Gli sposi di via Rossetti. Un romanzo di Fulvio Tomizza.

Gli sposi di via Rossetti
Gli sposi di via Rossetti

Oggi intendo parlarvi del libro dell’autore istriano, purtroppo scomparso, Fulvio Tomizza, dal titolo Gli sposi di via Rossetti. Una descrizione del libro, così ne traccia i contenuti: “Nella primavera del 1944, in una Trieste occupata dall’esercito tedesco e lacerata dall’odio tra italiani e sloveni, due pacifici sposi vengono barbaramente trucidati. Trent’anni dopo uno scrittore, dopo aver ritrovato uno strano gruppo di lettere, prova a ricostruire la misteriosa vicenda.”

Questa è una descrizione abbastanza interessante anche se molto breve e limitata di quello di cui parla il libro. Ne ho lette di più balzane e scritte chiaramente da persone che non hanno letto il libro. Oppure che hanno letto il libro, ma non conoscono la storia di Trieste e della sua comunità slovena. Documentarsi, prima di scrivere, sarebbe il minimo.

Il libro è stato scritto sulla base del carteggio dal carcere tra Vuk e sua moglie, consegnata allo scrittore da un amico sloveno. I protagonisti del libro sono due: Stanko Vuk, Danica Tomažič, fidanzati e futuri sposi al tempo del fascismo oppressore e distruttore del mondo slavo che considerava, ovviamente, barbaro, perciò giustamente da distruggere. I convitati di pietra sono diversi: Josip Tomažič – Pinko, fratello di Danica, che sarà poi fucilato a conclusione del secondo processo di Trieste. Il terzo ucciso assieme agli sposi; Zajc, i loro genitori, che gestivano il Buffet da Pepi nell’attuale via Cassa di Risparmio. Poi, ancora, i comunisti sloveni, i “bianchi” cattolico-reazionari se non fascisti in alcuni casi, sloveni, meglio conosciuti come Domobranci.

Il libro si svolge all’interno di una realtà sconosciuta alla maggioranza italiana di Trieste, quella della comunità slovena, negli anni terribili del fascismo e della guerra. Dice Tomizza all’inizio del libro:

Questa storia, […], è largamente ignorata nella mia città. In seno alla minoranza etnica è invece conosciuta fin troppo, ma vi si tende a non rivangarla, per quel senso di non turbamento che insorge di fronte a un destino particolarmente crudele […].

Già in queste poche righe d’apertura le parole usate e soppesate accuratamente, sono rivelatrici di una situazione. Interessante anche l’accenno, che poi sarà approfondito, sui responsabili della strage:

[…] Per il partito cattolico, o per quello genericamente conservatore o “benpensante”, a irrompere armato di pistola nell’abitazione di via Rossetti il 10 marzo 1944 fu un commando rosso. Per gli altri (comunisti, progressisti, laici, quanti cioè ritengono di camminare al passo della storia), i tre assassini in trench chiaro e basco blu non potevano che essere bianchi, vale a dire collaborazionisti dei tedeschi. La sola cosa certa è che erano sloveni, come le loro vittime, e come tutti coloro che ancora si mostrano interessati al grave fatto.

Non voglio togliervi la voglia di leggere il libro, tuttavia qualche accenno ai contenuti ed alle conclusioni si può fare. Nel carteggio che rimane sullo sfondo lungo tutta la narrazione fatta da Tomizza si dipana la storia di questi due giovani sloveni, in opposizione al regime fascista, se non altro per autodifesa, e del loro amore, spesso sofferto e contradditorio come tutti gli amori. Vuk con conoscenze e studi letterari di alto livello che toccavano anche la letteratura italiana, e che in italiano si esprimeva obbligatoriamente anche se non perfettamente nelle lettere; giovane donna di cultura ed ingegno lei, peraltro sorella di Pinko, militante comunista di chiara fama. Entrambi emarginati dai loro coetanei italiani, verso cui nutrivano alterità e un comprensibile senso di contrapposizione.

