Se un elettore ragiona in modo perfettamente razionale, ne consegue che l’aggregazione di molte scelte razionali produca una decisione collettiva altrettanto coerente? La risposta, sorprendentemente, è no e questo apre un problema che oggi si ripropone in una forma nuova con l’ingresso dell’intelligenza artificiale generativa nella sfera della formazione dell’opinione pubblica.
Il punto di partenza è un risultato che risale agli anni Cinquanta: il teorema dell’impossibilità di Kenneth Arrow[1]. Arrow dimostrò che non esiste una regola di voto in grado di trasformare le preferenze individuali di un gruppo di elettori, per quanto ciascuna presa singolarmente sia razionale, in una decisione collettiva che rispetti al contempo alcuni criteri minimi di coerenza ed equità. La razionalità individuale, insomma, non garantisce affatto la razionalità collettiva: il problema non nasce da un errore di qualcuno, ma dalla struttura matematica stessa del processo di aggregazione.
Da questo risultato nasce un filone di studi che va sotto il nome di epistemologia del voto, disciplina che individua tre condizioni ulteriori necessarie perché il meccanismo democratico produca esiti affidabili: una competenza minima diffusa tra i votanti, l’indipendenza dei giudizi individuali e la qualità del dibattito pubblico. È su quest’ultimo terreno che l’intelligenza artificiale generativa interviene in modo più diretto, perché è una tecnologia capace di mediare e, in larga misura, di orientare il modo in cui le persone si informano, confrontano posizioni e maturano un’opinione.
Qui tornano utili due autori che la filosofia della scienza ha reso familiari a chiunque si occupi di teoria della conoscenza: Karl Popper e Thomas Kuhn. Il razionalismo critico di Popper affida alla falsificabilità il criterio distintivo tra un’affermazione che appartiene al discorso razionale e una che ne è esclusa: una tesi ha valore conoscitivo se è, in linea di principio, esposta al rischio di essere confutata da un’evidenza contraria. Un ambiente informativo in cui i sistemi generativi tendono a produrre risposte rassicuranti e internamente coerenti, ma raramente sottoposte a un confronto con posizioni realmente antagoniste, rischia di indebolire proprio questo meccanismo: non perché diffonda necessariamente il falso, ma perché riduce l’esposizione a ciò che potrebbe smentire una convinzione già formata.
Kuhn offre una chiave complementare. La sua nozione di paradigma[2] descrive come una comunità scientifica e, per estensione, una comunità di opinione, tenda a interpretare ogni nuova informazione all’interno di una cornice concettuale condivisa, resistendo alle anomalie fino a quando queste non si accumulano al punto da rendere necessario un cambiamento radicale di prospettiva. I sistemi di raccomandazione e i modelli linguistici, personalizzando i contenuti sulla base delle interazioni pregresse dell’utente, possono contribuire a irrigidire questi paradigmi individuali anziché metterli alla prova, rendendo meno probabile quello scarto che Kuhn chiamava rivoluzione.
Il tema non è confinato al dibattito accademico. Nel corso del 2026 la questione del rapporto tra epistemologia, voto e intelligenza artificiale è stata oggetto di incontri pubblici che hanno messo insieme informatici, politologi e giuristi, segno che la riflessione sta uscendo dai dipartimenti di filosofia della scienza per intrecciarsi con il diritto costituzionale, a partire dall’articolo 48 della Costituzione, che sancisce il voto come diritto e dovere e con l’etica dell’educazione, terreno su cui si concentrerà anche l’edizione 2026 di un importante convegno nazionale dedicato a intelligenza artificiale e istruzione, in programma a ottobre.
Non è possibile, allo stato, sciogliere il nodo in una formula. Se l’indipendenza dei giudizi è una delle condizioni che rendono affidabile la decisione collettiva, e se gli strumenti generativi agiscono proprio su quella indipendenza modellando in modo sistematico l’ambiente informativo di ciascun elettore, resta aperta la domanda se le categorie elaborate da Popper e Kuhn per la scienza siano sufficienti a descrivere un fenomeno che riguarda, più in generale, la tenuta epistemica delle democrazie contemporanee.
Note
[1] Il teorema di Arrow, formulato dall’economista Kenneth Arrow, dimostra l’impossibilità di costruire una regola di aggregazione delle preferenze che soddisfi simultaneamente alcuni requisiti minimi di razionalità e non dittatorialità.
[2] Per paradigma, nel lessico di Thomas Kuhn, si intende l’insieme di teorie, metodi e assunti condivisi da una comunità scientifica in un dato periodo storico, che ne orienta la pratica di ricerca fino alla successiva crisi e rivoluzione paradigmatica.
