UNA PROPOSTA DI SOCIOLOGIA CRITICA: CENTRALITÀ DEL LAVORO E INTERPRETAZIONE DEL MODELLO GIAPPONESE.

Japanese model
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Con piacere pubblico la tesi di laurea di FABIO SCOLARI .

ANNO ACCADEMICO 2017/2018

INDICE

INTRODUZIONE pag. 1

CAPITOLO 1 – UNA PROPOSTA DI SOCIOLOGIA CRITICA

  1. I limiti della sociologia contemporanea pag. 3
  2. Franco Ferrarotti: la sociologia come scienza critica pag. 4
  3. Zygmunt Bauman: la sussunzione reale della sociologia statunitense al capitale pag. 6
  4. Quale futuro per la sociologia contemporanea? pag. 8

CAPITOLO 2 – LA CENTRALITÀ DEL CONCETTO DI LAVORO

  1. Una contestualizzazione storica: la fine del lavoro e della storia pag. 10
  2. Il concetto di lavoro in Marx pag. 11
  3. L’attualità del metodo e del contributo marxiano pag. 16

CAPITOLO 3 – IL TOYOTA PRODUCTION SYSTEM

  1. La fine del miracolo keynesiano pag. 17
  2. I limiti del taylorismo-fordismo pag. 18
  3. L’alternativa possibile: il toyotismo o ohnismo pag. 22

3.3.1. La sconfitta dei sindacati giapponesi pag. 23

3.3.2. Le differenze tra ohnismo e taylorismo-fordismo pag. 25

3.3.2.1 La scomposizione dei vecchi stabilimenti fordisti pag. 26

3.3.2.2. Il maggiore coinvolgimento dei lavoratori pag. 28

3.3.2.3. La ricerca della qualità totale pag. 30

  1. Quali prospettive per il futuro? pag. 31

BIBLIOGRAFIA pag. 32

INTRODUZIONE

Questo scritto ha l’ambizione di riportare all’attenzione i temi della sociologia critica, riprendendo alcuni degli autori che maggiormente mi hanno avvicinato a questa prospettiva, alternativa all’evoluzione che questa disciplina pare aver assunto negli ultimi decenni.

Nel primo capitolo, partendo dall’esposizione e dalla conseguente valutazione della recente introduzione al ragionamento sociologico esposta da A. Santambrogio, provo, attraverso i contributi di F. Ferrarotti e di Z. Bauman, a fornire spunti per una riflessione alternativa mettendo in evidenza tre temi centrali: il ruolo attivo e non neutrale che deve assumere un sociologo in una società capitalistica avanzata, il forte legame tra analisi teorica globale/ricerca sociologica e infine il pericolo di una possibile involuzione e deriva della sociologia verso fini ad essa estranei. L’utilizzo combinato e la sintesi delle indicazioni metodologiche di questi due sociologi, ha la finalità di fondare su basi solide un approccio analitico alternativo all’analisi dei fenomeni sociali, che abbandoni un puro descrittivismo della realtà in direzione di una critica di tutto ciò che esiste. Nel fare questo, identifico come ambito privilegiato di analisi della sociologia critica il terreno della produzione materiale e dei rapporti di produzione, luoghi nei quali trovano origine i conflitti di classe e le lotte per il potere nelle società di mercato.

Nel secondo capitolo, avvalendomi del contributo marxiano intorno al concetto di lavoro, sottopongo ad una ulteriore critica quelle posizioni che hanno celebrato la “fine del lavoro” (Rifkin, 1995) e più in generale la “fine della storia” (Fukuyama, 1992), mostrando come questi autori partano da premesse teoriche parziali non tenendo conto della duplice forma(concreta e astratta) che l’atto lavorativo assume nella produzione di merci. Eludendo questa distinzione, essi hanno potuto facilmente dichiarare superato non solo Marx, ma più precisamente la sua teoria del valore così legata alla sconveniente nozione di sfruttamento del lavoro vivo. Premessa indispensabile per tutto questo è la riabilitazione della teoria del “valore-lavoro”, quale strumento analitico fondamentale per la riproposizione di una proposta teorica in grado di scandagliare le contraddizioni del presente senza per questo abbandonare il rigore scientifico della ricerca sociale.

