Il tempo mecenate.

Il tempo mecenate.
Il tempo mecenate.

È il tempo che ci nutre, ci offre mezzi di sostentamento, opportunità di sbagliare e correggerci, l’occasione di reiterare le nostre azioni, che ci dà una possibilità in più. Senza di esso non ci saremmo e nulla ci sarebbe; niente fenomeni, niente pensieri, niente sentimenti. Oppure tutti questi come fenomeni, pensieri e sentimenti eternamente presenti, tutti insieme e per sempre: un cluster immenso, una gabbia psico-emozionale impossibile da evitare. Sembra un incubo. Meno male che c’è il tempo a scandire quest’immensità.

Il tempo: circolare o lineare, pensatelo come vi pare, è pur sempre una struttura della nostra intuizione (aprioristica?). ciò che lo caratterizza è la durata, qualsiasi forma esso abbia la volontà di assumere. E, tuttavia, il tempo non esiste, ci informa la fisica. non è solo relativo, che sarebbe già una breccia enorme nella nostra certezza concettuale dell’esistenza di una sostanza addirittura chiamata tempo. Qualcuno direbbe che il tempo non esiste perché esiste solo il presente che è eterno e noi viviamo in un eterno presente. Passato e futuro sono solo proiezioni della nostra conformazione mentale. Noi ci siamo, certamente, ma il nostro evolverci non appartiene a una cosa come il tempo, ma piuttosto a un agire finalistico che ci è proprio, biologico e areligioso innanzitutto. Allora , eccoci a una prima svolta: il tempo è il nostro mecenate, ma non esiste; dunque, è il nostro lasciarci cadere nel nulla, il mecenate del livello superiore a quello che abbiamo appena scartato perché inesistente.

Il mecenate temporale, dunque, svanisce quando indaghiamo più a fondo e ci ritroviamo nel nulla, il nostro vero signore, poiché il tempo non esiste ed è dunque un’illusione. Forse è tutta un’illusione: le nostre azioni e il prima e il dopo in cui si svolgono, cosa che ci darebbe molto fastidio poiché annienterebbe il nostro principio di causa. Forse, piuttosto che di illusione si tratta delle singole istruzioni del programma cui siamo parte, intrappolati in esso. Dopotutto sarebbe normale che un software interrogasse se stesso e gli altri software circostanti: è solo questione di quantità di istruzioni che affrontano la questione, in definitiva di applicazione alla questione stessa. Le nostre rispostenon sono veramente programmate, c’è sempre un margine di errore in ciò che facciamo e ciò ci rende più umani, cioè ci rende ciò che siamo? Non è, questa, una prova di nulla, perché in un software ci può essere benissimo la casistica dell’errore, che anzi riveste un ruolo di necessità per essere più realistico. L’esercizio del dubbio e dell’errore, come etichetta di grandezza e superiorità. Sembrerebbe un paradosso: non lo è, come un’infinità di altre cose nell’umano.

Un programma informatico di cui facciamo parte: ecco la prova che il tempo non esiste. Un software vive sempre e mai, quando è richiamato dalla sua esecuzione, i cui tempi e modalità di azione non sono del tutto chiari. Il tempo, nel software, è al massimo grado di relatività: la sua misurabilità, il limite posto al suo radicale relativismo sono gli scambi elettromagnetici generati dal clock che mette in moto i segnali corrispondenti alle istruzioni.

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About the Author

Sergio Mauri
Blogger, autore. Perito in Sistemi Informativi Aziendali, musicista e compositore, Laurea in Discipline storiche e filosofiche e in Filosofia. Premio speciale al Concorso Claudia Ruggeri nel 2007; terzo posto al Premio Igor Slavich nel 2020. Ha pubblicato con Terra d'Ulivi nel 2007 e nel 2011, con Hammerle Editori nel 2013 e 2014, con PGreco nel 2015 con Historica Edizioni e Alcova Letteraria nel 2022 con Silele Edizioni (La Tela Nera) nel 2023 e con Amazon Kdp nel 2024, 2025 e 2026.