Mazzeo M., Perché i ragni non ballano? La musica dell’animale umano in L’esperienza musicale. Per una fenomenologia dei suoni, a cura di Nostro L., Manifestolibri, 2002.
L’essere umano è “un animale [decisamente] povero di biologia, [che] cerca un’identità di gruppo” (p. 76). La differenza tra musica e altre forme d’arte sta proprio nel fatto che essa è percepita non solo dall’orecchio, ma da tutto il corpo. Ciò che marca la differenza è la partecipazione, che si fonda, in musica, nell’esperienza della vibrazione: quanto detto si collega alla povertà biologica e alla tensione verso l’identità di gruppo che ne discende, per compensazione (p. 76). Vibrazione e partecipazione: quest’ultima in senso logico e non semplicemente empatico (p. 77). Sovrapposizione col rituale magico che ha una sua struttura logica di tipo partecipativo (p. 82).
Dunque, l’esperienza musicale affonda le radici nella morfologia del nostro corpo. (p. 77). Dobbiamo ricordare che ogni specie vivente possiede una porzione dello spettro vibratorio. L’essere umano, però, non ha una nicchia ecologica, ma si fonda sul suo ambiente-mondo che si caratterizza per apertura e mancanza di specializzazione. Da ciò discende l’adattabilità dell’essere umano a ogni ambiente: anzi, egli si adatta e adatta a sé i più diversi contesti ecologici (p. 77). L’essere umano, ritorniamo su quanto detto precedentemente, si caratterizza per nudità e stazione eretta che sono fattori di assorbimento decisivi per potersi, la vibrazione sonora, percepire in tutto il corpo (p. 78). Infatti, la pelle umana si compone al 75% di acqua che è un ottimo mezzo per percepire la vibrazione, che è resa possibile dall’esposizione corporea totale dell’umano (p. 78).
Abbiamo quindi un corpo totalmente esposto e debole che oscilla. Su di esso si esercita l’ambivalenza malattia cura. Il tarantismo ne è esempio decisivo: il morso del ragno è metaforico, i soggetti in realtà sono preda di crisi psichiche (p. 80). Il tarantismo è una forma rituale che riscatta la condizione umana dalla sua esposizione; la situazione del tarantismo sfugge al principio di non contraddizione, in questo senso: fuga e paura del ritorno all’ambiente animale? (p. 81)
Il conflitto tra determinatezza e indeterminatezza chiama in causa il pensiero partecipativo poiché si tratta di costruire un mondo che non è definito, come per l’animale una volta per tutte, ma partendo dall’indeterminatezza; un mondo che vada oltre la parzialità di un habitat (p. 82). Quest’ultima opposizione va fatta rientrare nella questione della ricomposizione, nel telos ricompositivo di cui alle mie conclusioni. E qui rientra in gioco la questione della taranta, strumento di ricomposizione tra determinatezza e indeterminatezza dell’animale umano. Qui il collegamento va di nuovo a Kircher.
