Heidegger tra metafisica e poesia. (iii)

Temi heideggeriani
Temi heideggeriani.

Vediamo la connessione tra metafisica e tecnica. Metafisica: come la si intende solitamente, ma anche come storia della tradizione filosofica, l’abbandono del problema dell’essere, l’oblio dell’essere, in tale tradizione si è innestato un processo che porta alla distanza dell’uomo nei confronti dell’essere. Dimenticando l’essere fa si che il Dasein dimentichi l’essere, dimenticando quindi la sua costituzione ontologica, trovandosi in una distanza non colmabile che coinvolge l’essere stesso. L’essenza dell’Esserci consiste nella comprensione dell’essere, dimenticando l’essere egli non corrisponde alla propria essenza, si aliena, si estranea. L’Esserci non è autenticamente se stesso. In tale prospettiva si manifesta il carattere primigenio della metafisica che consiste oltre alla dimenticanza dell’essere, nella questione del calcolo, del mondo come calcolo. Tale dimenticanza non nasce perché la metafisica non vuole occuparsi dell’essere, ma si occupa solo degli enti, secondo le loro caratteristiche meramente fattuali, nella loro datità. In tal modo tra scienza e metafisica la distanza si assottiglia.

Quindi, il rapporto con l’essere non è ontologico, ma tecnico. Nella metafisica Heidegger vede all’opera una volontà dell’uomo di non solo conoscere, ma di dominare il mondo, gli enti. Una volontà di calcolo. Metafisica e tecnica dunque sarebbero sullo stesso piano.

Rispetto al problema del senso dell’essere Heidegger sceglie un’altra strada rispetto a quella ontologica, fuori dalla linea logico scientifica, che tuttavia non è estranea alla metafisica, che non ci dà gli strumenti necessari alla risoluzione del problema dell’essere.

Che cos’è metafisica? Siamo nel 1929, Heidegger vuole approfondire la questione dell’essere, già trattata in Essere e tempo. La domanda di avvio è che cos’è metafisica? È una domanda intrinsecamente metafisica. La parola metafisica va sempre vista in un’ambiguità (produttiva). Il testo parte da questa domanda, cercando di mettere in evidenza la questione dell’essere. Ogni domanda sulla metafisica riguarda la totalità di ciò che la metafisica è. Ogni domanda su di essa si può porre solo se colui che la pone sia coinvolto con la domanda stessa. Ma non coinvolto per motivi contingenti, ma per essenza, intorno alla metafisica. L’interrogare metafisico deve essere totale/totalizzante. L’esserci deve essere coinvolto rispetto alla domanda in relazione alla metafisica. Il nostro essere nel mondo qui e ora è determinato dalla scienza (atteggiamento scientifico). Scienza vuol dire anche logica. Tale impostazione è sufficiente per indagare la metafisica? No, la scienza non ci sorregge in questa direzione.

Le scienze procedono secondo un criterio che porta a un inaridimento: inaridimento come fondamento, alla cui base c’è l’uomo, che ne viene investito. Nel mondo non c’è nulla che stia fuori dalle scienze che si muovono in un campo indistinto nel quale le discipline si equivalgono.

Il calcolo avviene secondo il criterio della esattezza. Le scienze naturali si reggono e fungono solo in virtù dell’esattezza e del calcolo. Bisogna istituire la distinzione tra calcolo e rigore (Strenge). Le scienze filosofiche sono l’arte eminente delle scienze dello spirito, possono essere caratterizzate solo dal rigore del pensiero, non di calcolo. Le scienze sono guidate da un riferimento al mondo per ottenere una determinazione specifica. La scienza in sé mostra una implicita libertà dell’uomo di dirigersi in varie direzioni d’indagine.

Un (terzo) elemento è l’irruzione dell’uomo nel mondo. Ciò produce un effetto di schiusura dell’ente per ciò che è. In questi tre aspetti l’uomo si riferisce all’ente e a nient’altro. In tale prospettiva può rientrare solo un ente, nulla può rientrarvi se non l’ente. La scienza si occupa dell’ente e nient’altro. Nient’altro: porre l’accento su ciò di cui le scienze non si occupano. Si tratta di un procedimento totalmente differente da quello delle scienze. Possiamo individuare un oggetto e un “metodo” diverso da quello delle scienze. L’eccedenza rispetto alla totalità degli enti. Di questo niente la scienza non può fare conoscenza. La scienza rifiuta il niente (la scienza è tale). Alla scienza importa solo l’ente. Tuttavia, nella prospettiva metafisica diventa quindi rilevante (p. 41). Ciò che la scienza rifiuta è ciò che essa reclama.

