Heidegger tra metafisica e poesia. (i)

Temi heideggeriani
Temi heideggeriani.

È possibile parlare di Heidegger tra metafisica e poesia? Proviamoci. Il nostro percorso prende inizio da uno scritto successivo a Essere e tempo, cioè del 1929, che s’intitola Che cos’è Metafisica? (che leggeremo e porteremo tutto all’esame) ed è stato pubblicato da Adelphi nel 2001. Perché partire da qui? Perché, se noi vogliamo mettere a fuoco il punto “metafisica”, pare assai appropriato partire da un testo breve, ma robusto, che illustra la prospettiva dalla quale Heidegger chiama, ma anche noi chiamiamo, Metafisica. L’utilità di questo scritto, al cui interno abbiamo l’Introduzione (del 1949) e un Proscritto (del 1943), è tale poiché ci permette non tanto di fare ciò che attraverso una descrizione si può fare direttamente, ma perché ci permette di accedere al testo.

Si ritiene che l’insegnamento dell’Ermeneutica sia non tanto una trattazione di questioni di ermeneutica, quanto un’applicazione dell’ermeneutica stessa, da un punto di vista filosofico. Il modo più plastico per avere un’esperienza di ermeneutica è quello dell’interpretazione di un testo. Il testo si interpreta in vari modi, anche a seconda dell’interprete e, tuttavia, se vogliamo rispettare i criteri dell’ermeneutica, dobbiamo convenire che essa “possiede” alcune operazioni obbligate, necessarie. La prima è confrontarsi con il testo e intenderlo non semplicemente come uno scritto che abbiamo dinnanzi, ma come un interlocutore.

Ma che interlocutore è una pagina scritta? Platone diceva che un testo non parla, non può rispondere alle mie domande. Gadamer, allievo di Heidegger, e sistematore nel Novecento dell’ermeneutica filosofica, dice che, pur rispettando ed essendo profondamente platonico nell’ispirazione e perciò profondamente dialogico, egli (Heidegger) ci ha mostrato come il testo che abbiamo di fronte non sia quell’oggetto più o meno muto rispetto alle possibilità di dialogo, rendendo evidente che quel testo può essere interrogato, potendo rispondere e addirittura porre domande.

Se, dunque, noi ci poniamo da questo punto di vista, potremmo fare un’esperienza dialogica con questo testo la quale rende questo testo autenticamente vivente. Non semplicemente ci dice qualcosa nel pensiero, ma come risposta a una nostra interrogazione. E pone a noi domande alle quali dobbiamo o possiamo dare risposta. Ecco, allora, che questa logica di domanda e risposta ha in se una potenzialità infinita e una continuità ininterrotta. Perché questo? Perché ciò che rimane in questo lavoro è il possesso di un testo, attraverso questa modalità di interrogazione del testo, cercando di portar fuori dal testo un’esigenza rispetto alle interrogazioni che i lettori pongono al testo. Possiamo allora seguire direttamente la curvatura che Heidegger intende dare al problema della metafisica. Questa curvatura avviene in un momento del percorso di pensiero heideggeriano in cui l’autore comincia a elaborare il problema dell’essere, quindi dell’ontologia, che diviene il problema fondamentale del proprio pensiero e del pensiero in generale. Connessa con la questione dell’ontologia è la questione del rapporto con la metafisica. Quindi, a dire, che la metafisica come l’ontologia designa non solo un tema della filosofia, ma anche un orientamento della filosofia stessa. E secondo lo schema della storia della filosofia la metafisica e l’ontologia sono state deviate rispetto al problema dell’essere nel suo senso autentico e si sono cementificate in una risposta al problema ontologico che in realtà elude la questione dell’essere in quanto tale e si concentra sulla questione dell’ente. L’ontologia e la metafisica tradizionali avrebbero mancato l’obiettivo di cogliere l’essere, il senso dell’essere, ritenendo di averlo colto fermandosi semplicemente all’ente, all’essente.

