Li odiamo perché sono disposti a morire per un’idea o un ideale[1] e non hanno bisogno di scazzottarsi di sera in piazza[2] per dimostrare di essere uomini. In effetti, dovremmo affrontare la questione della sparizione dei riti di passaggio nelle nostre vite[3] di cui anche questi episodi sono parte, ma non è questa la sede.
Noi non siamo individualisti, veramente e in senso proprio. O meglio: sotto una superficie di attivismo consumistico in cui sembra possibile compiere delle scelte (pilotate, anzi, tracciate[4]) individuali, alberga saldamente il nostro spirito gregario, quello dell’essere tutti uguali e del guardarci a vicenda per copiarci e non permettere a nessuno di alzarsi di un millimetro rispetto alla media, cioè “essere migliore di me”, emergere. Noi siamo talmente gregari e senza individualità che ci sentiamo minacciati da qualunque cosa non sia esattamente come noi. Perciò, con la scusa dello “stile di vita”, delle differenze “culturali” tra “noi e loro”, degl’irrinunciabili principi occidentali (democrazia, libertà), noi non possiamo tollerare lo hijab o coloro che manifestano una differenza rispetto a noi, quest’ultima cosa in proporzione diretta alla reciproca distanza percepita.
“Loro farebbero lo stesso” è una delle scuse più pelose, visto che lo diciamo noi che lo abbiamo già fatto e rifatto più volte. Infatti, viviamo in un mondo profondamente segnato dall’Occidente, dagli usi e costumi che noi abbiamo diffuso globalmente, nel modo di produrre e commerciare, nell’immaginario che fa apparire un paese capofila di tutte le più ignobili statistiche, gli USA, come un paese libero, addirittura desiderabile. Questo è: il dominio è una cosa seria e la prima cosa di cui si nutre è l’irrazionalità.
Vediamo di approfondire. All’inizio di questo testo si accenna alla questione dell’odio per l’ideale, ma anche per le idee e la crisi del sacrificio. Questo primo punto affronta un paradosso psicologico e culturale. L’Occidente contemporaneo, pragmatico e secolarizzato, ha trasformato la morte per un ideale da atto eroico a irrazionalità incomprensibile. Questo odio nasce dall’invidia/paura: la tesi suggerisce che l’ostilità verso chi è “disposto a morire per un’idea” (spesso riferendosi a figure estremiste o, in un senso più ampio, a chi antepone un principio sacro alla vita materiale) non è solo paura, ma l’odio per ciò che non si è più in grado di essere. L’occidentale medio non ha un “ideale” per cui morire[5] (se non, forse, il proprio stile di vita o la difesa dei propri comfort materiali) e questo crea una profonda minaccia esistenziale.
Accenno poi alla crisi dei riti di passaggio. La tesi collega il bisogno di sacrificare il sé (anche in senso metaforico) alla sparizione dei riti di passaggio. Le risse organizzate (come quelle di Trieste)[6] diventano una patetica sostituzione di questi riti: sono tentativi disperati di dimostrare “virilità” e coraggio fisico in assenza di un meccanismo socialmente riconosciuto (servizio militare, impegno politico, o assunzione di responsabilità) che certifichi il passaggio dall’adolescenza alla maturità. Manca il contesto per un sacrificio significativo.
Passiamo allora al falso individualismo e allo spirito (sostanzialmente) gregario occidentale. Questo nucleo tematico demolisce il mito dell’individualismo occidentale e della libertà di scelta. L’attuale individualismo è visto come una “superficie di attivismo consumistico”, una sorta di vetrina nella e sulla quale proiettarsi. Le “scelte” individuali (cosa comprare, cosa guardare, quale brand seguire) sono in realtà “pilotate” e “tracciate”[7] da logiche di business e controllo. Non si tratta di autonomia etica o filosofica, ma di differenziazione omologata.
Sotto questa superficie si cela un profondo spirito gregario. La paura più grande è l’emergere di chi è “migliore di me” o, più in generale, di chi manifesta una differenza non omologabile. Questa ipersensibilità all’uguaglianza e alla conformità rende intollerabile qualunque segno di alterità radicale, come l’uso dell’hijab o qualsiasi pratica che non rientri nel canone culturale dominante. La differenza, in proporzione alla sua distanza percepita, viene vissuta come una minaccia all’identità gregaria.
L’ultima parte dell’argomentazione enunciata collega l’intolleranza culturale al mantenimento del dominio occidentale sul mondo. Questa giustificazione (“loro farebbero lo stesso”) viene definita “pelosa” perché distoglie l’attenzione dal fatto che l’Occidente ha già agito e continua ad agire da dominante, plasmando l’ordine globale e si sente in crisi e minacciato da questioni demografiche proprio perché non riesce più a tenere tutto strettamente (e militarmente) sotto controllo come un tempo.
Il mondo è segnato dal modello occidentale di produzione, commercio e immaginario. Il successo di questo dominio non si basa solo sulla forza militare o economica, ma sulla capacità di diffondere un immaginario talmente potente da far apparire come “liberi e desiderabili” anche paesi (come gli USA) che sono capofila nelle statistiche di ingiustizia e disuguaglianza.
La mia argomentazione conclude affermando che il dominio è cosa seria e la sua prima forma di nutrimento è l’irrazionalità. L’intolleranza verso l’Altro, vestita da difesa di “principi occidentali irrinunciabili” (democrazia, libertà), ma motivata dalla paura gregaria e dal mancato confronto con i propri ideali, serve a mantenere un ordine globale che, nonostante le sue contraddizioni interne, si perpetua grazie al rifiuto del pensiero critico e all’accettazione acritica dell’immaginario dominante.
[1] È tale anche se non ci piace, innanzitutto perché è diverso dal nostro. Il nostro qual è?
[2] Trieste, le risse a pagamento dei ragazzini in strada – la Repubblica, https://www.repubblica.it/cronaca/2024/08/01/news/trieste_risse_organizzate_a_pagamento_social-423423805/, consultato il 08/08/2024.
[3] Riti di passaggio dall’infanzia all’età adulta, come il servizio militare o l’impegno politico o un qualsiasi altro modo socialmente riconosciuto (o riconoscibile) che certifichi il passaggio dall’età infantile all’essere considerati “grandi”. In definitiva, si tratta di un modo di assumersi delle responsabilità.
[4] Penso che nessuno abbia più dubbi sul perché il tracciamento di massa tramite l’informatica sia messo in opera: business e controllo.
[5] Vedi la nota 1.
[6] Vedi la nota 2.
[7] Vedi nota 4.
