Sulla strategia geopolitica cinese a breve e lungo termine.

The Economist
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Quella cinese sembra una posizione intelligente, scaltra, ma io non credo lo sia. Da una parte è dettata da un “realismo senza principi”, dall’altra è una strada quasi obbligata per evitare di impantanarsi in situazioni di difficile gestione sul piano interno, come sarebbe un eventuale conflitto aperto con gli USA. Il problema però rimane: a quando uno scontro frontale? La potenza cinese rimarrà sempre la numero 2? E non è forse vero che siamo in questa situazione di instabilità proprio perché i galli nel pollaio stanno sempre più stretti?

La scommessa cinese ha completamente a che fare con la propria capacità di aumentare la propria capacità in campo economica, diventando nello specifico il numero 1, sottraendo progressivamente spazio agli USA. Sotto questo profilo, la Cina è disposta a non reagire, se non per minacce esistenziali dirette, scommettendo – appunto – sulla propria capacità di imposizione del proprio modus operandi. In questo senso, secondo la classe dirigente cinese, è nell’economia che va ricercata la chiave del successo egemonico di un paese e nel caso della Cina, forte nei numeri, nella compattezza politica ma anche sociale, forte altresì di un passato importante e di una cultura capace di resilienza oltre che di resistenza, tutto ciò appare come raggiungibile con una buona approssimazione statistica.

Sulle colonne dell’Economist, testata statunitense, ultimamente, causa il conflitto con l’Iran, si è posto l’accento sul ruolo possibile della Cina e su che cosa spera di ottenere la Cina dal conflitto in corso, di cui abbiamo in questi giorni una importante iniziativa di mediazione in Pakistan, di cui la Cina è l’artefice. Quali sono, sia nel breve termine della guerra con l’Iran, sia nel lungo termine le acquisizioni strategiche che la Cina si propone di ottenere e possibilmente riuscirà a ottenere?

L’analisi dell’Economist (e di altre testate strategiche nel corso di questo convulso aprile 2026) delinea un quadro in cui la Cina sta trasformando una potenziale crisi energetica in un’opportunità diplomatica senza precedenti. La mediazione in corso a Islamabad, guidata dal Pakistan, ma con Pechino come architetto e garante, è il tassello più recente di una strategia a due velocità. Ecco le (possibili) acquisizioni strategiche che la Cina punta a ottenere, divise per orizzonte temporale.

Obiettivi nel breve termine (la guerra e la mediazione);

  • il ruolo di “Garante di Ultima Istanza”: partecipando ai colloqui di Islamabad tra le delegazioni di USA (guidate dal VP Vance) e Iran, la Cina non cerca solo il cessate il fuoco. Mira a essere il garante dell’accordo. Se Pechino offrirà garanzie sovrane sul rispetto dei patti, supererà de facto il ruolo storico degli Stati Uniti come unico mediatore credibile nella regione;
  • sicurezza dei flussi energetici (Stretto di Hormuz): con oltre 150 navi bloccate e i prezzi del greggio tra i 115 e i 130 dollari, la priorità tattica è la riapertura delle rotte marittime. Pechino punta a ottenere un “passaggio sicuro” preferenziale per le proprie petroliere, sfruttando la sua leva economica sull’Iran;
  • contenimento dell’inflazione interna: la Cina ha abbassato il target del PIL 2026 al 4,5-5%. Un conflitto prolungato destabilizzerebbe i suoi piani di stimolo dei consumi interni. Stabilizzare l’area significa proteggere la propria ripresa economica.

Obiettivi nel lungo termine (egemonia strategica):

  • logoramento degli Stati Uniti: per Pechino, ogni risorsa che Washington “brucia” nel Golfo è una risorsa sottratta al teatro dell’Indo-Pacifico. La Cina spera che gli USA restino intrappolati in un nuovo pantano mediorientale, lasciando a Pechino più spazio di manovra nel Mar Cinese Meridionale;
  • consolidamento dell’Asse Eurasiatico: la crisi sta accelerando la diversificazione energetica russa verso la Cina. Se l’Iran dovesse uscire dal conflitto indebolito, ma ancora sotto l’influenza cinese, Pechino consoliderebbe un blocco energetico (Russia-Iran-Asia Centrale) immune alle sanzioni occidentali;
  • il “Modello di Pace Cinese”: dopo l’accordo Arabia-Iran del 2023, una mediazione riuscita nel 2026 sancirebbe il successo della Global Security Initiative (GSI). La Cina vuole dimostrare al “Sud Globale” che, mentre l’Occidente porta armi, Pechino porta diplomazia “senza precondizioni”, attirando così altri partner commerciali e strategici.

Cosa riuscirà effettivamente a ottenere? Nonostante la retorica della “neutralità”, la Cina affronta rischi significativi:

  1. vulnerabilità energetica: nonostante le riserve strategiche (circa 1,3 miliardi di barili), una chiusura totale di Hormuz colpirebbe la Cina più di chiunque altro;
  2. equilibrio precario: il successo della mediazione in Pakistan dipende dalla capacità cinese di influenzare un’Iran che, dopo i recenti attacchi, potrebbe essere meno incline alla moderazione di quanto Pechino speri.

In sintesi, la Cina sta cercando di trasformare il conflitto iraniano nel “momento Suez” degli Stati Uniti in Medio Oriente: il punto di svolta in cui una vecchia potenza egemone viene sostituita da una nuova forza mediatrice che usa la leva economica invece della forza militare.

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About the Author

Sergio Mauri
Blogger, autore. Perito in Sistemi Informativi Aziendali, musicista e compositore, Laurea in Discipline storiche e filosofiche e in Filosofia. Premio speciale al Concorso Claudia Ruggeri nel 2007; terzo posto al Premio Igor Slavich nel 2020. Ha pubblicato con Terra d'Ulivi nel 2007 e nel 2011, con Hammerle Editori nel 2013 e 2014, con PGreco nel 2015 con Historica Edizioni e Alcova Letteraria nel 2022 con Silele Edizioni (La Tela Nera) nel 2023 e con Amazon Kdp nel 2024 e 2025.