Transazionale ci ricorda qualcosa che ha a che fare col commercio. Il commercio è anch’esso legato alla transazione come modalità di interazione fra gli umani e il mondo. Ma che cosa lega in particolare il concetto e l’atto della transazione con quello del commercio dove, forse qui vi è una differenza, entra in gioco anche uno scambio monetario? Ciò che collega le due ontologie è lo scambio, un atto che avviene a livello complessivo, esteso fra tutto ciò che c’è, tutto ciò che è presente. Tra noi esseri umani lo scambio assume delle caratteristiche precipue, quelle di uno scambio che viene sempre reificato, oggettivato, anche quando si tratta di sentimenti, valori in gioco o in confronto. Lo scambio è un atto tra enti: una pietra occupa uno spazio che altrimenti sarebbe vuoto o di un altro ente e questo è lo scambio che ha rispetto alla realtà. Io scambio soldi contro merce, ma anche sentimenti in una relazione amorosa. Qualcuno, riguardo i sentimenti, direbbe trattarsi più di un investimento che di altro. Posso essere d’accordo. Un capitale emozionale investito che è tale in quanto frutterà qualcosa in una relazione, la quale presuppone uno scambio. Anche quando si tratti di una relazione con se stesso.
Iniziamo quindi con qualche definizione. Transazione descrive un tipo specifico di interazione o evento, come può essere quello di un’email automatica impostata da un umano, che avviene dunque conseguentemente a un’azione compiuta dall’utente. Commerciale è un concetto più ampio, legato al marketing ed è pianificato, mira alle vendite di una merce a lungo termine.
La compagnia di un amico, che io richiedo esplicitamente, è un atto transazionale o no? Per l’Analisi Transazionale, può configurarsi come tale, poiché nel contesto che essa delimita per studiarlo, è attesa una risposta o un’azione reciproca. C’è uno scambio, un’aspettativa di risposta e l’interazione sociale: tutti e tre sono elementi essenziali della configurazione di quell’analitica.
Tra transazione e commercializzazione o (piano, livello) commerciale, la differenza è netta, oppure vi è un’area, più o meno ampia, in cui i rispettivi insiemi si intersecano? Opterei per quest’ultima soluzione, perché il termine transazione possiede una serie di connotazioni economico-commerciali che tutti conosciamo. Non solo questo, poiché anche nell’ambito dell’Analisi Transazionale si riproduce, in parallelo, questa serie di connotazioni molto aderente allo scambio di tipo economico-commerciale. Questa analitica è una teoria psicologica sviluppata da Eric Berne e si caratterizza per postulare tre stati dell’io – Genitore, Adulto, Bambino – al fine di analizzare interazioni dette transazioni, tra le persone per comprendere e modificare i modelli comportamentali. Le transazioni sono dunque scambi comunicativi, tra due o più persone, analizzati secondo le loro origini negli stati dell’io, con l’obiettivo di capire le dinamiche relazionali. Non credo di aver incontrato solo io questa teoria: comunque mi ci sono soffermato dopo aver iniziato a seguire il lavoro della ricercatrice sociale Sara Stein Lubrano. È una teoria, peraltro, utilizzabile solo in parte per i casi suesposti, ma che sicuramente può essere un aiuto aggiuntivo per comprendere ciò che seguirà. In effetti, mi era sorto spontaneo chiedermi se la classificazione esposta dalla Lubrano (fatti vs. parole; impegno concreto vs. dibattiti) fosse attaccabile da qualche contraddizione, cioè appunto, nel caso dell’amico a cui si richiede la compagnia o di altre azioni svolte nel quotidiano, che è molto difficile negare vengano compiute perché generano un’utilità pure a noi stessi che la compiamo: offrire un caffè, salutare qualcuno, timbrare il biglietto sul bus, non mandare a fanculo tutti i maleducati che incontriamo (palesemente molti), pagare le tasse e così via. È dunque innegabile che le nostre vite siano immerse in una rete molto fitta di transazioni, da cui è complicato anche immaginare di uscire.
