti). Simulazione lettura.

All’esame ci può venir chiesto quali sono state le fonti bibliografiche, cartacee o digitali, autore, curatore e così via. I commenti possono essere di tipo scientifico, eseguiti da critici che li fanno per professione, oppure da non addetti ai lavori: altri poeti, scrittori, filosofi. Il commento scientifico restituisce la koinè linguistica e retorica del canto. Nell’altro caso, l’autore segue un principio di piacere che gli serve per affermare la grandezza del poeta e dell’opera oppure per usare il commento all’interno della propria opera.

Il filo rosso di questo canto può essere la speranza che si trova in ogni uomo. È un canto che Dante scrisse come invettiva contro i fiorentini, in cui per farsi capire dai fiorentini stessi che diceva essere popolo basso, poiché essi venivano da Fiesole e non da Roma, Dante quindi abbassa parallelamente il linguaggio al livello della rozzezza dei fiorentini. La metafora della cruna dell’ago si può vedere in due modi: nel senso immediato e materiale e in quello secondo cui Dio riesce a vedere il bene anche in un mare di male.

Il primo contatto che ha Dante con Brunetto, qui è uno sguardo e poi il contatto della mano chinata sul volto di Brunetto.

Greggia al verso 37 significa comunità. Il verso 38 restituisce il senso del libero arbitrio: “s’arresta punto, giace poi cent’anni”. Se mi fermassi arrostirei. Brunetto Latini si eleva tuttavia dagli altri dannati perché, quando parla di loro usa dei verbi e un lessico di un certo tipo (li chiama masnada), non li chiama più greggia, famiglia. Quando lui è parte di questa schiera, la chiama greggia, famiglia; quando però deve giudicare gli altri, li chiama masnada, come coloro che hanno commesso un peccato. Possiamo dire che, visto l’uso delle parole, secondo Dante Brunetto non fosse colpevole o fosse vittima di una diceria.

Le figure inserite nei vari strati in cui si configurano le cantiche sono dei “ganci cognitivi” per chi sta leggendo in quel momento. Dante riabilita Brunetto, considerato un sodomita, rispetto a Dio, non rispetto al popolo. Ma sottintende anche che, se Dio ha visto la sua colpa è bene che sia condannato.

Versi 49-51: sono qui sottoterra, in una situazione assurda, nel mezzo del cammino della vita, a 35 anni, vivo per volere di Dio.

Verso 61: il popolo maligno è quello di Firenze.

Verso 62: ripercorriamo la storia. Cesare conquista Fiesole e la distrugge. Ricostruisce quel popolo antico sostituendolo coi Romani che fanno parte dei fiorentini. Però non ha sterminato tutti i fiesolani, quelli che sono rimasti si sono mescolati e hanno preso il sopravvento.

Verso 63: i fiesolani sopravvissuti hanno ancora le caratteristiche “del monte e del macigno”, sono cioè rozzi e pesanti, non sono raffinati.

Verso 64: questo popolo, la parte “marcia”, ti si farà nemico, ma “per tuo ben far”, così potrai dimostrare la tua natura buona.

Versi 65-66: ed è perciò che non puoi fruttare dolci frutti in mezzo, avvinto dagli amari sorbi.

Versi 67-69: costoro sono orbi, non vedono la bellezza. È gente non solo cieca, ma pure non generosa, non sa perdonare e si pensa migliore degli altri. Dal loro modo di fare devi ripulirti.

Dante scrive la Commedia perché vuole viaggiare nella sua formazione, per dimostrare attraverso quali gradi si arriva alla sapienza. Dante ha avuto la fortuna di farlo da vivo e non da morto.

Versi 70-72: il popolo fiorentino che Dante ci dice essere composto dai cattivi fiesolani e dai buoni Romani. La fortuna è il destino voluto da Dio che farà si che entrambi (buoni e cattivi) riconosceranno la bontà delle idee di Dante. “Ma lungi fia dal becco l’erba”, ma non abbassarti, stai alto. Qui Dante rivendica l’ingiustizia dell’esilio, un po’ come l’ingiusto destino toccato a Brunetto. Una parte della critica fa risalire la parola becco al caprone, in collegamento ai macigni e ai monti, affermando che qui si voglia dire di non assumere la parte del caprone. Un’altra parte della critica dice che il becco sarebbe quello di un uccello, nel senso che Dante può “volare” nei vari livelli e mondi della Commedia, in realtà metaforicamente potrebbe essere paragonato a un uccello che butta via la mala erba dal becco.

Versi 73-75: strame è un campo coltivato. Qui si dice che i fiesolani si mangino pure le loro cose sbagliate.

Versi 79-87: parla al suo padre spirituale, Brunetto, dicendogli che, se il suo (di Dante) desiderio si fosse realizzato Brunetto non sarebbe morto. Lettura temporale: l’uomo si eterna con la poesia. Lettura politica: l’uomo come società, attraverso la politica, può andare avanti.

Dante afferma anche (verso 82) che nella mente gli si è conficcata l’immagine di una figura paterna cara e buona. Dice anche che questo peccatore non gli ha insegnato a peccare, ma come essere eterno, attraverso la scrittura. Brunetto gli ha fornito gli strumenti per elevarsi laddove non avrebbe potuto farlo. Brunetto e il Tresor sono importantissimi per Dante.

Versi 86-87: abbiamo un Dante consapevole di essere vivo e di dover portare a termine il suo cammino.

Sergio Mauri
Autore: Sergio Mauri, Blogger. Premio speciale al Concorso Claudia Ruggeri nel 2007; terzo posto al Premio Igor Slavich nel 2020. Ha pubblicato con Terra d’Ulivi nel 2007 e nel 2011, con Hammerle Editori nel 2013 e 2014, con PGreco nel 2015 e con Historica Edizioni e Alcova Letteraria nel 2022 e Silele Edizioni (La Tela Nera) nel 2023.
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Sergio Mauri
Blogger, autore. Laurea in Discipline storiche e filosofiche. Premio speciale al Concorso Claudia Ruggeri nel 2007; terzo posto al Premio Igor Slavich nel 2020. Ha pubblicato con Terra d'Ulivi nel 2007 e nel 2011, con Hammerle Editori nel 2013 e 2014, con PGreco nel 2015 e con Historica Edizioni e Alcova Letteraria nel 2022 e Silele Edizioni (La Tela Nera) nel 2023.