Noi oggi viviamo nell’impero del discreto. Il digitale è discreto. Tra discreto e continuo, la tensione che avvertiamo è, innanzitutto, quella tra ciò che percepiamo come ininterrotto, indefinitamente divisibile e sfuggente alla nostra comprensione diretta. Sul piano della conoscenza, siamo strutturati a percepire la realtà empirica come discreta o composta di “stati”, ma il continuo è un presupposto indispensabile per situare il discreto. Conosciamo l’empirico discreto che inseriamo in un continuo astratto come presupposto di conoscenza. Nel nostro livello più intimo, viviamo una continua contraddizione tra ciò che razionalizziamo, magari proponendoci di programmarne gli esiti e ciò che viviamo nei flussi continui di desideri ed emozioni, generando spesso dei conflitti interni. Una grossa contraddizione, fuori di noi, è proprio quella tra il discreto del mondo digitale, l’ordine discreto dei sistemi artificiali e la complessità continua, fluida, della realtà naturale. Ne discende che, la nostra necessità di concettualizzare la realtà per mezzo di modelli discreti limita la comprensione della realtà stessa che si può definire anche come un insieme di processi in atto e non di “stati”.
In tal senso, questa contraddizione di fondo pone degli interrogativi filosofici: possiamo sciogliere il nodo che lega discreto e continuo e come? Possiamo farlo senza oltrepassare i nostri limiti percettivi e razionali? Come possiamo sciogliere il nodo tra una conoscenza imperfetta e parziale e un ideale di continuità e completezza?
Sospettiamo che la risposta non sia disponibile e ci porti a un compromesso tra discreto e continuo, in modo tale che la parzialità del primo sia tenuta almeno sotto controllo da una abbondanza di dati a riempire i vuoti della nostra conoscenza.