La Lubrano suggerisce ci sia una fondamentale differenza tra l’interagire col fattorino che ci porta la pizza e che non rivedremo o, comunque, non avremo bisogno di averlo per amico e la costruzione di un legame significativo, come, per esempio, in un Gruppo di Acquisto Solidale. Tuttavia mi chiedo: perché non dare speranza al fattorino/a di diventare nostro amico o di intrattenere una relazione sessuale con noi? E poi, possiamo escluderlo di principio? La Lubrano suggerisce di costruire relazioni di lunga durata (molti di noi lo desidererebbe) e non transazionali nelle nostre comunità (questa la sua intenzione): cioè, di qualche transazione necessitiamo comunque, come nel caso del portapizze (che però non posso escludere diventi mio amico), ma non è su questo che possiamo puntare se vogliamo gettare sabbia nell’ingranaggio neoliberista (questa la motivazione). Qui, forse, dovremmo parlare di intenzioni unite a motivazioni e del loro potersi realizzare. Infatti, anche i rapporti non transazionali possono risultare inutili, non essere duraturi o nemmeno avere un inizio. I rapporti significativi non sono pianificabili, ma possono cogliersi solo a posteriori.
Lubrano fa qualche esempio oltre a quello dei Gruppi di Acquisto Solidale che, aggiunge, permette ai loro componenti di essere già organizzati contro gli sfratti, visto che hanno condiviso l’esperienza dei GAS, ma anche quello di preparare dei sandwich a supporto di una marcia di protesta è un’azione pratica che crea solidarietà. L’autrice propone un’ulteriore esempio pubblicato in un articolo del Guardian del 18 maggio scorso intitolato: This article won’t change your mind. Here’s why. Quindi, la Lubrano avrebbe scritto un articolo inutile. Perché, poi, compie una mossa sleale, cioè ci dice che si scrivono gli articoli per cambiare le teste delle persone: forse non, anche, per dare qualche informazione, illustrare uno spicchio di mondo altrimenti irraggiungibile? Certo, questo inevitabilmente cambia la testa delle persone, come qualsiasi altra cosa del nostro quotidiano: nulla rimane identico a se stesso.
È, tuttavia, un esempio interessante: vi si sostiene che il cambiamento occorso nella mentalità degli elettori dopo la breve “detenzione” di Trump in seguito a varie accuse nel 2024, passando da un 17% di coloro che giustificavano l’operato di un presidente fuori dalle regole a un 58% di giustificazionismo attuale, dimostrerebbe non solo la dissonanza cognitiva, ma anche la correttezza della sua teoria. A mio modo di vedere dimostra il contrario: una serie di parole in circolazione ha cambiato (sottolineo ha cambiato) l’opinione delle masse, che non mi risulta avessero partecipato a quegli eventi. Semmai qui dovremmo chiamare in causa la posizione sociale, il livello di scolarizzazione, il sistema informativo corrotto e manipolatorio, categorie universali dell’umano come il sadismo e il masochismo.
Ma gli esempi della Lubrano vengono usati per rifocalizzare la politica dalla chiacchiera, dalle parole, al fare. Come italiano mi torna alla mente la “politica del fare” di berlusconiana memoria, che ancora oggi sembra in auge, ma che fa pure il paio col precedente cronologico del “decisionismo” craxiano. Basta “fare”, ma che cosa poi, per essere nel giusto? Ammetto che la Lubrano abbia una ragione generica (l’azione può creare un legame più profondo degli scontri o incontri verbali, ma anch’essa può diventare motivo di scontro), tuttavia a un approfondimento, l’assioma non regge proprio empiricamente, non c’è rapporto causale diretto e dimostrabile tra scelta, azione e presa di coscienza. C’è una sorta di mistica dell’azione in queste posizioni, un’irrazionalità di fondo che porta a ridurre l’azione politica a una serie di piccoli e spesso effimeri interventi. Personalmente confesso di non sapere dire quali siano le migliori strategie e tattiche per una politica progressista e credo neanche la Lubrano lo sappia veramente, ma c’è un fondo di verità in quel che dice: strategie e tattiche nascono dall’esperienza organizzativa e politica e non viceversa.
