La prima volta che ho visto i fascisti.

Fascismo a Trieste
Fascismo a Trieste

E’ difficile stabilire quando sia stata la prima volta che ho visto i fascisti, per me che vivo a Trieste, città notoriamente a destra, dove la componente fascista magari non è maggioritaria, ma sicuramente sa farsi notare. Qui la destra si attaglia perfettamente alla definizione di “minoranza rumorosa”, opposta e complementare a quella di “maggioranza silenziosa” di qualunquistica memoria. Li noti per una frase sul bus, per un atteggiamento di stizza contro un extracomunitario, perché hanno sempre qualche frase pesante da rivolgere ai “comunisti”, per le manifestazioni del Gruppo Unione Difesa….

Quando poi, per una sorta di transfer familiare (padre sloveno a Trieste che s’è beccato tutto il ventennio, la guerra e il campo di concentramento; uno zio nell’esercito di Liberazione Jugoslavo; un altro zio che tenta il suicidio per non essere interrogato e torturato a causa della sua attività antifascista dai figuri dell’Ispettorato di P.S. di Collotti; una madre che ha vissuto gli anni dal ’30 al ’48 a Parenzo/Porec, in Istria; un nonno materno confinato a Ponza perché socialista) le vicende legate al fascismo e ai fascisti sono sempre state parte della tua esistenza, le cose sono ancora meno inquadrabili in un unico avvenimento.

Ma focalizzando lo sguardo, gli “incontri” per me più significativi sono stati 3: 1-da piccolo, un fascista del piano di sotto, tale Adolfo (un nome una garanzia) minaccia mio padre, notoriamente “comunistofilo”, dopo una banale querelle condominiale; 2-in 1^ superiore, in un istituto tecnico-commerciale ad egemonia destrorsa mentre cercano – senza successo – di intrupparmi in un loro corteo e; 3-nel giugno del 1988 mentre sto attacchinando con un compagno che si chiama Franco. Siamo in Piazza della Repubblica e veniamo notati da uno “scarafaggio” motorizzato e con casco che va a chiamare i suoi. Veniamo seguiti fino in via Filzi dove veniamo circondati da 12 figuri. All’anima del coraggio ! Il Capo-manipolo ci intima di consegnargli i documenti. Capiamo subito che qualcosa non va, che quello non è un agente. Cerchiamo di mantenere la calma, mentre loro ci prendono di mano i pochi manifesti rimasti, gli diciamo che non cerchiamo rogne (anche perché in 2 contro 12….) e la cosa finisce lì con l’invito di non farci più rivedere e non farci “montare la testa dai comunisti”. Per Franco sarà una strizza troppo grande e non attacchinerà mai più.

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