L’economia è una scienza?

Economia
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È una domanda che divide filosofi della scienza da oltre un secolo e vale la pena scomporla invece di rispondere con un sì o un no.

Se si adotta il criterio di Popper — scientifico è ciò che è falsificabile — l’economia si trova in una posizione ambigua. Alcune sue proposizioni sono falsificabili in linea di principio (es. “un aumento dell’offerta di moneta, a parità di altre condizioni, genera inflazione”), ma la clausola ceteris paribus[1] è quasi sempre presente e quasi mai verificabile in modo pulito, perché i sistemi economici sono aperti, non isolabili in laboratorio. Questo rende molte previsioni economiche difficili da falsificare in senso stretto: quando una previsione fallisce, si può sempre invocare una variabile confondente non controllata, piuttosto che abbandonare la teoria.

Se invece si guarda a Kuhn, l’economia mostra tratti da “scienza normale”: paradigmi dominanti (es. il neoclassicismo, poi sfidato dal comportamentale, dall’istituzionalista e dal post-keynesismo), anomalie che si accumulano (crisi del 2008 come momento di crisi paradigmatica per certi filoni), dispute tra scuole che assomigliano a incommensurabilità tra paradigmi. Tuttavia, manca spesso quel consenso stabile e duraturo tipico delle scienze naturali mature.

Lakatos è forse il riferimento più usato dagli economisti stessi: l’economia funzionerebbe come “programma di ricerca scientifico”, con un nucleo duro (razionalità, equilibrio, ottimizzazione) protetto da ipotesi ausiliarie modificabili. Il problema, sollevato dai suoi critici, è distinguere un programma “progressivo” da uno “degenerativo” quando le ipotesi ausiliarie vengono aggiunte principalmente per salvare il nucleo, non per generare previsioni nuove e corroborate.

Comunque, “scienza sociale” non equivale automaticamente a “non esatta”. Serve cautela concettuale. L’equazione scienza sociale = imprecisa nasconde due questioni diverse:

  1. precisione della misura: l’economia usa dati quantitativi, modelli matematici, econometria — in questo è più simile a certe scienze naturali (es. epidemiologia, climatologia) di quanto lo sia la sociologia qualitativa o l’antropologia;
  2. capacità predittiva e controllo sperimentale: qui la differenza con la fisica è reale. L’economia studia sistemi riflessivi — gli agenti osservati reagiscono alle teorie stesse (l’effetto Lucas, le profezie che si autoavverano o si autosmentiscono nei mercati). Questo non accade con gli elettroni. È un problema epistemologico strutturale, non solo una questione di “immaturità” della disciplina che si risolverà col tempo.

Invece di una dicotomia scienza/non-scienza, molti epistemologi (Hausman, Rosenberg, Reiss) preferiscono collocare l’economia lungo più assi:

  • grado di controllo sperimentale possibile (basso, salvo l’economia sperimentale e comportamentale, che negli ultimi decenni ha aumentato questo grado);
  • grado di quantificazione (alto);
  • stabilità delle leggi nel tempo e nello spazio (bassa, perché dipendono da istituzioni, cultura, tecnologia);
  • capacità di isolamento causale (bassa, da cui il ricorso a esperimenti naturali, variabili strumentali, RCT[2] in economia dello sviluppo[3]).

Su questa base, l’economia appare come una disciplina ibrida: metodologicamente vicina alle scienze naturali nel formalismo matematico, ma epistemologicamente vicina alle scienze storiche/sociali nella difficoltà di isolare cause e nella storicità delle sue “leggi”.

Potremmo dire che ha senso parlare dell’economia come scienza sociale nel senso preciso di: scienza empirica il cui oggetto (agenti intenzionali, istituzioni, aspettative) introduce un livello di complessità causale e riflessività assente nelle scienze naturali classiche e che quindi produce generalizzazioni più contingenti storicamente e meno stabili nel tempo. Perciò, non “meno scienza” in senso qualitativo, ma con un diverso rapporto tra teoria, previsione e controllo.

Chi invece nega lo status scientifico tout court (posizione minoritaria, ma presente, es. in certe letture radicali di Popper o negli attacchi post-crisi 2008) tende a sottolineare l’assenza di previsioni robuste fuori campione e la tendenza delle scuole a immunizzarsi dalla confutazione, un’accusa che alcuni economisti (es. Romer, con la sua critica alla mathiness[4]) hanno rivolto a certi filoni della teoria macroeconomica.


[1] Ovvero “a parità d’altre condizioni”. La frase è d’uso frequente nei paragoni, quando si vuol stabilire una base comune di uguaglianza fra due oggetti, e far risaltare il punto di divergenza, oppure nelle leggi e nei contratti per fissare le condizioni. 

[2] Randomized Control Trial.

[3] L’economia dello sviluppo è una branca dell’economia che analizza gli squilibri fra economie industrializzate ed economie “arretrate” o “in via di sviluppo” e nasce dapprima come branca dell’economia politica, sviluppandosi in seguito come nucleo disciplinare.

[4] Mathiness è il termine coniato da Paul Romer nel suo paper del 2015 (Mathiness in the Theory of Economic Growth) per criticare un uso improprio della matematica formale in economia, in particolare nella macroeconomia della crescita. L’accusa centrale di Romer è che alcuni economisti utilizzano il linguaggio e il formalismo matematico non per chiarire e verificare rigorosamente le proprie tesi, ma per renderle immuni alla critica empirica e per mascherare argomentazioni deboli o ideologicamente motivate dietro un’apparenza di rigore scientifico. In pratica, la matematica diventa uno strumento retorico più che analitico.

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About the Author

Sergio Mauri
Blogger, autore. Perito in Sistemi Informativi Aziendali, musicista e compositore, Laurea in Discipline storiche e filosofiche e in Filosofia. Premio speciale al Concorso Claudia Ruggeri nel 2007; terzo posto al Premio Igor Slavich nel 2020. Ha pubblicato con Terra d'Ulivi nel 2007 e nel 2011, con Hammerle Editori nel 2013 e 2014, con PGreco nel 2015 con Historica Edizioni e Alcova Letteraria nel 2022 con Silele Edizioni (La Tela Nera) nel 2023 e con Amazon Kdp nel 2024, 2025 e 2026.