Quando nel 1970 Jacques Monod, biologo francese premio Nobel per la scoperta dei meccanismi di regolazione genica, pubblicò Il caso e la necessità, il libro fu accolto come qualcosa di più di un saggio di divulgazione scientifica: era un vero e proprio manifesto filosofico. Monod non si limita a spiegare come funziona la vita a livello molecolare, ma usa quella conoscenza per affrontare la domanda più antica della filosofia occidentale: qual è il senso, se esiste, dell’esistenza dell’uomo nell’universo?
Il cuore teorico dell’opera ruota attorno a due concetti che Monod pone in apparente tensione. Da un lato c’è l’invarianza, cioè la capacità degli organismi viventi di conservare e trasmettere fedelmente la propria informazione genetica di generazione in generazione, garantita dal meccanismo di replicazione del DNA. Dall’altro c’è la teleonomia: il fatto che ogni struttura vivente sembri orientata verso uno scopo, verso la realizzazione di un “progetto” — la sopravvivenza, la riproduzione, l’adattamento.
Ebbene, per Monod questa apparente finalità non è affatto il segno di un disegno intenzionale della natura o di una divinità ordinatrice. È piuttosto il risultato di un processo cieco: le mutazioni genetiche, fonte di ogni novità biologica, sono eventi puramente casuali, imprevedibili, prodotti dal rumore di fondo chimico-fisico a livello molecolare. È la selezione naturale, agendo poi in modo del tutto necessario e meccanico su questa variazione casuale, a “scegliere” le forme che sopravvivono. Da qui il titolo del libro: la vita è il prodotto di un incontro fra il caso (la mutazione) e la necessità (la selezione), senza alcuna intenzione, alcun fine ultimo, alcuna provvidenza.
Monod dedica ampio spazio a smontare quello che chiama “animismo”: la tendenza, radicata in tutte le culture umane e in buona parte della filosofia, a proiettare sulla natura le categorie dell’intenzionalità umana — pensare cioè che l’universo abbia uno scopo, una direzione, un significato pensato per noi. Questa tendenza, secondo Monod, attraversa tanto le religioni quanto certe filosofie apparentemente laiche, come il marxismo dialettico o alcune forme di vitalismo, che continuano a cercare nella storia o nella natura una logica necessaria e progressiva. Monod le respinge tutte con lo stesso argomento: la biologia molecolare ha dimostrato che alla base della vita c’è il caso puro, non un piano.
Le pagine più celebri, e più discusse, sono quelle finali, dove Monod trae le conseguenze esistenziali della sua tesi scientifica. Se la vita è un evento casuale e l’uomo il prodotto non voluto di un’evoluzione cieca, allora l’uomo deve accettare di vivere, con le sue parole, “ai margini dell’universo”, solo, senza alcuna garanzia cosmica di senso. È la cosiddetta “etica della conoscenza”: un’etica che non deriva da alcuna verità rivelata o da alcun ordine naturale, ma che l’uomo deve scegliere e fondare da sé, consapevole della propria solitudine metafisica, proprio a partire dal valore oggettivo della conoscenza scientifica stessa.
Il caso e la necessità suscitò all’epoca un vivace dibattito, e continua a farlo. I critici hanno osservato che il passaggio da un’affermazione scientifica (la casualità delle mutazioni) a una conclusione filosofica ed esistenziale (l’assenza di senso cosmico) non è così immediato come Monod lo presenta, e che il libro rischia di scambiare un’ipotesi metodologica della biologia per un’ontologia definitiva. Altri hanno invece salutato l’opera come un esempio raro e riuscito di rigore scientifico messo al servizio di una riflessione filosofica onesta, che rifiuta le facili consolazioni.
Al di là delle obiezioni, resta il merito storico del libro: aver mostrato con chiarezza esemplare come i risultati della biologia molecolare del Novecento — la scoperta del codice genetico, i meccanismi di mutazione e selezione — impongano una revisione radicale del modo in cui l’uomo può pensare il proprio posto nella natura. Per questo Il caso e la necessità resta, a oltre cinquant’anni dalla pubblicazione, un testo di riferimento imprescindibile nel dialogo tra scienza e filosofia.
