Recensire Non è terrestre (1969) di Peter Kolosimo (pseudonimo di Pier Domenico Colosimo) significa immergersi nelle radici di quello che oggi chiamiamo fringe science o archeologia spaziale. Kolosimo non è stato solo uno scrittore, ma il pioniere di un genere che ha mescolato il rigore giornalistico con l’immaginazione più sfrenata.
Pubblicato alla fine degli anni Sessanta, nel pieno della corsa allo spazio e della Guerra Fredda, il libro fu un successo planetario (vincitore del Premio Bancarella). Kolosimo raccoglie una mole impressionante di miti antichi, testi sacri, reperti archeologici “anomali” (OOPArt) e cronache storiche per sostenere un’unica tesi: la Terra è stata visitata, e forse colonizzata, da civiltà extraterrestri in un remoto passato.
Il “filtro” di Kolosimo è quello del dubbio metodologico applicato all’archeologia ufficiale. Kolosimo rilegge le divinità sumere, egizie e precolombiane non come simboli spirituali, ma come descrizioni letterali di visitatori spaziali. Per lui, il “carro di fuoco” biblico non è una metafora, ma un propulsore tecnologico. Invece di procedere per certezze, Kolosimo bombarda il lettore di domande. Non afferma mai “è così”, ma suggerisce che, data l’immensità dell’universo, la spiegazione extraterrestre sia statisticamente più probabile della coincidenza fortuita o del genio isolato di civiltà primitive. Come un Derrida dell’archeologia, Kolosimo cerca le “tracce” di ciò che è stato cancellato o dimenticato. Il suo è un lavoro di decifrazione di un codice che l’umanità ha smesso di comprendere.
A distanza di decenni, molte delle prove portate da Kolosimo sono state smentite o spiegate dalla scienza ufficiale (spesso con ragioni molto più terrene). Tuttavia, Non è terrestre mantiene un valore inestimabile per tre motivi: 1) il potere narrativo: Kolosimo scriveva magnificamente. La sua capacità di creare meraviglia (sense of wonder) è superiore a quella di molti autori di fantascienza contemporanei; 2) l’impatto culturale: ha aperto la strada a tutto il filone dei “paleo-contatti” (da Von Däniken a Graham Hancock), influenzando profondamente la cultura pop, il cinema e il fumetto (si pensi a Martin Mystère); 3) provocazione intellettuale: il libro resta un monito contro il dogmatismo accademico. Anche se le sue risposte sono spesso errate, le sue domande sull’unicità dell’uomo nell’universo e sulla velocità del progresso antico rimangono affascinanti.
In un’epoca di razionalità tecnica e calcolo (Heidegger), rileggere Kolosimo è un atto di resistenza dell’immaginazione. Ci ricorda che il nostro “pensiero calcolante” potrebbe non essere l’unico modo per interpretare le tracce lasciate dai nostri antenati.
“La storia dell’uomo è molto più antica e complessa di quanto ci permettano di leggere nei libri di scuola.” — Peter Kolosimo
