Propongo una mia analisi dell’accordo USA-Venezuela sul petrolio, con la cautela dovuta al fatto che si tratta di un evento fresco (annunciato il 28-29 agosto 2026) di cui non sono ancora chiari tutti i dettagli operativi.
Trump ha annunciato che gli Stati Uniti hanno raggiunto un’intesa che garantirebbe il controllo maggioritario di oltre 65 miliardi di barili di riserve petrolifere provate in Venezuela. Secondo un funzionario USA, l’accordo prevede una joint venture tra Stati Uniti e un operatore privato venezuelano, con un 55% di partecipazione statunitense negli utili e nella produzione e concessioni di 100 anni sui giacimenti. La società risultante sarebbe la seconda maggiore compagnia petrolifera privata al mondo per riserve. Va ricordato che le riserve provate venezuelane sono le più grandi al mondo, circa 303 miliardi di barili secondo i dati USA del 2023 e che l’operazione sarebbe supervisionata dall’Office of Strategic Capital del Pentagono, un dettaglio che segnala la dimensione geopolitico-militare, non solo commerciale, dell’operazione. L’accordo arriva dopo l’attacco statunitense di gennaio al Venezuela che ha portato alla cattura di Maduro. Vedi: 1) https://abcnews.com/International/trump-announces-historic-us-venezuela-oil-deal-lower/story?id=136046002; 2) https://www.aljazeera.com/news/2026/8/29/trump-announces-biggest-oil-deal-in-world-history-with-venezuela; 3) https://time.com/article/2026/08/29/trump-says-his-venezuela-oil-deal-will-lower-gas-prices-but-when-/; 4) https://www.axios.com/2026/08/29/trump-venezuela-oil-deal; 5) https://www.cnbc.com/2026/08/28/trump-announces-deal-with-venezuela-to-secure-more-than-65-billion-barrels-of-oil-reserves.html .
Fatta questa premessa fattuale, proviamo a ragionare da economisti sui meccanismi in gioco.
È corretto distinguere due livelli molto diversi:
- controllo delle riserve fisiche (accesso, estrazione, proprietà dei giacimenti) — questo è ciò che l’accordo formalmente concede;
- capacità di influenzare il prezzo mondiale del greggio: questa dipende non dalle riserve provate (geologiche), ma dalla capacità produttiva effettiva a breve-medio termine e dalla capacità di modulare l’offerta marginale. Qui il quadro è più sfumato: il Venezuela possiede le maggiori riserve provate al mondo ma produce solo 1,25 milioni di barili al giorno, ben al di sotto del suo potenziale, dopo anni di sottoinvestimento, cattiva gestione e sanzioni. Per contro, l’Arabia Saudita produce oltre 9 milioni di barili/giorno con costi di estrazione bassissimi. Il vero “swing producer” globale — chi può alzare o abbassare l’offerta rapidamente per muovere i prezzi — resta l’OPEC+ (Arabia Saudita in testa), non chi possiede riserve sotterranee non sviluppate. Vedi: 1) https://www.aljazeera.com/news/2026/8/29/trump-announces-biggest-oil-deal-in-world-history-with-venezuela .
Questo è il punto critico numero uno: 65 miliardi di barili sulla carta non equivalgono a potere di prezzo immediato. Servono anni e investimenti massicci in infrastrutture (che in Venezuela sono state trascurate per decenni) prima che quel petrolio possa incidere sull’offerta marginale mondiale. Nel breve periodo, quindi, l’effetto sui prezzi alla pompa promesso da Trump è probabilmente sopravvalutato e infatti anche fonti citate nella stampa USA (TIME) si interrogano esplicitamente su quando si materializzerà questo effetto. Quali sarebbero i vantaggi per l’economia statunitense?
- Sicurezza energetica strategica: diversifica le fonti di approvvigionamento lontano dal Medio Oriente e riduce l’esposizione a shock geopolitici in altre aree (Iran, Golfo Persico). Rileva che l’annuncio arriva mentre la guerra con l’Iran sconvolge il commercio mondiale di greggio, quindi il tempismo non è casuale. Vedi: 1) https://abcnews.com/International/trump-announces-historic-us-venezuela-oil-deal-lower/story?id=136046002 .
- Ricostituzione della riserva strategica: i dati del Dipartimento dell’Energia hanno mostrato che i volumi della Strategic Petroleum Reserve sono ai minimi dagli anni ’80; l’accordo, secondo Trump, più che raddoppierebbe la riserva petrolifera USA. Vedi: 1) https://www.cnbc.com/2026/08/28/trump-announces-deal-with-venezuela-to-secure-more-than-65-billion-barrels-of-oil-reserves.html .
- Espansione geoeconomica nell’emisfero occidentale: l’accordo aumenta in modo senza precedenti la sicurezza energetica e il dominio USA nell’emisfero occidentale, riducendo lo spazio per Cina e Russia in America Latina, un obiettivo di politica di potenza oltre che economico. Vedi: 1) https://www.axios.com/2026/08/29/trump-venezuela-oil-deal .