Perciò Heidegger imposta già dalla fine degli anni Venti una progressione di pensiero che lo porta a distanziarsi in modo sempre più marcato dalla tradizione filosofica precedente, e lo porta a sviluppare una tonalità di pensiero che nel tentativo di rispettare l’osservanza dell’essere, giunge a sviluppare un’ontologia differente rispetto a quella tradizionale elaborando una sorta di linguaggio che possa rappresentare la risposta autenticamente ontologica, autenticamente rispondente al problema dell’essere, che imposta in un senso totalmente differente rispetto alla metafisica tradizionale. Quindi, noi in questo modo, possiamo anche vedere quale sia la presenza di due tematiche, la metafisica e il linguaggio, all’interno di questa riformulazione heideggeriana della questione dell’essere. Per quanto riguarda il problema dell’essere nella sua prospettiva ontologico-metafisica un ulteriore momento consiste nello scritto del 1935 intitolato Introduzione alla metafisica. Di questo scritto noi disponiamo l’edizione italiana dell’editore Mursia: ci soffermeremo dalla pagina 10 alla 101, parte dedicata all’individuazione del problema della metafisica sul piano storico e poi del problema dell’essere. Ulteriore tassello, definitivo e ben strutturato, di quella progressione che Heidegger, a partire da Essere e tempo, imbocca come una strada di elaborazione per riuscire a sviluppare una terminologia, un linguaggio che possa permettere l’avvicinamento alla questione dell’essere. Introduzione alla metafisica rimane una tappa fondamentale del pensiero heideggeriano.

Se noi abbiamo chiaro il problema dell’essere, ora si tratta di mettere in chiaro il problema del linguaggio. Questo perché il problema ontologico non può essere affrontato se non per mezzo di una profonda revisione del linguaggio. La soluzione non poteva non avvenire se non includendo il linguaggio tradizionale. Quella consapevolezza si intreccia con la necessità di continuare di adottare quel linguaggio. Sapendo che si tratta di un problema, di un limite. In Essere e tempo il problema del linguaggio era stato colto, ma non portato a termine: dal 1935 e dagli anni Quaranta in poi si fa più importante. Il problema dell’essere è quello sfondo su cui la concretezza dell’io si proietta. Heidegger cerca di approfondire in senso antimetafisico e antitradizionale la questione del linguaggio. Ci torna allora perfettamente utile un testo intitolato In cammino verso il linguaggio, pubblicato dall’editore Mursia, di cui per l’esame portiamo le pagine dalla 27 alla 44 e da 127 a 217. Essenziale addirittura, più che utile. Heidegger vi delucida la sua interpretazione del problema del linguaggio. Egli introduce all’interno della questione del linguaggio ciò che considera l’elemento più essenziale: la poesia. Essenziale nel senso che investe direttamente l’essenza di qualche cosa. Per Heidegger l’essenza del linguaggio corrisponderebbe alla dimensione poetica.

Ricapitolando: abbiamo una prima prospezione con un approfondimento sulla metafisica nel ’29, una ulteriore messa a punto nel testo del ‘35, passando poi ai vari saggi dell’opera In cammino verso il linguaggio. Per linguaggio Heidegger intende il poetico. Noi leggeremo passi del libro La poesia di Hölderlin: dalla pagina 7 alla pagina 58, dalla 95 alla 180, dalla 217 alla 231.

Il problema del linguaggio come modalità di accesso al problema dell’essere è messo in evidenza nella questione della poeticità e quest’ultima viene indagata da Heidegger nel modello di Hölderlin. Così il cerchio si chiude e mostra anche la permanenza e la pervasività del problema dell’essere in Heidegger. Il cerchio si chiude poiché il problema dell’essere è letto nella chiave metafisica, lo ampliamo o lo tematizziamo dal punto di vista del linguaggio. Alla fine del percorso avremo i testi in mano, con una sorta di costante sguardo al testo stesso. A completamento del programma indicheremo il volume collettivo curato da Volpi, in modo da avere un quadro sinottico del pensiero di Heidegger. Accanto a ciò, un testo di Gadamer, Il sentiero di Heidegger, editore Marietti, che raccoglie alcuni brevi scritti di Gadamer su Heidegger.

