È una tesi forte e, sebbene possa sembrare provocatoria, cattura un’importante dinamica intellettuale: la diminuzione della produzione di opere filosofiche radicalmente innovative e sistematiche sul marxismo in Italia nell’ultimo mezzo secolo. Non significa che non ci sia stata ricerca sul marxismo (come lavoro filologico o storico), ma che è venuta meno la sua funzione di paradigma filosofico egemone e motore di nuovi sistemi teorici. È declinato proprio il paradigma filosofico.
Il periodo di massima vitalità e influenza filosofica del marxismo in Italia si colloca tra il secondo dopoguerra e gli anni Settanta. Questo era un periodo in cui il marxismo non era solo un’analisi economica, ma la matrice per interpretare la storia, l’etica e la politica. Fino agli anni Settanta, la filosofia italiana è stata profondamente modellata da figure che hanno prodotto elaborazioni originali e internazionalmente rilevanti:
- Antonio Gramsci: (deceduto nel 1937, ma la cui influenza postuma ha plasmato il pensiero del dopoguerra). La sua teorizzazione dell’egemonia, della società civile e del ruolo degli intellettuali è stata una delle elaborazioni più importanti e originali del marxismo a livello globale;
- Galvano Della Volpe e la sua Scuola (Mario Rossi, Lucio Colletti): hanno tentato una “purificazione” epistemologica del marxismo, cercando di separare il metodo scientifico di Marx dalle incrostazioni idealistiche o storicistiche, spingendo per un Marx più vicino a Galileo e alla critica dell’economia politica come scienza;
- Il marxismo operaista (Mario Tronti, Antonio Negri, Raniero Panzieri): un’elaborazione radicale che sposta l’analisi dal capitale al punto di vista operaio e all’autonomia del politico, influente nel superare i limiti del marxismo tradizionale del PCI.
La fine degli anni Settanta (con la crisi dei movimenti, l’emergere del terrorismo e la crisi del PCI) ha segnato un punto di rottura decisivo. Il fallimento del Socialismo Reale e il tramonto dell’ideologia come strumento di interpretazione totale hanno minato la fiducia nella sua capacità di elaborare un sistema filosofico coerente. Molti esponenti di spicco (come Colletti) hanno abbandonato il marxismo, orientandosi verso il pensiero liberale o critiche radicali al totalitarismo. La critica marxista è stata sostituita dal ritorno al pensiero liberale, al postmodernismo, o alla filosofia analitica. È scomparsa l’elaborazione sistemica.
La tesi non significa che il marxismo sia scomparso, ma che il suo ruolo è diventato diverso:
- dalla filosofia alla storia/filologia: oggi, il lavoro sul marxismo è spesso limitato all’analisi filologica (come la cura delle edizioni di Marx e Engels), all’indagine storica (ricostruzione dei movimenti e delle scuole) o all’economia politica critica (analisi del debito, della finanza, del lavoro precario). Questi sono lavori importanti, ma non costituiscono una nuova elaborazione filosofica del marxismo stesso;
- la frammentazione: le figure contemporanee che si rifanno a Marx tendono a utilizzare il suo pensiero come strumento analitico frammentato (es. per la critica del debito o del lavoro immateriale), anziché come base per costruire un’ontologia, un’etica o un’epistemologia complete, come facevano i marxisti del Novecento;
- l’egemonia di altri paradigmi: i grandi dibattiti filosofici italiani recenti (etica, biopolitica, teologia politica, filosofia della mente) sono stati trainati da pensatori che si sono mossi al di fuori della tradizione marxista o che l’hanno superata (come i post-operaisti che si sono spostati verso Deleuze, Foucault o Spinoza).
Quindi, la tesi proposta regge se si intende “elaborazione filosofica” come la creazione di un nuovo e vasto sistema interpretativo del mondo a partire dalle categorie marxiane. Questa spinta creatrice, che animò Gramsci, Della Volpe e l’Operaismo, è venuta meno da almeno cinquant’anni in Italia, lasciando il marxismo in una fase di commento storico piuttosto che di produzione teorica radicalmente nuova.