L’irrazionalità di fondo, tuttavia, di cui parlavo poc’anzi si spiega così, con le parole di Pier Paolo Pasolini: “Che [i giovani] postulano obiettivi rigorosi, totali, assoluti, e, nel tempo stesso, danno il primato all’azione nei confronti del pensiero. La contropartita dell’irrazionalità è il mito dell’organizzazione. I nostri giovani mistici della politica sono anche formidabili organizzatori. Basta pensare alle loro manifestazioni di piazza, negli anni scorsi. Non si era mai visto nulla di simile, in passato. Il dato rivelatore dell’irrazionalismo sostanziale dei giovani è il verbalismo”. E continua: “Le caratteristiche del verbalismo dei giovani sono un’assoluta scorrevolezza d’eloquio, una assoluta capacità di appianare qualsiasi difficoltà di pensiero. Qualsiasi concetto, anche il più complicato, si trasforma immediatamente, nei loro interventi, orali o scritti, in parole che lo semplificano, l’agevolano, lo rendono parlabile. Il lessico è tutto preso dalla sociologia. L’altra caratteristica del verbalismo è la stereotipia. Tutti i giovani usano le stesse frasi, come se dicessero a memoria un testo”. E dietro questo irrazionalismo c’è qualcosa: “Uno stato di incertezza esistenziale, profondamente radicato, che sfiora un tragico senso di impotenza. Nel momento che i giovani depongono il loro invadente, violento e, in fondo, repressivo linguaggio, e li si coglie di sorpresa, appaiono estremamente smarriti. Non ho mai visto giovani così bisognosi del padre come i giovani di questa generazione. Quando non si sorvegliano, il loro sguardo si volge intorno mendicando aiuto.” La mistica dell’azione ha avuto, peraltro, sbocchi fascisti, non dobbiamo dimenticarlo. Il fatto che i dibattiti e le chiacchiere non producano cambiamento nella società, ma anzi ne legittimino le strutture gerarchiche nel profondo, non può essere semplicemente dovuto al fatto che i due livelli di intervento sono diversi, opposti e manchi tra loro una causalità o una correlazione? Sappiamo, tuttavia, che la questione non si esaurisce qui e non solo secondo la semiotica e la pragmatica linguistica, ma anche all’osservazione empirica quotidiana già partendo dalla constatazione che la chiacchiera non impedisce gli accadimenti storici di cui il mondo è costantemente riempito e di cui la chiacchiera è uno degli eventi in cui si manifesta.
Anche sorvolando sul fatto che la Lubrano dà un colpo di spugna a tutta la teoria degli atti linguistici performativi, magari intenzionalmente poiché li detesta, possiamo forse sostenere che i Gruppi di Acquisto Solidale abbiano cambiato il mondo? O possono cambiarlo creandone qualcuno nuovo ogni giorno? Sono le condizioni sociali concrete, empiricamente misurabili e date a poter accogliere un certo numero di GAS o di altre organizzazioni, cosa non modificabile con la semplice volontà.
Nella spiegazione di Lubrano si perde un punto importante: il dominio reale e totale del capitale sulla società in cui viviamo oggi che è uno strumento formidabile di attacco alle relazioni significative di lunga durata, rendendo tutto capitalisticamente valorizzabile, vendibile, commerciabile. È proprio il trionfo di quelle transazioni aborrite da Lubrano.
Anche volendo venire incontro alle idee della Lubrano e affermare che le sue teorizzazioni sono parte di un braccio di ferro col potere neoliberista e accettare di far parte di questa lotta, dovremmo però ammettere ulteriori cose. Innanzitutto, che in Italia, cose del genere sono ormai vecchie e datano almeno 20-25 anni, sono cose già sentite e viste all’opera, ma che sono state per lo più seguite da persone politicizzate, già convinte dell’utilità di quelle scelte e che nulla hanno cambiato in una società in regresso irreversibile, se non mettendola in condizioni di sopportare meglio un sistema deleterio.
Il punto, allora, non è quello di fare piuttosto che parlare cercando di convincere, ma quello di arrivare o essere messi nella condizione di fare qualcosa, visto che oggi nemmeno a quel punto si arriva. Le persone o non trovano utile il fare quello che diciamo e proponiamo noi o invece quando lo trovano utile, lo stanno già facendo per conto loro. Quindi: non cercare di convincere qualcuno, ma agisci anche nelle piccole cose, secondo un’agenda progressiva (Lubrano), si intende. Ma il punto è che le persone non sono sintonizzate su questo, perciò l’alternativa di Lubrano è inefficace. Non ci resta che entrare in qualche gruppo che “fa cose concrete” e darci da fare anche noi. Inutile ribadire che non è nulla di nuovo o per cui la maggior parte dei cittadini si spenderebbe.
In conclusione, transazionale è commerciale, ogni azione umana è soggetta a questa dimensione che è anche una dimensione di significato, poiché lo scambio richiede questo, transazionale e non-transazionale sono l’uno l’altra faccia dell’altro e sono manifestazione reale dell’umano, una sua configurazione eterna con applicazioni contingenti, una possibilità sempre in potenza che si realizza in presenza di una causa sufficiente.