Nelle pagine finali del libro Tomizza indaga più serratamente sull’omicidio e su chi avesse avuto interesse a compierlo. Dice Tomizza:

[…] La polizia non avviò un’inchiesta né fece conoscere l’esito dei rilevamenti; nei suoi archivi il caso figura registrato, ma il relativo fascicolo oggi si presenta vuoto. I giornali non ne parlarono affatto, la cittadinanza ne ebbe notizia dal necrologio dei familiari. A confondere le valutazioni concorrevano non poco il coinvolgimento del forestiero (Zajc, nda) e l’eventuale parte da lui sostenuta nell’oscura trama. E’ a ogni modo opinione pressoché comune che egli vi si fosse trovato casualmente implicato e che obiettivo dei sicari restasse l’uccisione dei coniugi Vuk, non il contrario. Su quest’ultimo punto concordo anch’io : basterebbe, se non altro, la minaccia diretta del carsolino Jazbec a convalidarlo. Mi rimane invece un dubbio sull’assoluta estraneità al caso da parte del fuggiasco Zajc. Don Božo Milanović lo presentò quale perseguitato dai “rossi” , circostanza che rafforzerebbe l’ipotesi della sua estraneità poiché gli assassini, qualora bianchi e cioè anticomunisti, non avrebbero senza esitazione fatto fuori uno della loro parte pur di condurre a termine la loro missione; e se furono loro a sparare vuol dire che lo ritenevano o un intruso o un rosso anche lui. Sussistono prove inconfutabili che almeno in parte smentiscono la presentazione di don Milanović: lo Zajc non era appena scappato da Lubiana, si trovava da oltre un anno a Trieste e aveva preso regolarmente dimora in via Tivarnella, a cento metri dalla stazione ferroviaria. Secondo quanto testimoniano le autorità jugoslave e i suoi stessi familiari, egli già dal 1941 svolgeva attività politica a favore del Fronte di liberazione,, nel quale figurava inquadrato. Tale sua posizione aveva avuto indiretta conferma qualche giorno dopo la sua morte: la moglie compose il necrologio a pagamento per il quotidiano ufficiale di Lubiana annunciando che il consorte era deceduto a Trieste “per mano assassina”, e i redattori del giornale collaborazionista si videro costretti a parare la velata incriminazione aggiungendovi l’aggettivo “comunista”. L’imputazione contraffatta di quei giornalisti viene ancora condivisa da quasi tutta l’ala conservatrice della minoranza slovena di Trieste e Gorizia, e la si appoggia soprattutto a due indizi: nel carcere del Coroneo, prima ancora del processo il gruppo estremista minacciò di uccidere Stanko Vuk non appena sarebbe tornato libero; all’indomani del massacro qualcuno del rione “rosso” di San Giacomo ascrisse al suo partito la liquidazione dei tre “bianchi” in via Rossetti. Tralasciando i comunicati ufficiali di alcuni giornali del Fronte partigiano che invece commemorarono la figura del poeta antifascista da pochi giorni uscito dal carcere e soppresso dai collaborazionisti per impedirgli l’entrata nelle file dei combattenti per la libertà, torna ad affacciarsi legittima, pur se in termini rovesciati, la domanda: se il fine dell’incursione era quello di eliminare Stanko Vuk, gli esecutori comunisti, difficilmente dotati di trench bianco e misuratissimi nelle loro operazioni in una città fortemente presidiata che casomai offriva loro ben altri bersagli, avrebbero soffocato nel sangue anche due loro attivisti, uno dei quali aveva avuto per fratello l’eroe Pino Tomažič? […] papà Tomažič, quando il pover’uomo si ritrovo in grado di connettere. Senza tema di smentita egli stabilì che nell’allarme in cui vivevano in quei giorni i due sposi, mai essi avrebbero spalancato di notte la loro porta di casa, fornita di catena interna, a una voce non intima. La Zita a Villa del Nevoso […] don Milanović, Boris Pahor già a Dachau, i due minacciati di morte non contavano su altre voci di cui fidarsi; ed è poi da escludere la partecipazione di una quarta persona la quale non avrebbe avuto il tempo materiale per uscire dal palazzo prima degli spari e, dopo la sparatoria, sarebbe stata notata dalla portinaia messasi almeno allora, come infatti si era messa, a fare il suo mestiere. La voce amica va dunque ricercata nei tre uomini scesi a precipizio dalle scale.”

