Heidegger tra metafisica e poesia. (iv)

Temi heideggeriani
Temi heideggeriani.

Il filo conduttore di questo percorso è “il nulla” o “il niente”.

Va chiarito, se non fosse ancora chiaro, che la questione del niente non significa che l’ente scompaia, semplicemente si pone su un piano diverso la comprensione dell’ente stesso. La comprensione del niente non implica una distruzione o un annientamento dell’ente. Il niente esercita l’azione del nientificare, azione propria del niente. Non implica l’annientamento dell’ente, ma il fatto che l’ente venga compreso per ciò che è, nella sua differenza rispetto all’essere. L’effettiva astrusità di questi passaggi, si dilegua, quando possiamo concepire il niente come una dimensione che fa da fondamento all’ente. Il niente come fondamento dell’ente. Il paradosso apparentemente si accresce.

Pensiamo al niente nella differenza ontologica che ci dice che l’ente è diverso dall’essere: se la diversità implica anche un non, il non ente in quanto essere, esso costituisce il fondamento dell’ente. Qual è il fondamento dell’ente? La risposta scientifica a questa domanda ci dice che innanzitutto dipende dall’ente di cui parliamo. Una impostazione come quella heideggeriana, che non si ferma alla comprensione materialistica e che non si ferma neppure a una comprensione spiritualistica per cui la risposta sarebbe Dio, ci restituisce che al fondamento dell’ente c’è l’essere. Quindi, tale fondamento non può essere l’annientamento dell’essere, in conseguenza di o in parallelo a quella dell’ente. Allora il niente costituisce il fondamento dell’ente. La questione sulla quale Heidegger insiste riguarda proprio la comprensione della metafisica, il suo concetto e il rapporto che si costituisce fra l’essere e l’ente.

L’angoscia, dice Heidegger, non è caratterizzata dalla dimensione psicologica. È difficile separare i risvolti psicologici e i fondamenti ontologici. L’Esserci è semplicemente la riformulazione dell’essere umano data da Heidegger. In quanto tale esso è dotato di psiche e giunge a quello stato d’animo in modo casuale, poiché esso sorge: quindi c’è oppure non c’è, non può esserci una condizione individuale mondana psichica di tipo ontico che produca questo stato d’animo dell’angoscia. Sorge oppure non sorge, è inevitabilmente anche di carattere psichico; tuttavia, non si tratta di un fenomeno caratterizzabile psicologicamente, con la scienza della psiche, ma con uno sforzo di tipo ontologico. Qui si può tracciare un parallelo con la dimensione esistenziale di Kierkagaard rilevabile in quella dimensione esistenziale (della colpa) del filosofo danese in cui guarda all’io attualmente esistente e, al tempo stesso, a una dimensione religiosa, una dimensione comunque diversa da quella di Heidegger, che è puramente ontologica. Heidegger riferisce tutto alla possibilità della comprensione del senso dell’essere ovvero della comprensione della verità dell’essere. Quindi, anche aspetti di carattere psicologico vengono riferiti da Heidegger alla sfera ontologica. La sfera psicologica può essere spiegata solo se partiamo da un’analisi intorno all’essere.

Quindi, l’angoscia rivela un niente, ma non come annullamento o annientamento dell’ente. È come se l’ente si dileguasse, cogliendo l’ente nella sua totalità su un piano nuovo, un piano sul quale non c’è soltanto l’ente. Nella scienza il niente ha il segno negativo. Qui invece viene compreso rispetto all’essere. È necessario qui allora porre la questione del niente, del non ente.

Nell’angoscia abbiamo l’emersione della totalità dell’ente in quanto scomparsa (p. 53). Il niente ci viene incontro prima di qualsiasi operazione metafisica o scientifica, il niente ci viene incontro insieme all’ente, con l’ente, pur in questo dileguarsi dell’ente nella sua totalità. Nell’ente c’è un indietreggiare che è una quiete incantata, secondo Heidegger. Nell’angoscia proviamo uno stato d’animo nuovo e originale. L’ente svanisce come svanirebbe una nebbia, compare l’essere che ci mostra la vera realtà dell’ente. L’angoscia quindi ci fa vedere la scomparsa e il dileguarsi dell’ente, in un secondo momento si staglia il niente e grazie a ciò possiamo vedere l’ente sotto un aspetto che non viene rilevato scientificamente o metafisicamente (il nientificare, verbo sostantivato, das Nichten). Allora noi con la visione del niente abbiamo la possibilità di trovarci oltre l’ente.