Il terzo capitolo, si apre con una breve ricostruzione storica dei trent’anni successivi alla seconda guerra mondiale, per poi indicare i punti di forza e di debolezza del modello keynesiano, basato su un intervento attivo dello stato nei meccanismi economici. La svolta neo-liberista degli anni ’80 è a mio parere profondamente intrecciata con una trasformazione più generale nelle forme di produzione ed organizzazione del lavoro. Il secondo paragrafo, si concentra sulla ricostruzione delle caratteristiche e dei limiti del taylorismo-fordismo, indagando nello stesso tempo i motivi che ne determinarono la messa in discussione da parte operaia. Dopo circa un decennio di conflitti sociali, il sopravanzare della crisi energetica fornisce alle classi domanti occidentali l’occasione per lanciare una propria contro-offensiva. Le performance economiche ottenute dalla Toyota, fanno balzare all’ordine del giorno le discussioni sulle peculiarità di questa fabbrica giapponese e sul suo innovativo metodo di organizzazione della produzione. Il penultimo paragrafo è invece dedicato interamente al “modello toyotista” e alle sue concrete applicazioni, in particolare nelle nazioni occidentali. Il filo conduttore dell’esposizione è incarnato nella tesi che, lungi dal rappresentare un’autentica alternativa alla degradazione umana provocata dal taylorismo, il sistema di produzione giapponese in realtà ne salvaguarda gli aspetti centrali. Se degli elementi di discontinuità si possono rintracciare a livello organizzativo, nulla sembra far presagire un’autentica liberazione del lavoro umano ed il superamento delle contraddizioni immanenti alla società capitalistica. Il pericolo anzi pare essere quello di aver realizzato una forma ancora più sofisticata di sfruttamento della forza-lavoro. L’ultima sezione, che chiude non solo il capitolo ma anche tutto il lavoro, è dedicata ai possibili scenari futuri, dal momento che senza una reale riappropriazione da parte dei produttori associati delle proprie condizioni di esistenza qualsiasi mutamento (organizzativo o tecnologico) rischia di essere subordinato alle esigenze di valorizzazione del capitale, rafforzando ulteriormente la sua logica distruttiva.

CAPITOLO 1 – UNA PROPOSTA DI SOCIOLOGIA CRITICA

1. I LIMITI DELLA SOCIOLOGIA CONTEMPORANEA

Santambrogio, nella sua “Introduzione”, definisce la sociologia come “lo studio scientifico della società” (A. Santambrogio, 2009, 5). Questa lapidaria proposizione contiene già in sé alcuni elementi fondamentali. In primo luogo, rivendica uno statuto di scientificità autonoma a questa disciplina, e proprio per questo indica implicitamente un oggetto (la società) e un metodo d’indagine specifico (il metodo scientifico). La definizione crociana della sociologia come “inferma scienza” (Cipriani, 2016, 19) ossia come materia non in grado di pervenire a conoscenze oggettive ma produttrice solamente di “pseudo-concetti”, viene fin dal principio respinta. I lati a mio avviso positivi dell’esposizione di tale autore non si fermano a questo. Egli nota che “la società, a differenza della natura, è una realtà storica. La società non è sempre esistita” (Santambrogio, 2009, 5). Con queste parole viene introdotta la dimensione storica non solo della disciplina, ma anche del suo peculiare oggetto di studio, rifuggendo nello stesso tempo sia da approcci naturalistici sia da assunzioni positiviste, che ad esempio hanno modificato il volto degli studi economici imponendo un’eccessiva modellizzazione matematica a discapito del ragionamento critico e teorico. La conclusione a cui ci conduce Santambrogio viene da lui stesso sintetizzata brevemente in questo modo:“la sociologia studia un oggetto che si è prodotto storicamente; in un certo senso, contribuisce a produrre l’oggetto che studia; è affine ad esso, in quanto sia la disciplina che l’oggetto sono prodotti storici; addirittura, nasce e si sviluppa in sintonia con l’oggetto studiato” (Santambrogio, 2009, 7). Ciò che viene quindi messo in risalto è il carattere dialettico che lega la disciplina e il suo oggetto di studio. Un ulteriore passo in avanti ci viene illustrato attraverso la ricostruzione storica delle tappe che portarono al “progressivo diventare autonomo della società dalla Stato” (Santambrogio, 2009, 7). Gli avvenimenti rilevanti sono l’affermarsi in età moderna di “un potere sovrano indipendente: la ragione diviene la base di un ordine sociale che non proviene da Dio e che non ha il suo fondamento nella tradizione” (Santambrogio, 2009, 7) e “le grandi rivoluzioni moderne, che segnano l’affermazione anche simbolica della modernità-quella inglese del 1688, quella americana del 1776 e quella francese del 1789-, sono rivoluzioni individualiste, fatte in nome dell’individuo” (Santambrogio, 2009, 15).

