Continuiamo col problema della controversia (Ordinamento giuridico tra virtualità e realtà). La risoluzione di una controversia che avviene perseguendo dialetticamente la propria tesi, avviene mediante il riconoscimento sempre inesausto ma rivedibile e sempre autentico di ciò che è proprio delle parti. Quello del dire e contraddire è metodo medievale. È il metodo che fa si che il processo sia giusto. È un problema di metodo. Il dire e contraddire ci portano al riconoscimento di ciò che è proprio alle parti, il diritto sulla cosa. Questo riconoscimento del diritto sulla cosa, inesausto e rivedibile, cioè ci riporta lo stesso autore sul problema della verità nel processo. Il metodo del contradditorio, cioè dialettico, ci porta a un risultato che tuttavia non è necessario, perché altrimenti sarebbe esausto e non rivedibile. Questo per il semplice fatto che la controversia si fonda su opinioni e sul loro controllo, sulla loro congruità, con quella che è l’opinione generale. La corrispondenza di ciò che viene affermato e negato ad un luogo comune. La corrispondenza delle asserzioni viene controllata, a quello che Enrico Berti (filosofo, il cui maestro fu Marino Gentile) dice si devono controllare in relazione al contesto in cui si muove l’argomentazione.
Per Aristotele le argomentazioni passano da premesse condivise, per lo più; quindi, abbiamo qualcosa che ha a che fare col verosimile. Doxa però non si limita a definire l’opinione, ama anche la fama. L’endoxa è un’opinione in fama, dei sapienti (sophoi). È un’opinione dotata di valore, di peso. L’argomentazione deve essere persuasiva, dunque, verosimile, non vera o non vera. Stiamo quindi lavorando (Aristotele) con cose che sembrano a tutti (endoxa), mentre chi distrugge la fiducia non dirà affatto cose più degne di fede. La conclusione di questo ragionamento sarà una conclusione verosimile. Potrà persuadere, ma non potrà mai essere considerata in maniera granitica e sarà sempre rivedibile. Il nostro Aristotele ci dice anche che si danno argomentazioni attraverso il discorso quando mostrino il vero o il vero apparente di quanto l’argomento rende di persuasivo.
Si sta argomentando, sillogizzando, intorno ai costumi e alle virtù (Aristotele, I° libro Retorica) come un modo di scimmiottare, di prendere a modello il sillogismo perfetto. Lo prendiamo a modello e costruiamo un’argomentazione su quella falsa riga che avendo come materiale opinioni, non potrà che portare come conclusione, un’opinione. Il modello della logica deduttiva e vi costruiamo delle argomentazioni che però non producono delle conclusioni necessarie, ma conclusioni che sono rivedibili poiché fondate su opinioni. Saranno persuasive o meno, rispetto con la loro aderenza rispetto ai luoghi comuni che vivono all’interno di un determinato contesto sociale. Saranno autorevoli, tutt’al più. Tuttavia, sempre rivedibili. Risulta che la retorica è come una diramazione della dialettica, producendo comunque qualcosa di diverso. Le procedure di controllo si fondano sulla corrispondenza o meno delle singole opinioni condivise per lo più. Cioè, quelle opinioni di cui parla Berti che vanno certamente interiorizzate nel momento in cui apparteniamo a questo contesto. E cosa succede? Qualora volessimo rivolgerci a quell’ambito che abbiamo rifiutato perché in contraddizione porremmo in essere affermazioni non più degne di fede. Affermazioni non dotate di valore all’interno di quel contesto. Sono opinioni (doxa) sono prive di fama. Diventano inverosimili, ma non false.
Cosa vuol dire ordine pubblico? Intanto, si ricorre ai luoghi comuni. Concetti che sono determinati tramite l’esperienza giuridica, la ricerca, col ricorso a elementi per lo più condivisi. Così siamo sicuri che i concetti si possano armonizzare rispetto alla società concreta in cui viviamo. Armonizzazione delle aspettative con la legalità sociale che costituisce i luoghi comuni e da essi si evolve, si rafforza, si modifica. Quindi, l’esperienza giuridica che si sostanzia nel processo non dovrebbe manifestarsi come una forma di valutazione formale, ma perché offre (se offre) una valutazione condivisa nella corrispondenza coi luoghi comuni.
Questo ci permette di ricadere nel campo della metafisica: non assumiamo un ideale di giustizia (da dove? Da altri luoghi comuni?) e allora il giusto processo sarebbe giusto perché concretizza una realtà, anche se in modalità mediata, una realtà fisica. È invece giusto nel momento in cui corrisponde alle aspettative. Non creazione di sistemi metafisici, ma ricerca della soddisfazione sociale (vedi scandinavi Olivecrona, Ross, Hagerstrom).
Quindi, anche i luoghi comuni si modificano, cambiano, che è sottolineato anche da Caiani che sviluppa queste argomentazioni. Caiani pensa che le norme sociali per mezzo del processo interpretativo si trasformano in norme giuridiche, dal momento che diamo un significato alla disposizione avuto riguardo al significato delle norme sociali. E quindi le norme sociali divengono così norme giuridiche. I luoghi comuni sono fondamentali all’interno del processo. E l’incedere retorico (Aristotele), che trova, in definitiva, conferma nel principio di non contraddizione, trova soluzione nel processo.
Tale situazione del processo da il senso di una “crisi”, nel senso che si giunge a una soluzione o una dissoluzione; quindi, parliamo di una crisi politica che riguarda tutta la società. Non sono solo le parti che esigono la soluzione, ma è l’intera società a richiederla in quanto partecipe al processo, partecipe con i suoi luoghi comuni. Offre le opinioni condivise dai “per lo più”. Il dire e contraddire delle parti, sottoposti alle regole del processo e delle regole giuridiche, vanno verso l’orizzonte formato dai luoghi comuni. Vi è sempre un rapporto con la realtà valoriale, non ricompresa nelle mere regole formali (procedurali o sostanziali). La comunità partecipa a questa crisi offrendo i propri luoghi comuni intorno ai quali confrontarsi. Partecipa e subisce: se la comunità da al processo i luoghi comuni, riceve dal processo delle opinioni, vi è un ritorno che si istituzionalizza all’interno della sentenza. Ogni processo è foriero di una evoluzione dei luoghi comuni. Nel processo i luoghi comuni si confrontano si modificano si vivificano e possono anche venire meno.
Stiamo lavorando su procedimenti non formali: il processo è giusto se è autorevole, quindi dotato di un valore, se ha un peso, ed è tale se ripropone dei luoghi comuni autorevoli.
