Sta uscendo in questi giorni il mio ultimo lavoro, Elogio del disincanto, Breve fenomenologia del potere. Dalla presentazione del libro:
Ogni epoca si crea i propri miti sul potere e ogni epoca ha bisogno di qualcuno capace di smontarli. Questo saggio si muove in una tradizione ben precisa, quella dei “disincantatori”: da Machiavelli a Pareto, da Weber a Popper. Non cerca né di esaltare il potere né di condannarlo, ma semplicemente di guardarlo per quello che è davvero: una cosa umana, quindi imperfetta, capace di sbagliare, fatta tanto di calcolo quanto di ignoranza.
L’autore lo dice fin dalle prime righe, con un piccolo gesto che in realtà pesa molto: scrive “potere” con la minuscola. Non è un capriccio stilistico, ma una scelta di fondo, la stessa che si trova nell’opera di Piero Melograni, punto di partenza dichiarato di questo lavoro, che però ne porta avanti i temi a modo suo. L’idea è togliere al potere quella maiuscola che di solito gli regaliamo e con essa l’aura di sacralità, l’illusione che chi comanda sappia sempre tutto e possa fare qualsiasi cosa. Un’illusione comoda, perché permette sia a chi ha il potere sia a chi lo subisce di non fare i conti con la realtà.
Alcuni stralci dall’Introduzione:
Il filosofo politico che si accosta a queste pagine riconoscerà immediatamente il terreno su cui si muove: quello di una tradizione realista che non si stanca di ripetere una verità scomoda quanto elementare: cioè che chi comanda conosce sempre meno di quanto si creda e può sempre meno di quanto si pretenda. È la lezione che attraversa il testo, capitolo dopo capitolo: dai limiti epistemici del potente, costretto a decidere sulla base di informazioni approssimative, filtrate, spesso deliberatamente distorte, fino ai vincoli imposti dalla burocrazia, dall’economia, dalle masse, dall’irrazionale collettivo, […]
[…] Il lettore troverà in queste pagine un impianto argomentativo che intreccia storia, sociologia e psicologia delle masse con una libertà che è insieme pregio e rischio: il rischio di ogni saggistica che rifiuta le gabbie disciplinari per inseguire un fenomeno — il potere — che quelle gabbie eccede sistematicamente. […]