L’Esserci, dunque, non è propriamente nell’insieme degli enti pur trovandosi insieme agli enti nel mondo, ma l’Esserci è immerso nel niente. L’Esserci dunque è immerso nell’essere. Oltre a essere ente tra gli altri enti che vive assieme agli altri enti, l’Esserci è immerso nell’essere, cioè nel niente (p. 55). Tenendosi immerso nel niente è sempre oltre l’ente. L’Esserci prova angoscia, c’è sempre una soggettività, dunque. L’Esserci si è già autocompreso, se nell’angoscia l’Esserci viene posto davanti all’ente: se il niente in quanto essere può venir colto solo attraverso l’angoscia, l’Esserci permane nel/col soggetto di questa esperienza, perché gli enti che non siano l’Esserci (gli enti difformi dall’Esserci) e l’essere stesso possono esser certo compresi dall’Esserci. Caratteristica ontologica fondamentale dell’Esserci  è quella di poter comprendere l’essere. E con questa sua caratteristica costituzione d’essere ha già fatto sì che si autocomprenda. L’angoscia è uno stato d’animo che permette all’Esserci di comprendere l’essere.

Quindi, l’Esserci va oltre l’ente: Heidegger questo andare oltre l’ente lo chiama la trascendenza. Carattere fondamentale dell’esistenza (come ex-sistere) dell’Esserci è la trascendenza, cioè la possibilità che l’Esserci ha di uscire da se. Andare oltre l’ente è semplicemente il fatto di esistere. Cosa c’è oltre l’ente? C’è il niente (non-ente), quindi andare oltre l’ente significherebbe andare verso l’essere, verso la possibilità di cogliere l’essere. Ciò che è oltre l’ente ci dà la possibilità di cogliere ciò che è oltre l’ente, cioè l’essere. Se l’Esserci non trascendesse non potrebbe mai rapportarsi all’ente e quindi nemmeno a se stesso e non potrebbe nemmeno rapportarsi all’essere.

Definizione ontologica del niente: il niente non è un oggetto, non è (in generale) un ente, non si presenta per se, né accanto all’ente cui inerisce. È ciò che rende possibile la manifestatezza dell’ente come tale per l’Esserci umano. Il niente non da solo il concetto opposto a quello di ente, ma appartiene originariamente all’essere stesso (o essenziale). Nell’essere dell’ente avviene il nientificare del niente. Capovolgendo: il nientificare del niente fa vedere l’essere dell’ente (p. 56). L’Esserci può quindi rapportarsi all’ente e può rapportarsi al niente. E, grazie al carattere della trascendenza, può tenersi immerso nel niente. Posto che il niente è l’origine della logica e l’origine dal punto di vista ontologico degli enti, dobbiamo riconoscere allora che, se noi poniamo la domanda sul niente abbiamo infranto il potere dell’intelletto e il dominio della logica. Questo non significa che dunque ci troviamo nella dimensione dell’irrazionalismo. Ci troviamo piuttosto nella condizione di poter pensare l’essere a prescindere dalla logica, ma anche dalla metafisica tradizionale. Quindi necessitiamo, per dare vita a questa possibilità, di capire cosa sia il pensare. È la metafisica tradizionalmente intesa? Non è, per Heidegger, operazione dell’intelletto, non è interrogarsi metafisicamente su qualcosa che sta al di là dell’ente (e del mondo), poiché sarebbe pensare a Dio. Per Heidegger tale ultima prospettiva è accettabile nell’ambito della teologia, ma non praticabile nella sfera della filosofia. Quindi, è nel mondo che dobbiamo rimanere anche quando andiamo oltre all’ente, perché l’essere non sta fuori del mondo, di quest’ultimo, l’essere, ne è il fondamento. Il fondamento del mondo è l’essere, il quale non sta altrove. Quell’essere che rende possibili gli enti. Quindi questo esser tenuto immerso dell’Esserci nel niente sul fondamento dell’angoscia fa dell’uomo il luogotenente del nulla (Nichts). (p. 60) Noi siamo così finiti che non siamo nemmeno capaci di portarci originariamente davanti al niente mediante una nostra decisione o volontà: ecco, l’angoscia accade, senza alcuna decisione da parte dell’Esserci. Finitudine qui traduce il termine Verendlichung, mentre finitezza traduce il termine Endlichkeit.