Una volta ripercorsa la nascita della sociologia e della società, Santambrogio approfondisce “il metodo sociologico” seguendo un’esposizione secondo paradigmi ed autori, mantenendo sullo sfondo, come da lui stesso indicato, il dibattito intorno al metodo scientifico. Senza assumere una posizione definitiva, la sua introduzione al pensiero sociologico termina esplicitando un punto fermo:“resta comunque pur sempre invariato l’elemento decisivo: la realtà che la sociologia studia è diversa dalla natura. Le azioni degli uomini sono tali in quanto la loro intenzionalità le rende imprevedibili; inoltre non possono essere semplicemente osservate, ma devono essere interpretate; infine l’oggettività di questa interpretazione è sempre filtrata dall’intenzionalità dell’interprete, anche se costui è uno scienziato sociale” (Santambrogio, 2009, 22). Come ho cercato di delineare, l’approccio introduttivo di Santambrogio suggerisce una riconsiderazione attenta del ruolo e dei fini della sociologia come scienza sociale nelle società tecnicamente progredite, ma a mio parere è possibile rintracciare nelle sue riflessioni anche alcuni punti deboli.

Ciò che a mio parere pesa molto sulla sua trattazione è la sottovalutazione del ruolo trasformativo che la sociologia e con essa il sociologo possono e devono svolgere nelle società capitalistiche avanzate. Come precedentemente osservato, egli indica il nesso dialettico che lega oggetto di studio e disciplina, ma questo non diviene elemento centrale della sua esposizione, quasi che possa essere considerato un banale inciso ed essere agilmente dimenticato. L’aspetto maggiormente riduttivo di questo atteggiamento mi pare essere quello di poter suggerire l’immagine di un sociologo divenuto ormai esperto imparziale e che librandosi al disopra delle contraddizioni reali, costantemente riprodotte dai sistemi di libero mercato, possa in definitiva limitarsi ad annotare sul suo taccuino una serie di informazioni producendo generalizzazioni, che abbiano lo scopo di restituire una rappresentazione fotografica della realtà a lui circostante. Nei momenti più “radicali” quest’ultimo si potrebbe spingere fino alla più classica delle dicotomie quella tra “essere” e “dover essere”, il pensiero puro, slegato dalla realtà effettuale, sarebbe a quel punto il destino della sociologia, ripudiando la razionalità del reale e arrestandosi su posizioni precedenti perfino ad Hegel. Ad essere tralasciata è una delle più interessanti acquisizioni marxiane contenuta nella seconda tesi su Feuerbach: “La questione se al pensiero umano appartenga una verità oggettiva non è una questione teorica, ma pratica. È nell’attività pratica che l’uomo deve dimostrare la verità, cioè la realtà e il potere, il carattere terreno del suo pensiero. La disputa sulla realtà o non-realtà di un pensiero che si isoli dalla pratica è una questione puramente scolastica” (Engels, 1976, 82). La verità di una proposizione teorica non si misura in termini speculativi, ma pratici. L’analisi teorica non può essere quindi slegata dalla ricerca empirica orientata verso il fine di restituire un’interpretazione globale e scientifica della società, al fine di una sua trasformazione. Nei termini esposti da Santambrogio mi pare che la sociologia rischi di ridursi a “sociografia”, ossia a un puro “descrittivismo strumentale dell’ordine vigente” (Ferrarotti, 2016, VII), oppure possa finire per abbandonare il terreno reale in favore di quello ideale. Non assumere fino alle estreme conseguenze il carattere di non neutralità del sapere scientifico e il ruolo attivo e trasformativo della sociologia e del sociologo rappresenta un restringimento indebito del campo di azione di questa disciplina e di chi la esercita, così indissolubilmente legati all’avvento della società industriale e mercantile con le sue contraddizioni e miserie.