- Vantaggio finanziario per gli operatori privati coinvolti: la struttura descritta (“equity, non acquisto”) permette a capitali privati USA di acquisire un asset di lunghissimo termine (100 anni) a basso costo iniziale, con potenziale di forte rivalutazione se il Venezuela riesce davvero a modernizzare l’estrazione.
E quali sarebbero i punti critici per gli USA?
- Rischio politico e di esecuzione altissimo: un governo “interim” appena insediato dopo un intervento militare non offre le garanzie istituzionali di un ordinamento consolidato. Concessioni firmate da un’autorità di transizione possono essere contestate da futuri governi, come già avvenuto storicamente in America Latina con nazionalizzazioni successive (basti pensare alla storia di PDVSA stessa negli anni 2000).
- Fabbisogno di capitale enorme: rilanciare la produzione venezuelana da 1,25 milioni a livelli prossimi al suo potenziale richiede decine di miliardi di dollari di investimenti in infrastrutture, in un paese con reti elettriche e logistiche degradate. Il ritorno economico non è immediato.
- Legittimità e precedente: l’operazione segue una cattura militare del capo di stato precedente; questo introduce un rischio reputazionale e di sovereign risk premium che può scoraggiare capitali internazionali terzi (non statunitensi) dal partecipare a joint venture nell’area, limitando la diversificazione degli investitori.
- Effetto sui prezzi USA meno automatico di quanto promesso: come detto, l’aumento di offerta futura di greggio pesante venezuelano non si traduce meccanicamente in benzina più economica nel breve periodo per i consumatori americani, anche perché gran parte del greggio è destinato all’export/mercato globale a prezzo di mercato.
Vediamo ora gli effetti per l’economia europea. Qui il ragionamento economico ha una doppia faccia:
1) potenziali vantaggi indiretti:
- se l’operazione riuscisse davvero ad aumentare l’offerta mondiale di greggio nel medio termine, l’Europa — importatrice netta di energia e priva di riserve proprie significative — beneficerebbe di un mercato del petrolio più ampio e potenzialmente di prezzi più bassi o più stabili, dato che il prezzo del Brent (benchmark europeo) è comunque un mercato globale interconnesso con il WTI.
- minore dipendenza energetica occidentale complessiva da Russia e Medio Oriente rafforza indirettamente anche la sicurezza energetica europea, in particolare dopo la crisi del gas russo del 2022.
2) punti critici per l’Europa:
- asimmetria di controllo: se la governance dell’operazione è a trazione USA (equity, Pentagono coinvolto nella supervisione), l’Europa resta comunque price taker su un asset che altri controllano — non ottiene accesso preferenziale né voce in capitolo sulla gestione del giacimento.
- Rischio di “dollarizzazione” ulteriore della rendita petrolifera globale: un aumento di riserve controllate in dollari e da capitale finanziario statunitense rafforza il ruolo del dollaro come valuta di fatturazione delle materie prime energetiche (il classico meccanismo del “petrodollaro”), un fenomeno che tende storicamente a consolidare l’egemonia finanziaria USA a scapito dell’autonomia monetaria europea, un punto che tocca esattamente l’osservazione che farei sulla “valorizzazione dei capitali finanziari a scala mondiale”: chi controlla flussi fisici di petrolio spesso orienta anche i flussi finanziari (assicurazioni, trading, derivati, riserve valutarie) collegati a quel petrolio e questi si concentrano tipicamente sulle piazze finanziarie del paese che detiene il controllo maggioritario dell’asset (Wall Street, in questo caso), non su quelle europee.
- Competizione geopolitica indiretta: se gli USA usano l’accesso preferenziale al petrolio venezuelano anche come leva negoziale in altri dossier (dazi, NATO, tecnologia), l’Europa potrebbe trovarsi in una posizione di minore forza contrattuale rispetto a Washington su questi fronti, essendo comunque dipendente per l’energia da un attore che ha appena ampliato la propria base di potere.
Vorrei qui sottolineare che il controllo di masse ingenti di petrolio non è solo una questione di sicurezza energetica fisica, ma di potere sulla formazione dei prezzi mondiali di produzione e sulla direzione dei capitali finanziari globali (assicurativo, bancario, dei derivati su commodity) e quindi sulla possibilità e capacità di fare profitti e tenere in piedi la propria economia. Tuttavia, in questo caso specifico, è importante distinguere: quello che l’accordo garantisce oggi sono riserve geologiche, non capacità produttiva immediata né potere di price-setting comparabile a quello dell’OPEC+. Il vero potere di prezzo si giocherà nei prossimi 5-10 anni, in base a quanto capitale e infrastruttura riusciranno effettivamente a essere impiegati per trasformare quelle riserve in produzione reale, un processo tutt’altro che scontato, vista la storia recente del settore petrolifero venezuelano.