Stare immerso nel niente per l’Esserci è il dispiegare la trascendenza, ciò che sta dentro la sua esistenza, una possibilità interna dell’esistenza. Le ultime pagine si soffermano sulla metafisica. la metafisica sarebbe allora, dice Heidegger, il domandare, l’interrogare oltre l’ente. Con quale obiettivo? Con l’obiettivo di comprenderlo come tale e nella sua totalità. (p. 61) Se vogliamo capire che cos’è la metafisica non possiamo eludere la domanda su che cosa sia il pensare, oltre quella di interrogare l’ente. Se noi vediamo il pensare come ciò che costituisce l’essere, come la possibilità di comprendere l’essere, siamo sul piano della metafisica tradizionale (quella col segno negativo). Al contrario è piuttosto l’essere ciò che permette il pensiero. L’essere è la condizione di possibilità del pensare. Il niente (p. 63) non rimane l’opposto indeterminato dell’ente, ma si svela come appartenente all’essere dell’ente. L’ente è, ma questo è, indica, designa l’essere di questo ente. Il niente si collega all’ente mediante l’essere dell’ente stesso. Anzi si svela come appartenente all’essere dell’ente. Per Heidegger la via è quella di pensare al niente e all’essere come lo stesso. Una via tutta da aprire. Essere e niente fanno tutt’uno. Perché l’essere stesso è finito, storico.

Il pensiero filosofico originariamente si trova davanti a qualcosa che è effettivamente una meraviglia (il mondo). Dinanzi a ciò si prova stupore che è quella condizione mentale e d’animo primigenia con la quale l’uomo e colui che pensa viene posto innanzi al mondo. L’uomo in quanto pensatore si pone così dinanzi agli enti. Da qui scaturisce la domanda fondamentale della metafisica, ovvero perché c’è tutto ciò e non piuttosto il nulla? Heidegger lavora intorno alla relazione tra l’essere e il nulla.

Se l’impostazione scientifica dunque è esclusa, quella metafisica potrebbe essere praticabile, ma è insufficiente, perché s’interroga sull’ente, anche se al tempo stesso trascura il niente, perché considerato come ciò di cui non possiamo occuparci e quindi non dobbiamo tener conto. Heidegger invece dice, cerchiamo di pensare il niente come tale, facendoci i conti, poiché esso ci mostra quel non dell’ente che indica l’essere stesso. (pp. 64-65) Noi dobbiamo interrogarci sul fondamento che significa interrogarsi sull’essere, ma prima di arrivare all’essere dobbiamo interrogarci sul niente. Perché è ciò che ci permette di avere l’evidenza dell’essere.

Perciò, l’Esserci può rapportarsi all’ente solo se sta immerso nel niente, corrispondendo a quella sua costituzione fondamentale che è data dal suo rapporto con l’essere. L’Esserci è se stesso solo se pone la questione dell’essere, si pone in relazione con l’essere e se comprende la verità dell’essere. In assenza di ciò l’Esserci non sarà pienamente se stesso, cioè, rimarrà nell’inautenticità. Andare oltre l’ente accade nell’essenza dell’Esserci. Andare oltre l’ente è la metafisica stessa. Cos’è dunque metafisica? È comprensione dell’essere, ma per comprendere l’essere, l’Esserci deve comprendere se stesso, cioè questo nucleo, l’esistenza, la sua essenza che si esplicita nell’esistenza. La metafisica ci viene dunque presentata come il rapporto tra l’Esserci e l’essere. La metafisica, precisa Heidegger, fa parte della natura dell’uomo. Inerisce all’essenza dell’Esserci la comprensione dell’essere. Noi siamo in quanto possiamo comprendere l’essere. Togliamo questa comprensione, non siamo autenticamente. Per esserlo dobbiamo, come Esserci, porre la questione dell’essere in quanto tale. Se non lo facciamo siamo nell’inautenticità.

Potremmo ribadire che metafisica è qualcosa che inerisce la natura dell’uomo, inerisce alla costituzione ontologica dell’Esserci. Metafisica è l’andare oltre. La metafisica non sarebbe una disciplina della filosofia, ma è l’evento fondamentale dell’Esserci. Poiché la verità della metafisica dimora in tale fondo abissale è costantemente assediata dalla possibilità dell’errore più radicale. Per questo non c’è un rigore scientifico che eguagli la serietà della metafisica. La filosofia non può essere misurata col parametro della scienza. L’ente nella sua enticità non può essere realizzato dalla scienza, può solo essere acquisito dalla metafisica, cioè da questa filosofia. Heidegger riprende un passo del Fedro (279a) platonico che dice che la filosofia sta nella dianoia, nella mente dell’uomo.