2. FRANCO FERRAROTTI: LA SOCIOLOGIA COME SCIENZA CRITICA

Come alternativa all’esposizione di Santambrogio, che considero utile per contrastare il diffondersi di approcci basati sull’individualismo metodologico, per i quali la società “altro non è che l’effetto intenzionale dei comportamenti individuali” (Ferrarotti, 2016, XI), penso sia utile indicare la proposta di una “sociologia critica” che ha trovato in Franco Ferrarotti l’esponente italiano più autorevole, partendo dal modo in cui è stata sintetizzata, anche se frammentario, in un testo del 1972(Una sociologia alternativa: Dalla sociologia come tecnica del conformismo alla sociologia critica). Proprio perché egli riconosce “la politicità della cultura”, che lo stesso autore indica come fondamentale scoperta di Marx, è necessario contestualizzare storicamente le sue riflessioni, che avvengono in un momento preciso della storia italiana e mondiale:“in effetti, questo libretto, come tutti i libri veri, nasce da una molteplicità di vissuti: dalle sommosse dei neri di Los Angeles, nel 1964, nel quartiere Watts, e poi dalla contestazione giovanile e studentesca europea che doveva sfociare nel movimento del ‘68” (Ferrarotti, 2016, V). Fin dalla prefazione Ferrarotti ripudia l’irrealtà, il dover essere e la pura speculazione trascinando il suo interlocutore sul terreno conflittuale e contraddittorio della realtà effettuale. Egli definisce la sociologia critica come “la scienza che studia, dal punto di vista della classe in ascesa, la struttura della società allo scopo della sua trasformazione razionale” (Ferrarotti, 2016, 1). Le diversità con la posizione precedente sono evidenti. Anche se ritroviamo lo stesso riconoscimento della autonomia scientifica della sociologia abbiamo una serie di specifiche ulteriori. In primo luogo, egli mette in risalto lo studio della “struttura della società”, richiamandosi apertamente al contributo marxiano. Utilizzando questo termine, è evidente il posto di primaria importanza assegnato all’analisi dei rapporti di produzione e quindi di conseguenza alla struttura delle classi in una società capitalistica. Un tema quello della riformulazione del concetto di classe sociale, alla luce del concetto marxiano di lavoro-astratto, che occupa un posto centrale in tutto il volume. Quanto detto viene specificato ulteriormente nella indicazione successiva:“bisogna tornare alla considerazione dei rapporti di produzione; bisogna in altre parole, tornare alla fabbrica, là dove, nel vivo dei rapporti di produzione, la classe prende corpo e si afferma un duro conflitto quotidiano, premendo oscuramente dal basso: tornare alla fabbrica, locus naturale del potere reale, matrice formativa della classe, perno sul quale tutta la società industriale odierna si organizza, ruota e si sviluppa” (Ferrarotti, 2016, 11). Da questa citazione risulta evidente quanto alcune riflessioni siano legate al contesto storico e sociale nel quale egli scriveva ed insegnava, ma vi sono allo stesso tempo delle indicazioni generali, che non posso essere tralasciate.

