La questione secondo cui il consumismo non è semplicemente materialismo, ma un movimento spirituale con una sua metafisica, è una delle critiche più penetranti della cultura moderna, che trascende l’analisi economica per affrontare l’antropologia e l’etica. Questa prospettiva sostiene che il consumismo non si limita a indurci ad accumulare oggetti materiali, ma a cercare il significato, l’identità e la trascendenza attraverso la merce stessa.
Il materialismo (filosofico) è la dottrina che afferma che l’unica sostanza esistente è la materia. Il materialismo (etico) è l’attaccamento ai beni materiali. Il consumismo supera questa definizione. Il consumismo trasforma il desiderio di avere in un imperativo ontologico (un modo di essere). Non si compra il telefono solo per la sua funzione, ma per ciò che rappresenta: status, successo, appartenenza, modernità. L’oggetto diventa un simbolo (un feticcio) che promette una trasformazione interiore o un completamento emotivo. In una società secolarizzata dove le grandi narrazioni religiose tradizionali hanno perso presa, il consumismo offre una sostituzione superficiale delle pratiche spirituali. I centri commerciali o i siti di e-commerce diventano luoghi di pellegrinaggio o templi. L’acquisto stesso, l’apertura del pacco, l’attesa, e il self-branding sono rituali sociali e personali che danno struttura e senso al tempo. Ogni nuovo acquisto promette una versione migliore di sé (più felice, più in forma, più amata), fornendo una forma di redenzione laica sebbene temporanea e sempre elusiva.
Il consumismo crea la sua specifica “metafisica” o visione del mondo, basata sulla costante insoddisfazione e sul bisogno di novità. La felicità è cercata e promessa qui e ora, attraverso oggetti tangibili, in contrasto con la trascendenza promessa dalle fedi tradizionali (la ricompensa in un altro mondo). Il sistema promette che la somma di tutti gli oggetti comprati porterà a un’esistenza completa. Questa promessa è la sua struttura metafisica, ma è intrinsecamente fallace: ogni acquisizione è seguita da un rapido riaffiorare del desiderio per il prodotto successivo (la sindrome del tapis roulant edonico). Gran parte di ciò che si consuma non è materia, ma immateriale: servizi, status, esperienze, abbonamenti digitali. Si compra un sentimento o un diritto di accesso, non solo il pezzo di plastica.
Il collegamento finale tra consumismo e capitalismo è essenziale e può essere spiegato attraverso la critica di Karl Marx e l’estensione del concetto di merce. L’intuizione di Marx, centrale per la tua riflessione, è che il capitalismo, nel suo sviluppo, tende a trasformare tutto in merce (commodification). Il lavoro stesso viene trasformato da attività espressiva umana in forza lavoro misurabile e acquistabile, una merce. La reificazione (o oggettivazione) delle relazioni sociali. Le interazioni tra le persone non sono più viste come rapporti tra esseri umani, ma come rapporti tra le merci che essi possiedono.
Il consumismo non è un sistema economico autonomo; è la manifestazione culturale e ideologica del capitalismo maturo. Il Capitalismo è il sistema di produzione basato sull’accumulazione e sul profitto, è la necessità strutturale del capitalismo di garantire che i prodotti vengano continuamente assorbiti dal mercato, altrimenti il ciclo di accumulazione si interrompe, nonché l’inclusione delle emozioni, dell’identità e della sfera privata nel regno della merce (come suggerito dal pensiero) è la prova che il capitalismo, attraverso il consumismo, ha portato la sua logica alla sua massima estensione: non solo la fabbrica, ma l’anima stessa è stata cooptata nel processo di produzione e consumo.
Quindi, il consumismo è la maschera spirituale e metafisica indossata dalla logica economica del capitalismo per garantire la sua sopravvivenza, trasformando la ricerca di senso in una ricerca di beni.
