Tema dell’informatica giuridica.
Dieci riflessioni intorno al processo, Marco Cossutta.
Alla voce Informatica giuridica, di Renato Borruso, riassunta dal suo manuale, a pagina 354, dopo 15 pagine dense, arriva al dunque. Quindi già 25-26 anni fa, c’erano dei mirabili giuristi, come nel caso di Borruso.
Il problema è l’applicazione automatica della legge. Dove si applica la legge? All’interno del processo. Il problema di cui sopra nasce da cinque domande: 1) le nostre leggi sono un algoritmo? L’algoritmo è un numero finito di operazioni che porta al risultato corretto nello svolgimento di un compito; gli algoritmi di base sono quelli delle quattro operazioni; e l’affidabilità del computatore è di solito da noi scelta rispetto a quella dell’umano; la legge cos’è? Un insieme di istruzioni che ci portano a conseguire un determinato risultato, e le disposizioni contenute nella legge devono essere seguite alla lettera, ma qui casca il palco. Per Borruso, tuttavia, è possibile che l’interpretazione del legislatore sia forse augurabile, ma è augurabile altresì che l’interpretazione sia algoritmizzata di modo che non ci sia arbitrarietà. Il computer soddisfa questo tipo di esigenze. I calcoli del risarcimento, quello delle assicurazioni sono già specificamente automatizzati. Il problema rimane l’applicazione automatica della disposizione di legge. Le opinioni di Borruso, vogliono indirizzarci alla certezza del diritto, alla sua inequivocabilità. Un testo non manipolabile da chi deve giudicare.