Senza molti giri di parole viene indicato come terreno privilegiato di analisi quello della produzione materiale, che Marx nel I libro del Capitale indicava come luogo specifico di auto-accrescimento del capitale attraverso l’estorsione di plus-lavoro ai danni della classe dei lavoratori salariati. Se queste sono le premesse analitiche, il ragionamento di Ferrarotti prosegue attribuendo di conseguenza un “problema politico” alla ricerca sociologica ed è per questo motivo che “ogni analisi sociologica implica la modificazione dell’oggetto a cui si rivolge. Questa modificazione può venire sottaciuta, mistificata, occultata ai fini particolaristici dei gruppi economici, sociali politici dominanti” (Ferrarotti, 2016, 1). La sociologia critica non può quindi fondarsi su altro che non sia il “riconoscimento del carattere operativo della conoscenza sociologica, ne accetta fino in fondo le conseguenze politiche, sceglie di sottoporre a indagine razionale la situazione esistente, chiama in causa le istituzioni che fanno da supporto alle classi di potere, si lega all’impegno politico di una analisi rigorosa dei meccanismi e delle forze che regolano il funzionamento della società” (Ferrarotti, 2016, 1). Alla sociologia critica è assegnato un duplice compito: quello di demistificazione delle rappresentazioni ideologiche dominanti e di trasformazione del suo oggetto. Necessaria premessa a tutto questo è il valore centrale attribuito alla libertà del sociologo nella scelta dei temi di ricerca. Proprio a fronte di questo, Ferrarotti muoveva dure critiche sia al “professionista della sociologia” nei paesi occidentali che “aspetta dal mercato i suoi temi di ricerca” (Ferrarotti, 2016, 2) sia a quella che era la sociologia sovietica, accusata di aver un assunto una “funzione ancillare” rispetto al potere politico, tanto da porre sullo stesso piano T. Parsons e G. Ossipov e le rispettive tradizioni sociologiche (americana e sovietica), definite come “subalterne, chiuse nel quadro di valori intoccabili” (Ferrarotti, 2016, VII).

Se nella definizione di Satambrogio riscontravo una sottovalutazione, o una non centralità, della funzione attiva e critica del sociologo, tanto da poter giustificare un’apoliticità della ricerca sociologica, in Ferrarotti questa viene assunta come fine ultimo. Questo aspetto verrà ulteriormente esplicitato anche nel suo manuale di sociologia, redatto nel 1986, nel quale un paragrafo dal titolo “la sociologia come scienza critica” specifica:“scienza del vivente e del presente, la sociologia è una scienza critica. Per il fatto di scegliere a proprio oggetto di indagine i modi, i termini e i rapporti da cui è costituita la convivenza umana, essa chiama in causa tale convivenza e la sua forma, ne saggia il grado di ragionevolezza, ne misura la rigidità stratificante, la capacità di adattamento e la funzionalità, ne prevede(con ampi margini d’errore, certamente) lo sviluppo futuro e il destino, ne esprime il significato globale” (Ferrarotti, 1986, 194). Solo a questo punto risulta chiaro chi siano i due interlocutori principali ai quali il sociologo italiano si rivolge ed interroga, descrivendo la sua proposta come “un tormentato, amletico viaggio di andata e ritorno tra Weber e Marx”. Del primo ammira “l’acume analitico e il grande interrogativo intorno al processo di razionalizzazione che sembra dominare il mondo moderno, alle sue caratteristiche essenziali e al peso delle sue conseguenze economiche, socio-politiche e culturali”, del secondo “il senso della globalità o, altrimenti detto, della interconnessione dialettica dei fenomeni sociali” (Ferrarotti, 2016, XIV). Se alcuni passaggi specifici delle analisi di Ferrarotti risultano invecchiati rispetto al contesto storico nel quale oggi ci troviamo, la strada da lui aperta necessita al contrario di essere ulteriormente percorsa e aggiornata. Il significato profondo della proposta da lui delineata negli anni ’70 era quella di riscoprire la sociologia come “scienza di osservazione a pieno titolo, ma concettualmente orientata”: soltanto assumendo un punto di vista critico sulla realtà, essa poteva assumere i tratti di una “scienza del presente del vivente, rispetto al meccanicismo astorico di impostazioni naturalistiche, in base alle quali il processo sociale avrebbe luogo secondo accumulazioni essenzialmente impersonali e automatiche, totalmente indipendenti dall’intervento umano” (Ferrarotti, 2016, XI). In conclusione, mi pare che Ferrarotti ponga in evidenza due temi sui quali ancora oggi possiamo interrogarci: il ruolo attivo e trasformativo della sociologia e del sociologo rispetto alla società capitalistica e lo stretto nesso tra quadri concettuali globali e una ricerca empirica libera da qualsiasi condizionamento esterno.

