Licia Chersovani, una “tribuna del popolo” nella Trieste che non riusciva a cambiare.

Licia Chersovani in un manifesto per una conferenza in suo onore
Licia Chersovani in un manifesto per una conferenza in suo onore

Quando conobbi personalmente Licia Chersovani, nel 2007, quando lei era già anziana, mi sembrava di trovarmi di fronte ad una massaia qualsiasi, ad un’operaia di una qualche azienda metalmeccanica in pensione, ad una donna la cui origine socio-culturale risiedeva chiaramente nelle classi popolari della mia, e sua, città. Una figlia di lavoratori. Che però aveva studiato. Licia non si era alienata, non aveva mercificato il suo corpo, i suoi modi di fare, di porsi, riflesso di ciò che – evidentemente – era anche parte della sua interiorità, era se stessa, fin nei minimi particolari. Dote non comune nel mondo contemporaneo.

Non vendeva e non comprava nulla, non voleva risultare simpatica, intendeva solamente contribuire a migliorare il mondo di cui faceva parte, e lasciare una traccia, possibilmente positiva. Voleva educare, proprio nel senso di ex-ducere, tirare fuori da ognuno le proprie capacità, inclinazioni migliori, motivazioni profonde. Di questa sua semplicità rilevabile anche dal linguaggio del corpo, si perdeva tuttavia traccia quando iniziava a parlare, poiché la complessità del suo pensiero, la profondità delle sue esperienze, ti facevano capire subito che ti trovavi di fronte ad una persona seria e di elevata statura intellettuale. Una persona che sapeva di che cosa stesse parlando.

Incontrai diverse volte Licia Chersovani durante la stesura del mio libro “Partigiani a Trieste”. Donna mite ma decisa, intellettualmente onesta ai limiti della ruvidezza, non ebbe vita politica facile sia a causa dei suoi avversari che di coloro che non lo erano. Pagò questa sua libertà durante il “regno” di Vittorio Vidali a Trieste, che ha lasciato una sua traccia indelebile in tutti coloro che l’hanno conosciuto. Il suo essere critica verso qualunque “chiesa” politica le valse diversi appellativi all’epoca pericolosi quali “titoista” e “trotzkista”. Mi ricordo la sua difesa sensata e razionale di Branko Babic, funzionario comunista sloveno e jugoslavo, dinnanzi a me riformulata, che veniva definito dagli avversari vidaliani, negli anni dello strappo fra Stalin e Tito, come un “borghese” solo perché viveva in affitto in una stanzetta all’interno di una villa, pagata dal governo jugoslavo, negli anni dell’aspra lotta politica che a Trieste seguirono alla fine del secondo conflitto mondiale. Licia ebbe il coraggio di dire che “se si doveva criticare Babic lo si doveva fare articolando degli argomenti politici e non personali, peraltro poco veritieri”.

Di Vidali non mi disse mai un granché, eccetto il definirlo scherzosamente come il Berlusconi della Trieste del tempo nel campo comunista, mentre di Stalin dettagliò sempre le proprie critiche in maniera puntuale. Dei comunisti in generale diceva, quando le si chiedeva un bilancio della loro e sua storia, che “avevano fatto un sacco di errori, alcuni dei quali gravi, soprattutto all’interno delle loro file”.

Tuttavia era sempre stata contraria alla demonizzazione di Stalin, soprattutto nelle file comuniste, poiché le sembrava troppo facile attribuire ad un uomo solo tutti gli errori e le malefatte di un’epoca tremenda, quella della Seconda guerra mondiale. Infatti, quando le obiettavo che, dopotutto furono i lavoratori, la classe operaia dell’epoca a sceglierlo come punto di riferimento e spesso come idolo non solo politico, ma anche affettivo, non obiettava nulla, non controbatteva alla mia affermazione. Che dire poi dell’uso strumentale fatto di Stalin dagli avversari politici che, a seconda delle proprie esigenze, lo avevano considerato anche un interlocutore serio, valido e da rispettare. Soprattutto quando si trattava di stipulare gli accordi di pace.

Donna molto indipendente e coerente con se stessa Licia, con le proprie origini sociali, gli ideali professati in famiglia. Una donna che, giustamente, ha dedicato tutta la vita a seminare conoscenza, coscienza e libertà di pensiero, concetto quest’ultimo che per lei andava ben oltre le baggianate profuse dai cultori del conformismo di ogni risma.

Le piaceva raccontarmi dell’ignoranza del fascismo e dei suoi esecutori materiali, i quali modificarono il cognome della sua famiglia dallo sloveno Kersevan ad un Chersovani di gusto caucasico, magari armeno. Si, perché il fascismo fu anche quello: negazione dell’altrui dignità e identità. Durante i nostri incontri manifestò come sempre presente il dolore per la sua amica Laura Petracco, impiccata dai tedeschi nella centralissima via Ghega di Trieste per rappresaglia, di cui sentiva ancora la mancanza e il vuoto immenso che aveva lasciato.

Tuttavia, fu dalle mie richieste di conoscere meglio la figura del gappista triestino Sergio Cermeli ad essere maggiormente colpita e commossa. Cermeli, protagonista del mio saggio storico, che lei conosceva già da Trieste, ma rivide all’Università di Padova, e che non esitò a definire come “un ragazzo molto preparato, studioso, di modi gentili, dai grandi ideali”. Per lei Cermeli era una figura quasi mitica, una persona eccezionale che, non solo amava la vita, ma anche i libri, un giovane uomo intellettualmente molto dotato che sperava in un mondo migliore e per questo si batteva. Licia, dal canto suo, aveva fatto la sua parte nella Resistenza locale, oltre che in quel di Padova, improvvisandosi pure come infermiera quando qualche compagno veniva colpito negli scontri a fuoco, talvolta anche in centro città.

Ad una cosa era, tuttavia, rimasta affezionata, e questa cozzava molto con le mie opinioni in merito alla Resistenza ed al dopoguerra, periodo in cui la Resistenza stessa venne fatta diventare una specie di anniversario con sempre meno significati politici: il fronte antifascista. Proprio su questo tema, cioè sul non dover puntare il dito contro i probabili delatori di Cermeli, non comunisti italiani o sloveni, ma di un partito italiano antifascista e contemporaneamente anticomunista, manifestai il mio disaccordo, anche se non diedi risalto alla cosa.

Non è proprio chi rompe quel fronte a non meritare più di farne parte? È sufficiente l’amore per una bella ed inapplicata idea a giustificare i nostri morti? Erano già anni che quel fronte era stato spezzato, ed i morti di allora venivano uccisi per la seconda volta, non serviva altro che prenderne atto.

Misi nel mio libro un accenno a questo fatto. Licia se n’era già andata. Ciò che per sempre rimarrà saranno il suo esempio e la sua umanità.

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