Di cosa parliamo dunque nei testi? In primo luogo, di Heidegger, di un pensatore che è anche una persona con una biografia. Le tappe principali del pensiero di Heidegger sono: alla fine degli anni Dieci, un incontro fondamentale è quello con Husserl, col pensiero fenomenologico, che segna Heidegger dall’inizio alla fine. Con pesi diversi. Con il pensiero fenomenologico osserviamo una costante nel pensiero heideggeriano. Come nel caso del problema dell’essere. Sono comunque due costanti diverse. Per Heidegger la questione della filosofia come coglimento di ciò che è, la questione del coglimento dell’essere, può essere compresa e realizzata solo attraverso il metodo fenomenologico. “La filosofia è l’ontologia universale fenomenologica condotta sulla base dell’ermeneutica dell’Esserci”, dice Heidegger in Essere e tempo. Ma poiché tra quest’ultimo e gli sviluppi successivi non vi è una frattura, ma una sorta di svolta (Kehre), abbiamo un cambiamento del percorso, un approfondimento della prospettiva che esige una variazione di itinerario. Se è così allora il problema dell’essere continua a essere accessibile in base a un pensiero fenomenologico. Che non significa semplicemente l’applicazione del pensiero di Husserl, ma rilevare come Heidegger reinterpreti il pensiero fenomenologico rimanendovi in parte fedele in parte no, e restando esso sempre una costante. Possiamo quindi legittimamente parlare di un pensiero fenomenologico heideggeriano, heideggerianamente rielaborato e curvato. L’evidenza di questo confronto costante è che già dall’insegnamento di Friburgo e poi in quello di Marburgo, si mostra come nell’attività accademica vi sia un confronto anche aspro, radicale, approfondito con il pensiero di Husserl, non dimenticando anche altri pensatori come Kant, Leibniz, Hegel. Dal punto di vista del metodo, la presenza della fenomenologia che viene rielaborata da Heidegger, rappresenta una costante sia didattica sia nei corsi e nelle lezioni.

Quando Husserl va in pensione, gli succede Heidegger, inizia le sue lezioni alla cattedra di Friburgo. La prima lezione si intitola proprio Che cos’è metafisica? Quando Heidegger tiene la sua lezione inaugurale nel ’29, pone come tema la metafisica. Cerca di tematizzare la questione dell’essere affrontandola da una prospettiva che Husserl non si sarebbe mai immaginato di affrontare: la prospettiva sul problema dell’essere che tematizza il nulla, il niente. Per dire come questa contiguità con la fenomenologia risalti in tale momento come una sorta di utilizzo del metodo per indagare il problema dell’essere partendo da una sorta di anomalia ontologica, il niente. L’ontologia si occupa di ciò che è, degli enti, il nulla rappresenta l’opposto. Heidegger fenomenologo diventa ontologo e metafisico critico della metafisica tradizionale che continua a utilizzare in profonda elaborazione, portandolo su territori non affrontati da Husserl (Kehre, la svolta).

Per Heidegger il termine Kehre va intesa piuttosto come un tornante, quell’approccio stradale a una montagna, una curvatura che avviene, che il pensiero deve compiere per corrispondere meglio all’orientamento che si vuole dare al proprio pensiero. In Heidegger abbiamo un unico sentiero (Weg); la sua immagine era quella di “stare lungo un sentiero”. In lui abbiamo un’immagine del pensiero che affronta alcune svolte. Vi sono poi ulteriori curvature[1] all’interno del medesimo orientamento. In Essere e tempo il problema era il discostarsi dal linguaggio della metafisica, e diceva “la mia terminologia è addirittura goffa”. Il problema del linguaggio emerge dagli inizi degli anni Quaranta come curvatura particolare dell’unico sentiero.

