“La democrazia è un sistema di selezione dei governanti”: la tesi realista di Cacciari.

Massimo Cacciari.
Massimo Cacciari.

Chi si aspetta dalla democrazia la promessa, tanto rassicurante quanto vaga, del “governo del popolo” resta spesso spiazzato di fronte ad affermazioni come questa, attribuita a Massimo Cacciari: la democrazia sarebbe, prima di tutto, un sistema di selezione dei governanti. Non l’espressione diretta della volontà popolare, non l’autogoverno dei cittadini, ma un meccanismo — per quanto raffinato — per scegliere chi comanda. È una definizione volutamente spoglia di retorica, che sposta l’accento dal chi decide davvero (il popolo, in teoria) al come si sceglie chi deciderà (le procedure, in pratica).

Non è un’affermazione isolata nel pensiero di Cacciari. In un’intervista del 2013, commentando le dinamiche interne al Movimento 5 Stelle, il filosofo ha sostenuto in termini molto simili che la selezione rappresenta l’elemento fondamentale di un processo democratico, mentre il voto online conterebbe poco più di una semplice ratifica formale. Il bersaglio polemico era la pretesa di una “democrazia diretta” digitale che, secondo Cacciari, aggirando i meccanismi selettivi tradizionali, finiva per produrre non maggiore democrazia ma un vuoto di classe dirigente competente.

Per comprendere la portata di questa tesi occorre risalire alla sua fonte più autorevole: Joseph Schumpeter, che in Capitalismo, socialismo e democrazia (1942) ha formulato quella che è passata alla storia come la “teoria competitiva” o “elitaria” della democrazia. Schumpeter rovescia la definizione classica, secondo cui il popolo decide direttamente sulle questioni politiche e i rappresentanti sono solo suoi esecutori. Al contrario, per Schumpeter il metodo democratico è essenzialmente uno strumento istituzionale attraverso cui alcuni individui ottengono il potere di decidere per mezzo di una competizione che ha come posta in gioco il voto popolare. In altre parole: il popolo non decide sulle cose, ma decide solo chi dovrà decidere al posto suo. La democrazia, così intesa, sopravvive come metodo di selezione delle élite, non come autogoverno consapevole del popolo.

Questa tradizione — che include anche Max Weber, con la sua riflessione sulla politica come “professione” e sulla necessità di una classe dirigente qualificata — non nega valore alla democrazia, ma ne offre una lettura disincantata, “realista”: ciò che distingue un regime democratico da uno autoritario non è che nel primo comandi il popolo (cosa che, per questi autori, non accade mai realmente in società di massa), ma che esista una competizione aperta, periodica e regolata per accedere al potere.

Letta in questa chiave, l’affermazione di Cacciari non va intesa come uno svilimento della democrazia, quanto come un tentativo di liberarla da un’illusione. L’idea di una volontà popolare unitaria e coerente, capace di “governare” direttamente, si scontra secondo i teorici realisti con la complessità delle società di massa, l’eterogeneità degli interessi e l’asimmetria informativa fra cittadini e questioni tecniche di governo. Se si accetta questa premessa, allora il vero banco di prova di una democrazia non è quanto “il popolo comandi”, ma quanto bene funzioni il meccanismo di selezione: quanto sia aperto, competitivo, trasparente, capace di ricambiare le élite e di sanzionare chi governa male.

È in questa prospettiva che va letta anche la critica di Cacciari a certe forme di “democrazia diretta” digitale: se il meccanismo di selezione della classe dirigente si inceppa o diventa fittizio — un voto online che ratifica decisioni già prese altrove, ad esempio — non si ottiene più democrazia, ma il suo simulacro, magari accompagnato da forme di leadership personalistica ancora meno controllabili di quelle dei partiti tradizionali.

Una definizione così procedurale della democrazia ha però costi teorici non trascurabili, che i critici della tradizione schumpeteriana non hanno mancato di sottolineare.

Il primo problema è che essa rischia di ridurre la cittadinanza a un ruolo essenzialmente passivo, paragonabile — come nota la stessa letteratura su Schumpeter — a quello di un consumatore che sceglie tra prodotti già confezionati sul mercato elettorale, senza reale possibilità di incidere sui contenuti delle politiche tra un’elezione e l’altra. Le teorie della democrazia partecipativa e deliberativa, sviluppate a partire dagli anni Settanta da autori come Carole Pateman e Jürgen Habermas, contestano proprio questo punto: la qualità di una democrazia si misura anche, se non soprattutto, dalla capacità dei cittadini di partecipare attivamente alla formazione delle decisioni, non solo di scegliere periodicamente chi le prenderà al loro posto.

Il secondo problema riguarda il rischio di naturalizzare il potere delle élite: se la democrazia è “solo” un sistema di selezione dei governanti, si può facilmente scivolare — come segnalano alcuni critici della teoria schumpeteriana — verso una sostanziale continuità con le classiche teorie delle élite di Gaetano Mosca e Vilfredo Pareto, secondo cui ogni società, democratica o meno, è comunque governata da una minoranza organizzata. La domanda che resta aperta è se questa sia una descrizione realistica e ineliminabile del potere politico, oppure una sorta di profezia che si autoavvera, capace di scoraggiare in partenza ogni ambizione di maggiore autogoverno popolare.

L’affermazione di Cacciari va collocata dunque in una linea di pensiero — quella della teoria realista ed elitaria della democrazia, da Weber a Schumpeter — che ha il merito di depurare il discorso pubblico da facili retoriche sulla “sovranità popolare” e di concentrare l’attenzione su un problema concreto e spesso trascurato: la qualità dei meccanismi attraverso cui una società seleziona chi la governerà. Ma proprio perché si tratta di una scelta teorica, e non di un dato di fatto neutro, merita di essere messa a confronto con le tradizioni alternative — partecipative e deliberative — che continuano a chiedere alla democrazia qualcosa di più della semplice, per quanto ben regolata, selezione di chi comanda.

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About the Author

Sergio Mauri
Blogger, autore. Perito in Sistemi Informativi Aziendali, musicista e compositore, Laurea in Discipline storiche e filosofiche e in Filosofia. Premio speciale al Concorso Claudia Ruggeri nel 2007; terzo posto al Premio Igor Slavich nel 2020. Ha pubblicato con Terra d'Ulivi nel 2007 e nel 2011, con Hammerle Editori nel 2013 e 2014, con PGreco nel 2015 con Historica Edizioni e Alcova Letteraria nel 2022 con Silele Edizioni (La Tela Nera) nel 2023 e con Amazon Kdp nel 2024, 2025 e 2026.