Inoltre, Tomizza si sofferma sul particolare dell’oro rubato dalla scatola di talco in cui era custodito da Danica. E continua:

“Il gesto rapace ribadisce che gli omicidi erano sicari prezzolati, sul tipo di quelli provenienti dalla Slovenia settentrionale, in particolare dalla città di Jesenice, di cui si serviva l’organizzazione terroristica dei collaborazionisti (pro-cattolici, nda) detta Črna roka (Mano nera) per analoghi colpi perpetrati al fine di accrescere il terrore nella cittadinanza. L’operazione aveva richiesto un certo piano..[…]. Annunciarsi quali amici del visitatore sconosciuto, posto che si sapesse della sua presenza, non avrebbe rassicurato del tutto il Vuk, nonostante il suo spiccato senso di ospitalità e di discrezione. Fingersi invece partigiani accorsi per portare i coniugi in salvo accompagnandoli a un distaccamento stabilitosi in località segreta del Carso, presentava maggiori possibilità di riuscita. Stanko non si era infatti limitato a un solo contatto coi guerriglieri. […] l’indomani Zita trovò nell’appartamento pacchi interi di materiale di propaganda del Fronte […]. E la terza vittima? Era il forestiero un bianco o un rosso, oppure una semplice pedina dei mandanti, ugualmente da bruciare coi due? O infine un povero intruso senza pena né colpa? […] Drago Zajc era laureato in filosofia e suonava il violino. Pure lui vicino ai cristiano-sociali, era stato incarcerato a Lubiana dalle guardie bianche che avevano scoperto nella sua cucina un bunker costruito per dar ricetto ai compagni del Fronte, tra i quali il comandante Vilfan. Liberato fortunosamente per intervento di un monsignore, collaborazionista non meno dei carcerieri, era dovuto riparare a Trieste. Per alcuni mesi alloggiò con la moglie all’albergo Continental, dove un anno dopo sarebbe stato ordito l’agguato di via Rossetti. Ricercato dalla polizia italiana che non lo trovò nella camera d’albergo, ottenne rifugio dal commerciante all’ingrosso Giovanni Panjek, cassiere per il Fronte a Trieste, il quale gli offrì uno dei ventiquattro appartamenti del suo stabile in via Tivarnella e lo registrò all’anagrafe. Il laureato di Lubiana riprese l’attività politica illegale e di quando in quando veniva visitato dalla consorte, costretta a rientrare nel capoluogo sloveno per curare il loro unico figlioletto. Il rifugiato intendeva sottrarsi definitivamente ai suoi persecutori prendendo parte attiva alla lotta partigiana, ma desiderava compiere tale passo in compagnia di una persona del suo livello intellettuale. Aveva saputo delle intenzioni di Stanko Vuk, del quale condivideva le idee, e bramava un incontro con lui per prendere l’eventuale accordo. […]

Questa lunga citazione per farvi comprendere la trama imbastita dagli assassini e il livello di analisi ed approfondimento di Tomizza. Nelle pagine finali si da ulteriore dimostrazione di quello che doveva o poteva essere il piano e si punta più chiaramente verso i “bianchi” che risultano essere i più “titolati” ad aver escogitato questo piano criminale. Ultima osservazione, questa del tutto mia e personale. Credo si dimostri ulteriormente, se ce ne fosse ancora bisogno, la tendenza organica ed atavica della destra, di ogni articolazione politica di destra, a presentare le cose in maniera del tutto falsa, nascondendosi dietro un dito, mentre qui come altrove, il collaborazionismo a volte fu peggiore del nazismo originale.