Dunque, che ne è del niente, che ne facciamo del niente? Ci avviamo a interrogarci sul niente. Cos’è il niente? È il non-ente.

La particella non, va a negare (proporzionalmente) l’ente. Tale è la forza della logica che arriva fino dentro alla domanda sull’ente. Ma per Heidegger non è questa la via giusta, perché siamo ancora sotto il dominio della scienza. L’esclusione dell’ente non ci investe ulteriormente. Per Heidegger si dovrebbe porre la questione da una prospettiva ontologica. Il non precede la negazione, non è di tipo logico-proposizionale. È un non di tipo ontologico, un carattere ontologico che precede ogni negazione logica, che ci mette di fronte alla entità, in tal caso, del niente, che è l’essere. Il niente traduce l’essere. Il niente differisce in modo assoluto dall’ente (p. 43). La priorità ontologica del niente costituirebbe paradossalmente la fondazione di qualunque scienza, scaturente dal non ontologico. Mi trovo davanti a un ente che non posso concepire se non come quell’ente.

Siamo di fronte a un’inconciliabilità tra una prospettiva scientifica e una metafisico-ontologica. Per Heidegger l’ontologia precede la logica e quest’ultima potrebbe comprendere se stessa solo se si concepisse come secondaria rispetto alla ontologico-metafisica. Heidegger delinea il campo ontologico-metafisico di cui si occupa.

L’ontologia precede la logica, quindi, qualunque atto di tipo scientifico dovrebbe trovare il proprio fondamento nella sfera ontologica.

La via delle tonalità emotive, Stimmung, è quella scelta da Heidegger. Qual è il primo passo per approcciarci a un’esperienza di questo tipo? Una delle Stimmung è quella della noia profonda (p. 47). Su di noi incombe il tutto (l’essente), nella noia profonda, per esempio. La noia profonda non è ciò che ci annoia (qualcosa di specifico che ci annoia), la noia profonda (Langeweile) accomuna tutte le cose, tutti gli uomini in una strana indifferenza rispetto alle cose. Qui si mostra, si rivela l’ente nella sua totalità. È l’accadimento fondamentale del nostro Esserci. Così si mostra. Il riferimento genealogico è al sublime kantiano.

È possibile avere esperienza nella sua totalità? Si, ma si tratta di un altro stato emotivo, l’angoscia (Angst). L’angoscia non scaturisce da alcun ente determinato al contrario della paura (Essere e tempo). Genealogicamente l’angoscia deriva da quella di Kierkegaard, l’esistenza come essenza dell’essere umano (concetto). Proviamo angoscia davanti a una indistinzione ontica. Proviamo paura davanti a una particolarità ontica. L’angoscia ci può condurre dinanzi alla negazione ontologica dell’ente, ci porta dinanzi al nulla (p. 49). L’angoscia ci porta innanzi al nulla. L’angoscia non produce perturbamento, produce una strana tranquillità, non è perturbante come la paura. L’indeterminatezza di ciò per cui ci angosciamo è l’impossibilità di determinare. Perciò, se noi associamo a ciò che ci chiedevamo rispetto a cosa sia il niente, allora possiamo rilevare che l’angoscia è il niente.

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About the Author

Sergio Mauri
Blogger, autore. Perito in Sistemi Informativi Aziendali, musicista e compositore, Laurea in Discipline storiche e filosofiche e in Filosofia. Premio speciale al Concorso Claudia Ruggeri nel 2007; terzo posto al Premio Igor Slavich nel 2020. Ha pubblicato con Terra d'Ulivi nel 2007 e nel 2011, con Hammerle Editori nel 2013 e 2014, con PGreco nel 2015 con Historica Edizioni e Alcova Letteraria nel 2022 con Silele Edizioni (La Tela Nera) nel 2023 e con Amazon Kdp nel 2024, 2025 e 2026.