Per cui l’Esserci, in generale, è capace di metafisica, poiché ente esistente e della trascendenza, che può andare oltre l’ente. La conclusione di Heidegger, dice che abbiamo la capacità di definire la filosofia come differente dalla scienza. Heidegger aggiunge che dal niente, in senso logico, non possiamo ricavare qualcosa, ma se il nulla lo intendiamo come l’essere allora possiamo ricavare qualcosa e a quelle condizioni. Senza infrazione della logica possiamo dire che dal niente scaturisce l’ente. Alla fine del testo Heidegger ripete la domanda fondamentale della metafisica: perché c’è qualcosa e non piuttosto il nulla? L’accento è qui sul niente. Ricordiamo sempre che il niente è l’essere, ne costituisce il fondamento. Un fondamento (p. 66) che per Heidegger è “fondamento abissale” (Abgrund).

Abbiamo due ulteriori testi, uno del ‘43 (il Poscritto) e uno del ‘49 (l’Introduzione). Heidegger sente l’esigenza di scrivere qualcosa di ulteriore, dopo le critiche e i fraintendimenti, soprattutto quelle del neopositivismo logico. Questo perché la questione doveva essere per Heidegger ulteriormente specificata. Grazie a due temi. La questione del linguaggio e l’inquadramento della metafisica all’interno del pensiero dell’essere. I due testi si differenziano prevalentemente in base a questi due concetti. Nel primo (p. 73), il Poscritto del ‘43 arriviamo all’evidenza del tema del linguaggio. Heidegger ammette di essere stato enigmatico, in alcuni punti. I fraintendimenti veri e propri sono: 1) la prolusione fa del niente l’oggetto unico della metafisica; 2) la prolusione parla dell’angoscia e porta questo stato d’animo come fondamentale; 3) la prolusione parla contro la logica. La filosofia del niente sarebbe dunque una filosofia del mero sentimento che sarebbe un pericolo per il pensiero esatto. Questa filosofia produrrebbe una propensione verso il nulla, verso l’inazione, una sorta di ignavia, infine in quanto pensiero della sentimentalità, produrrebbe una sorta di impossibilità di stare all’interno del pensiero esatto. Da presupposti sbagliati non potremmo che arrivare a conclusioni sbagliate. Perciò questa filosofia sarebbe un vuoto a perdere.

A questi tre punti la risposta heideggeriana è già contenuta nei punti stessi. Non si tratta di nichilismo, innanzitutto perché Heidegger non parla di niente, ma il niente è l’essere, è “qualcosa”. È un pensiero che si fonda sulla prassi, sull’agire dell’essere umano, anche quando si occupa dell’angoscia o della noia. Non è un pensiero antilogico. O il pensiero è calcolante oppure non sarebbe pensiero, secondo i detrattori di Heidegger.

Ma sarebbe possibile una coesistenza/convivenza fra logica e metafisica heideggeriane? È una questione sulla quale ritornare. In sostanza: sarebbe possibile che una struttura di tipo logico funzioni, sia presente all’interno del pensiero meditante? Si, heideggerianamente la risposta è positiva. Qui rientrerebbe in gioco anche il circolo ermeneutico della comprensione (Essere e tempo). È sempre necessario che noi abbiamo una precomprensione di ciò che dobbiamo comprendere. Precomprensione che non può essere la premessa logica, poiché sta ancora prima, nel legame ontologico fondamentale che nell’Esserci è costituito dal suo rapporto di comprensione con l’essere. Di questa cosa, di una cosa, io non indago la cosità, ma il suo essere. Dunque, è possibile la coesistenza della logica all’interno del pensiero meditante. È la logica che non può accettare, piuttosto, questa cosa.

Heidegger poi spiega cosa significa per l’autenticità dell’Esserci, relazionarsi con il niente. (p. 76) Senza l’essere ogni ente resterebbe privo di ogni essere: non della sua enticità, ma di quella dimensione che lo garantisce di essere. Appartiene alla verità dell’essere che mai l’essere sia senza l’ente e un ente sia senza essere, questa la proposizione heideggeriana fondamentale. C’è essere solo se c’è un Esserci che lo comprende. Togliamo questo rapporto, non c’è l’Esserci autentico. Nella comprensione, l’Esserci comprende l’essere. Questa è la modalità con la quale l’Esserci si rapporta all’essere. La questione è che l’essere può essere compreso solo se l’Esserci si pone in ascolto dell’essere. L’ascolto è una modalità di avvicinamento all’essere in base alla quale noi preliminarmente cogliamo la domanda che l’Esserci eleva nei confronti dell’essere, cioè il senso dell’essere. Come viene formulata questa domanda? Con un linguaggio ordinario? No, con un linguaggio silente. In Essere e tempo si parla della voce della coscienza che è voce silenziosa, qualcosa che può essere colto con l’ascolto. Se la voce della coscienza (dell’essere) è una voce silenziosa l’ascoltare sarà un ascoltare metaforico tanto quanto sarà metaforica la voce della coscienza. Condizione preliminare affinché l’Esserci possa comprendere l’essere è che l’Esserci comprenda il linguaggio dell’essere. Questa possibilità del linguaggio come linguaggio dell’essere fa si che tutto questo discorso dell’essere e sull’essere non rimanga chiuso in una xigetica[1], cioè, chiuso nel silenzio, sarebbe il niente, il nulla, lo zero. È allora necessario meditare intorno al linguaggio. È il presupposto per spiegare il linguaggio dell’essere. È il pensiero essenziale, ovvero il pensiero che pensa l’essere. Questo pensiero essenziale è contrapposto al pensiero calcolante che riduce l’ente a cosa calcolabile. Calcolabilità e numerabilità dell’ente. Ogni calcolo riduce il numerabile nel numerato, dice Heidegger. Ogni cosa è solo ciò che essa conta.