Heidegger continua a pensare al problema della filosofia dopo Essere e tempo, per cui abbiamo un’apertura di ventaglio tematico, come per esempio la questione della psicologia. Siamo alla fine degli anni Venti; all’inizio degli anni Trenta accade qualcosa di indesiderato, l’adesione al Partito nazional-socialista. Nel 1933 diventa rettore dell’Università di Friburgo. Dopo sei mesi, rinuncia all’incarico. Riconosce che ciò che egli aveva ritenuto di vedere a torto nel nazionalsocialismo non c’era. Il nazionalsocialismo era qualcosa di profondamente diverso da ciò che prima aveva ritenuto.

La rottura fra Heidegger e Husserl porta quest’ultimo a rifiutare che il primo sia il suo prosecutore alla cattedra di filosofia e al rettorato. Heidegger dopo il rifiuto del rettorato viene attenzionato dagli organi di polizia nazionalsocialisti. Comunque, continua a svolgere un’attività accademica fino a quando il nazionalsocialismo viene spazzato via. Vi consegue la divisione della Germania in zone di influenza soggette alle forze di occupazione. Nella zona di Friburgo, la forza di occupazione è quella francese. Dopo il ’45 non può più insegnare e pubblicare. In base alla sua adesione ai tempi del nazismo, all’allontanamento di colleghi ebrei, viene di conseguenza allontanato dall’insegnamento. Grazie a suoi amici e ammiratori, anche di parte non nazista, riesce nel tempo a rientrare nella vita pubblica e accademica. Il rientro coincide con il progressivo allontanamento dell’impostazione del confronto con la metafisica. I suoi interlocutori diventano allora Nietzsche e soprattutto i poeti. Un altro tema è quello dell’arte, dove immette la questione dell’essere. Inoltre, c’è ancora una questione importante teoretica e tematica, quella della tecnica. Se la mancata comprensione della tradizione del problema dell’essere deriva una dimenticanza, da un oblio della questione dell’essere stesso, possiamo constatare che la caratteristica fondamentale di quest’epoca è costituita dalla tecnica. Se la metafisica ha dimenticato l’essere è successo perché era presente in essa la predominanza della tecnica. Quella predominanza diventa ora dominio. La tecnica è carattere fondamentale della nostra epoca. Se la nostra tradizione ha trascurato la questione della tecnica ciò si è verificato perché catturata dalla tecnica. Alla tecnica si lega il pensiero calcolante. È un tema sviluppato teoreticamente che diventa fondamentale per capire il perdurante oblio dell’essere e che ci aiuta a capire il perché di questo oblio ed è fondamentale per capire la questione della tecnica.

Se l’essenza dell’epoca contemporanea è la tecnica e abbiamo la proiezione magnificata dell’oblio dell’essere, allora quest’epoca e la tecnica devono essere sottoposte a critica, anche nel senso di criticarne il linguaggio. Il linguaggio poetico allora diventa risposta alla tecnica e sostituzione della tecnica, per Heidegger, attraverso la poesia. Un tentativo delirante, paradossale, ma perfettamente coerente in Heidegger.


[1] In parte di carattere tematico, in parte di carattere teoretico (il linguaggio a esempio).

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About the Author

Sergio Mauri
Blogger, autore. Perito in Sistemi Informativi Aziendali, musicista e compositore, Laurea in Discipline storiche e filosofiche e in Filosofia. Premio speciale al Concorso Claudia Ruggeri nel 2007; terzo posto al Premio Igor Slavich nel 2020. Ha pubblicato con Terra d'Ulivi nel 2007 e nel 2011, con Hammerle Editori nel 2013 e 2014, con PGreco nel 2015 con Historica Edizioni e Alcova Letteraria nel 2022 con Silele Edizioni (La Tela Nera) nel 2023 e con Amazon Kdp nel 2024 e 2025.