7.Ottocento e Novecento: un itinerario.
Questi secoli sono attraversati dai temi dello Stato, della rappresentanza politica, dei diritti. (È un itinerario soggettivo e limitato).
- Costituzioni.
Fra i quadri di riferimento teorico di più lunga durata, necessari per misurare sviluppi, scostamenti e rinnegamenti, emergono quelli relativi allo Stato, al suo rapporto con la società, ai poteri e ai diritti, in generale al sistema politico nazionale e internazionale, elaborati a partire dal secolo XVI e maturati tra il XVIII e XIX secolo. I fondatori delle principali categorie politiche di cui ci serviamo ancora sono: Machiavelli, Bodin, Hobbes, Montesquieu, Locke, Rousseau, Kant, Condorcet, Constant, Tocqueville, Mill, Marx.
L’eredità problematica dei secoli XIX e XX, su una molteplicità di questioni (società, tecnologia, mercato, Stato) sarà il terreno su cui andremo a misurarci nel XXI. Stanno nel rapporto tra valori e norme e fra Stato e società. Interessante da notare qui la posizione di Amartya Sen che ha rivendicato l’esistenza di forme di democrazia non nate in Occidente e ha impostato con chiarezza il problema, distinguendo il carattere universale della democrazia sotto il profilo teorico e il problema storico di dove è nata.
Nella costituzione americana si finisce col criticare, della madrepatria, lo strapotere del Parlamento. Argomento che sarà un topos delle polemiche antigiacobine e antidemocratiche dei due secoli seguenti. Le Costituzioni hanno un valore simbolico che rinvia direttamente ai valori e ai fatti storici che le hanno viste nascere.
- Suffragio.
È un punto di snodo fondamentale per la rappresentazioni di interessi e bisogni e la connessione con la natura delle Costituzioni. La lunga esclusione delle donne dalla cittadinanza politica va vista in parallelo con la loro inferiorità civile, sancita dal codice napoleonico e da quelli, come l’italiano, che si ispirarono a esso.
- Proprietà.
Col suffragio universale il pieno possesso della cittadinanza politica fu separato dalla qualità di proprietario che ne era stata per lungo tempo il presupposto. Con l’abolizione del suffragio censitario scomparve una condizione che rendeva la cittadinanza un privilegio. La proprietà rimase una forma, diretta o indiretta, del potere dell’uomo sull’uomo che, disciplinata dal Codice civile, era presente nella società con ovvie conseguenze politiche.
- Diritti sociali.
Nel passaggio dalla società agricola a quella industriale si è tenuto sempre conto dei cambiamenti riguardo la proprietà. Ciò ha condotto alla legislazione sociale e al Welfare State. Abbiamo, quindi, l’enciclica Rerum Novarum di Leone XIII nel 1891, in cui al riconoscimento della proprietà in quanto diritto naturale se ne disciplina l’esercizio finalizzandolo al bene comune.
I diritti sociali possono essere visti come un riconoscimento delle differenze nell’ambito dell’universalità, cioè dell’uguaglianza.
- Fascismo e antifascismo.
Fascismo come scelta di continuità del potere di classe, includente la lotta al comunismo. Rispetto all’Occidente, la tradizione antifascista dell’URSS e delle democrazie popolari si pone in senso diverso. Già canone dell’ideologia ufficiale, si rafforza e intreccia con i motivi nazionali. Si parla, quindi, di “grande guerra patriottica” per distinguerla dalla “guerra patriottica” contro Napoleone.
- Totalitarismo.
Sono esistite molteplici vie al totalitarismo. Il totalitarismo non è una categoria teorica di profondità pari a quelle di libertà, eguaglianza, democrazia, ma di un idealtipo che aiuta a comprendere fenomeni essenziali del Novecento. Nella storiografia italiana di oggi, la natura totalitaria del fascismo è assodata.
Sul franchismo sono stati espressi dubbi, poiché la falange fu sì il partito unico del regime, ma non riuscì ad avere la posizione centrale che ebbero il partito fascista in Italia, quello nazionalsocialista in Germania e quello comunista in URSS. Il rapporto con la Chiesa cattolica è importante sia per il fascismo che per il franchismo nella definizione di totalitarismo. Ogni regime totalitario, peraltro, rispecchia i caratteri storici della società sulla quale si erige. I regimi totalitari sono crollati per la contraddizione generata fra lo sviluppo tecnologico e un regime non in grado di alimentare quello sviluppo. I consumi di massa venivano avviati, se ne alimentava l’aspettativa, ma nello stesso tempo si creavano enormi ostacoli al loro pieno affermarsi, indirizzando le risorse verso obiettivi militari. Il disciplinamento coatto per realizzare pianificazioni “razionali” imposte dal centro sconfinava nell’irrazionalità. La società veniva atomizzata e al tempo stesso si pretendeva di creare al suo interno un’alta tensione nazional-comunitaria.