Mi pare evidente che entrambi i punti possano realizzarsi solo a patto di eleggere il terreno della produzione materiale e dei rapporti di produzione quali ambiti privilegiati di analisi, in caso contrario il rischio è di ricadere nella speculazione astratta.

3. ZYGMUNT BAUMAN: LA SUSSUNZIONE REALE DELLA SOCIOLOGIA STATUNITENSE AL CAPITALE

Prima di divenire conosciuto al grande pubblico come teorico della “società liquida” anche Zygmunt Bauman, nei primi anni ’60, quando era docente all’Università di Varsavia, condensò in un poderoso volume le sue lezioni universitarie improntate ad una esposizione dei lineamenti di una sociologia marxista. L’ultimo capitolo fu riservato dall’autore alle funzioni della sociologia. Certamente, in diverse parti del volume sono rinvenibili i necessari accomodamenti rispetto al potere politico, tali da fargli sostenere che, nel periodo nel quale egli insegnava, si stava realizzando il passaggio da una forma statale, nell’Unione Sovietica post-staliniana, basata sulla “dittatura del proletariato” ad “uno Stato di tutto il popolo” (Bauman, 2017, 246), con tanto di ripresa letterale della definizione presente nel programma del PCUS. Affermazioni come queste, paiono avere un tono eccessivamente apologetico in virtù del fatto che proprio in quel periodo andavano invece emergendo ritardi sempre più evidenti, che gli stessi partiti comunisti occidentali, legati a Mosca da un saldo rapporto di collaborazione, non riuscivano più ad ignorare. Allo stesso modo, non bisogna neanche tacere il suo approccio critico, molto lontano dall’ortodossia ideologica del materialismo dialettico staliniano. La parte analitica più convincente a mio parere si ritrova nel ruolo che la sociologia assume nei paesi capitalistici. Il bersaglio polemico è chiaramente la sociologia americana a lui contemporanea, nella quale a suo parere si erano condensate due funzioni fondamentali: la prima di “concezione del mondo”, che partecipava al dibattito ideologico rafforzando “talune classi e movimenti politici, mentre ne indebolisce e disgrega altri”. La seconda di “tecnica sociologica”, che solo indirettamente si poneva “al servizio delle lotte di classe, in quanto fornisce alla classe dominante un utile patrimonio di conoscenze tecniche, sul piano sociale, che contribuiscono a rafforzarne il potere” (Bauman, 2017, 461).

Bauman scandisce lo sviluppo della sociologia negli Stati Uniti in tre tappe: l’emersione dei primi sociologi, l’entrata della disciplina nelle università e la sua evoluzione a seguito della crisi degli anni ’30. La prima generazione di sociologi statunitensi crebbe in un “ambiente intellettuale, politicamente attivo”, anziché nel “mondo della scienza ufficiale”. Non essendo ancora ammessi nei circoli accademici e non essendo sottoposti a forme di valutazione della loro attività, emerse in essi “uno spirito riformista”, mosso dall’osservazione degli antagonismi di classe derivanti dal processo di prima urbanizzazione. L’influenza dei valori borghesi fu quindi su di loro “meno stabile e quindi più debole”. Per questi motivi “la sociologia scopre la sua ragione di essere nello studio di questi problemi e nelle proposte per la loro soluzione” (Bauman, 2017, 464).

La prima rottura nel processo di sviluppo della disciplina avvenne con il varco della cittadella universitaria, in questa nuova situazione “i riformatori di ieri si trovano, forse senza rendersene conto, in un ambiente dove il superamento di un ordine sociale stabilito non costituisce affatto un lasciapassare sufficiente per cattedre e onorificenze scientifiche” (Bauman, 2017, 465). Abbandonando il confronto con i problemi sociali, i sociologi statunitensi iniziarono a concentrare la propria attenzione “sui rapporti tra sociologia e altri rami della scienza accademica”, inaugurando secondo Bauman due indirizzi di ricerca: “provare che la sociologia si differenzia dalle altre scienze e quindi ha diritto a una propria posizione accademica; e provare che la scientificità della sociologia si verifica alla luce dei criteri già accettati da discipline più stabilizzate accanto alle quali essa ha tutto il diritto di collocarsi” (Bauman, 2017, 466).