Fare i conti con l’ente non significa calcolarlo, ridurlo a oggetto di calcolo, ma significherebbe portare l’ente su un piano in cui ciò che conta non è la sua calcolabilità, ma il suo rapporto con l’essere. Ciò che conta è l’essere di sé, l’essere dell’ente stesso. I due piani sarebbero: il primo, l’ente in quanto calcolato; il secondo, l’ente è in quanto viene compreso il suo essere. Il pensiero calcolante esclude tutto ciò che non può essere calcolato dal pensiero. Da una parte abbiamo l’ente calcolato, dall’altra l’ente con il suo essere. A ciò Heidegger contrappone il pensiero meditante che risponde al richiamo, all’appello dell’essere. Appello che può essere udibile.

Si tratta del pensiero iniziale, cioè dell’altro inizio del pensiero che rappresenterebbe la possibilità di iniziare la metafisica da un’altra parte. Una sorta di altra metafisica. (p. 82) Il pensiero iniziale è l’eco del favore dell’essere in cui si apre nella radura e si lascia avvenire l’unica cosa, cioè, che l’ente è. Questa eco è la risposta dell’uomo alla parola pronunciata dalla voce silenziosa dell’essere. La risposta del pensiero è dunque l’origine della parola umana che fa sorgere il linguaggio. Quella parola fa sorgere il linguaggio, come dire la parola all’interno dei vocaboli. Noi ci avviciniamo alla questione del linguaggio solo se lo poniamo in relazione alla questione dell’essere. (p. 84) Dando ascolto alla voce dell’essere il pensiero gli cerca (per l’essere) la parola per cui la verità dell’essere viene al linguaggio. Il linguaggio dell’uomo è tale solo se scaturisce dalla parola. Il linguaggio dell’essere vuole proteggere la parola, questo linguaggio anomalmente concepito: esso (il pensiero dell’essere) è la cura per l’uso del linguaggio. Il linguaggio è la casa dell’essere, l’uomo è il pastore dell’essere.

Il pensatore è colui che si è insediato nel pensiero dell’essere è colui che chiarifica il senso della parola. Da questa medesima fonte viene il nominare del poeta. Quando il pensatore pensa l’essere sta nella medesima posizione verso la fonte che è la stessa posizione del poeta. Due enti vicini su monti separatissimi. Il pensatore dice l’essere, il poeta nomina il sacro (p. 85). Questa è una differenza riassorbita da quella relativa identità della fonte cui attingono, per dire due cose diverse.

Con questa conclusione del Poscritto del ’43, Heidegger sposta in avanti la questione di che cos’è metafisica, fornendo un’indicazione sul modo di elaborare il pensiero sull’essere, ma anche dando un’analogia tra poeta e pensatore nella loro azione, ricerca, entrambi vicini all’essere, uno nel mondo dell’essere, l’altro nel mondo del sacro.


[1] Esegetica.

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About the Author

Sergio Mauri
Blogger, autore. Perito in Sistemi Informativi Aziendali, musicista e compositore, Laurea in Discipline storiche e filosofiche e in Filosofia. Premio speciale al Concorso Claudia Ruggeri nel 2007; terzo posto al Premio Igor Slavich nel 2020. Ha pubblicato con Terra d'Ulivi nel 2007 e nel 2011, con Hammerle Editori nel 2013 e 2014, con PGreco nel 2015 con Historica Edizioni e Alcova Letteraria nel 2022 con Silele Edizioni (La Tela Nera) nel 2023 e con Amazon Kdp nel 2024 e 2025.