I regimi totalitari poggiano su società di massa, rese omogenee dalla scomparsa di tutte le parziali aggregazioni umane differenziate e dalla riduzione degli individui da soggetti autonomi a ingredienti indistinti di cui un cieco insieme pronto a sottomettersi a un capo carismatico.
Nei regimi totalitari, accanto al carattere di massa, si riscontrano nuove forme di elitarismo. Da un lato, sembrerebbe fondata la vecchia polemica liberale con la democrazia fatale generatrice di tirannia. Dall’altro, queste forme vengono mutuate proprio dal liberalismo oligarchico e dall’antiparlamentarismo di destra con i loro aspetti di teoria e pratica elitarie. I fascisti consideravano il partito un’aristocrazia di massa, Lenin vedeva il partito come avanguardia, le SS una specie di ordine religioso nell’universo nazista. La controparte dell’elitarismo è stata la spoliticizzazione delle masse.
L’analisi dei regimi totalitari, sia quelli fascista e nazista, sia quello sovietico, è uno dei problemi al centro del dibattito sul totalitarismo. Vediamo: 1) la morfologia di un sistema politico e il suo percorso, cioè il suo significato storico di cui la struttura del potere e il modo di esercitarlo sono parti integranti. Dal punto di vista morfologico affinità e somiglianze fra i regimi totalitari di destra e di sinistra sono: la completa soppressione delle libertà politiche e civili, l’imposizione di un’ideologia ufficiale, il culto di un capo, uso sistematico del terrore, il dominio del partito unico; 2) i modi per conquistare il potere: via elettorale combinata con la violenza, il nazionalsocialismo; compromesso con la vecchia classe dirigente, col sostegno della violenza, il fascismo; violenza rivoluzionaria minoritaria in una società in sfacelo, il bolscevismo; 3) secondo Jacob Talmon il totalitarismo di destra è coerente con le proprie premesse teoriche, contrarie all’illuminismo, al liberalismo, alla democrazia. I totalitarismi di sinistra sono scaturiti da movimenti che avevano nei loro programmi ideali e nella loro storia valori positivi universali come la libertà, l’eguaglianza, la democrazia. Ci fu poi il ribaltamento di quei valori.
- Corporativismo.
Fu una strada dalla lunga gestazione sia cattolica che laica, intrecciata con quella del totalitarismo, per “sfuggire” i principi liberali e democratici. Le sue origini nel pensiero politico contemporaneo sono rintracciabili nella scuola sociale cristiana. In Italia il suo maggiore esponente fu Giuseppe Toniolo. Il filone laico che ebbe come esponente, tra gli altri, Durkheim. Nel fascismo il corporativismo costruisce una rappresentanza organica e funzionale a scapito di quella individuale e del principio maggioritario. La Germania nazista non adottò questo modello che poteva intaccare l’unità organica del Volk, optando per la verticale catena gerarchica.
Secondo Piero Sraffa le corporazioni avevano lo scopo di stabilizzare i rapporti di forza fra le classi come configuratisi dopo la presa del potere dei fascisti.
Il corporativismo è stato pure chiamato “governo istituzionale del mercato”, certamente attuale fino a oggi; un rapporto fra Stato e mercato ed elementi creativi del mercato stesso. Il corporativismo è possibile anche in un sistema democratico e la discussione si intreccia con quella sulla rappresentanza degli interessi e di una loro settorializzazione.
Il corporativismo come ideologia globale ha l’ambizione di proporsi come il sistema più adatto a rappresentare l’interesse generale, presumendo che questo sia espresso dalla volontà di corpi in cui gli esseri umani figurano solo in quanto produttori e portatori di interessi e di competenze.
Importante ricordare anche un’ulteriore terza via: quella della convergenza tra liberalismo, democrazia e socialismo. Il Welfare State ha avuto come modello il piano Beveridge che risale al 1942 nel Regno Unito, quando venne istituito uno stato sociale che doveva essere una “ricompensa per il sacrificio di tutti”, negli anni della guerra.
- Stato e nazione.
I problemi tratteggiati hanno avuto come quadro prevalente di possibili soluzioni lo Stato-nazione. Dapprima le borghesie esprimevano le loro istanze lungo un orizzonte illuministico e cosmopolita, quello dei diritti universali; poi arriva il vento della nazione romantica e il quadro si complica con l’insorgere dei nazionalismi su base etnica, della volontà di potenza e dell’imperialismo.
Oggi all’erosione di potere dello Stato non possiamo ancora abbinare la sua fine, a cui siamo ancora lontani. Di certo stiamo assistendo a una riconfigurazione dei suoi poteri. In Italia a un nuovo accentramento degli stessi (vedi questione dello SPID).
Potremmo qui aggiungere una nota sulla sovranità digitale, strettamente collegata a quella dello sviluppo tecnologico propedeutico alla supremazia militare. I metodi di finanziamento – i servizi sul web – sono lo strumento di quello sviluppo.
