Iran, Israele: alcune considerazioni.

Attacco israeliano su Tehran
Attacco israeliano su Tehran

Alcune premesse:
1) anch’io vorrei un regime-change in Iran, ma non per farlo rientrare nell’alveo occidentale, cosa che ha già avuto i suoi esiti negativi nel recente passato, tanto da esserci poi ritrovati con un ayatollah Khomeyni a capo di quel paese. Nei mesi scorsi ho letto alcune interviste ai Pahlavi con auto-proposte di insediamento francamente inaccettabili. Tuttavia, come sostiene un mio amico, la memoria degli iraniani è ancora buona e seppure, una parte di essi non siano contenti dell’attuale regime, non vogliono certamente tornare ai Pahlavi.
2) l’Iran ha già subito in passato la vendetta occidentale, nella guerra scatenata per volere USA, dall’Iraq di Saddam Hussein nei suoi confronti. Vendetta in seguito alla destituzione dello Shah, marionetta in mano agli Stati Uniti, a capo di un regime stra-corrotto; vendetta che, tuttavia, non è bastata a ridurre a insignificanza la Repubblica Islamica.
3) la storia ebraica è fondamentalmente quella di un popolo socialmente, culturalmente, civilmente penalizzato che, per sopravvivere, ha dovuto essere più realista del re, armando, finanziando i propri oppressori, spesso venendo ricompensato malissimo. Perciò, tutto ciò che esce dalla bocca e dalla politica dello Stato d’Israele è inficiato da questo problema originario. Inoltre, c’è sempre da considerare che abbiamo a che fare con una visione religiosa in cui c’è un Dio personale e personalizzato che è la sublimazione di tutto quanto affermato qualche riga fa.

Possiamo iniziare.
4) È chiaro che l’attacco israeliano su larga scala alla Repubblica Islamica, dello scorso giugno, ha avuto lo scopo di coinvolgere (più) attivamente gli Stati Uniti nel conflitto mediorientale e infatti gli Stati Uniti si sono fatti coinvolgere. La questione è semplice: l’Iran è l’unico paese dell’area che sta in piedi da solo, indipendente, stabile, che è significativamente cresciuto negli ultimi decenni. Questo, per Israele e l’Occidente, pone dei problemi. Il programma nucleare iraniano, ancora in potenza, è una pessima scusa e, peraltro, non si capisce secondo quale principio etico o politico, l’Iran non dovrebbe avere un armamento nucleare, per assicurarsi, come è per altri paesi, una deterrenza. La pantomima comunque è di pessimo gusto: tra accordi e disaccordi, tra reciproche (inconsistenti) affermazioni di inimicizia, i contatti e i rapporti sono continuati lungo tutti questi anni. Ma poi, non ci ricordiamo più di questo episodio qui?
5) Si tratta, tuttavia, di un tassello nella strategia a guida statunitense: sparigliare le carte, cogliere l’occasione per indebolire, quando non eliminare, gli avversari politici. Un gioco finora non del tutto riuscito, ma nemmeno del tutto fallimentare. Sia in Russia sia in Iran l’obiettivo dichiarato è quello del regime-change. Ci si arroga il diritto di cambiare la politica degli altri, mentre la propria è in via di aggiornamento. Sappiamo già dove tutto ciò può portare. Per ora e, credo, anche nel futuro a medio termine, sarà molto improbabile un esito favorevole alle elucubrazioni occidentali. Abbiamo, peraltro, già visto dove portano i piani di Washington in Ucraina, cioè all’avanzata russa e con l’Iran, cioè alla pantomima dei reciproci attacchi, ma senza poter risolvere definitivamente la questione.
6) Di certo la presenza, aiutata dalla crisi del gigante americano, di uno come Trump alla Casa Bianca, fornisce carburante ad avventure militar-politiche di importanza capitale per tutto l’Occidente, immerso in una crisi altrimenti irreversibile. Infatti, non è un caso che Trump sia dov’è. E ricordiamoci che già Obama aveva iniziato il suo (di Trump) percorso, che è un percorso che non ha a che fare con una parte politica, ma con un problema esistenziale di una grande nazione-sistema imperiale. Con Trump, tuttavia, ogni velleità di un ordine internazionale condiviso e non dico di diritto internazionale (che non è mai esistito) è stata completamente obliterata.
7) Israele, come sappiamo, è una pedina fondamentale e irrinunciabile dell’Occidente nell’area mediorientale. Non può essere messo in discussione. Tuttavia, è evidente che la questione palestinese rimane un buco nero non solo per noi, ma per Israele stesso che, peraltro, non ha risolto la questione di aver contribuito all’affermazione di Hamas in passato al fine di mettere fuori gioco l’OLP, operazione riuscita, ma con le ripercussioni cui stiamo assistendo. Hamas deve rispondere al suo popolo ed è proprio questa risposta uno dei vettori del conflitto. Ad Hamas resta da chiedere: qual è la vostra strategia, alla luce di oltre 70.000 morti palestinesi? A questo punto, di fronte a questa ecatombe ogni ragione comincia a non essere più tale.
8) Israele sublima i propri problemi in un governo di estrema destra, non solo guerrafondaio e colonialista, in uno scambio di “favori e servizi” con l’impero americano, mettendoci in mezzo il proprio popolo, senza batter ciglio. L’ottica è sempre quella dell’essere più realisti del re. Dopotutto, similmente a islamici e cristiani, sono facilitati da un dialogo diretto con Dio, radicato religiosamente e perseguito a ogni occasione, tale che possa giustificare ogni atto a prescindere dal contenuto e dalla motivazione. In presenza di un Dio personale e personalizzato non c’è scampo. E, potenzialmente, abbiamo tutti ragione.

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About the Author

Sergio Mauri
Blogger, autore. Perito in Sistemi Informativi Aziendali, musicista e compositore, Laurea in Discipline storiche e filosofiche e in Filosofia. Premio speciale al Concorso Claudia Ruggeri nel 2007; terzo posto al Premio Igor Slavich nel 2020. Ha pubblicato con Terra d'Ulivi nel 2007 e nel 2011, con Hammerle Editori nel 2013 e 2014, con PGreco nel 2015 con Historica Edizioni e Alcova Letteraria nel 2022 con Silele Edizioni (La Tela Nera) nel 2023 e con Amazon Kdp nel 2024 e 2025.