La terza fase analizzata dal sociologo polacco è quella successiva alla crisi del 1929, momento nel quale “si fa strada la convinzione che in economia, come in politica, non è più possibile affidarsi al libero mercato; che l’ingranaggio sociale deve essere sottoposto al continuo controllo degli esperti; che tecnici e scienziati debbono partecipare alla direzione delle aziende, svolgervi compiti prima riservati ai grandi proprietari privati o ai soli uomini politici” (Bauman, 2017, 469). Questa situazione determina “nuove funzioni e nuove posizioni sociali, per quanti si occupano di sociologia e di psicologia sociale” (Bauman, 2017, 470). Questo cambiamento di ambiente rispetto a quello universitario ebbe come conseguenza quello di subordinare la ricerca sociologica a una “marcata gerarchia di potere, una divisione netta di competenze; le ragioni e le iniziative personali sono condizionate a quelle dell’organizzazione, la mente, chiamata insistentemente a rispondere alla domanda, continuamente ripetuta, circa il profitto di ogni iniziativa, si indirizza verso problemi pratici; si manifesta una istintiva, elementare avversione verso ogni considerazione di ordine generale, ogni problema che abbia un contenuto etico” (Bauman, 2017, 472). Bauman sembra descrivere il processo che ha progressivamente portato negli Stati Uniti la sussunzione e la deviazione della sociologia, disciplina nata indissolubilmente intrecciata ad imperativi di ordine etico e politico, verso fini ad essa estranei. A questo punto tale autore esplicita assunzioni generali, che mi pare abbiano un significato anche per la nostra contemporaneità, “la ricerca è sempre più legata agli scopi sociali pratici, posti dal cliente, e diventa sempre più difficile sostenerne l’imparzialità” (Bauman, 2017, 473).

Le assonanze con le posizioni sulla libertà da condizionamenti esterni della ricerca sociale di Ferrarotti sono qui evidenti. La stessa formazione accademica di nuovi sociologi subì modifiche sostanziali:“ora si punta principalmente su un’istruzione matematica, statistica, perché la sociologia non è più considerata parte integrante di una educazione umanistica”, “il futuro funzionario di un vasto complesso di ricerche,che esegue il compito settoriale assegnatogli, deve essere abile soprattutto nelle diverse tecniche e nelle operazioni matematiche. Il nuovo indirizzo, che gli studenti stessi preferiscono, in quanto con lo studio si ripromettono soprattutto di acquisire ciò che sarà loro maggiormente utile per una buona carriera professionale, porta sempre più a considerare la sociologia come una disciplina che si sta “privando di ogni umanità”, e determina una scissione sempre più profonda fra lo stile moderno del pensiero sociologico e quello tradizionalmente connesso alla nozione di sociologo” (Bauman, 2017, 475). Giocando con l’espressione marxiana di “sussunzione reale del lavoro sotto il capitale”, che indica il processo di modifica sostanziale degli elementi del processo lavorativo per adattarli alle esigenze di valorizzazione del capitale, ho provato a mettere in luce un terzo elemento: la possibile degradazione e involuzione della sociologia verso fini ad essa estranei.

Anche la maggior attenzione verso metodi di ricerca quantitativi, a discapito di quelli qualitativi, potrebbe occultare uno spostamento di baricentro della disciplina, disabituando chi la pratica a forme di ragionamento dialettico e critico. A questo proposito, Ferrarotti si spinse già a metà anni ’80 a parlare apertamente di “crisi dei metodi quantitativi”, mettendo in guardia come la predominanza di questi ultimi generasse un profondo impoverimento analitico della ricerca sociologica. Tanto da sostenere una necessaria rivalutazione della dimensione biografica ed autobiografica che “già i classici riconoscevano come la materia prima e fondamentale della ricerca sociologica”, ma che solamente l’influenza “dei grandi interessi consolidati, desiderosi di utilizzare strumentalmente la sociologia, avevano fatto dimenticare a favore dei sondaggi e delle “ricerche di mercato”, i cui risultati, per quanto discutibili, sono maggiormente quantificabili” (Ferrarotti, 1986, 112-113). La via d’uscita era a suo parere rintracciabile in una più stretta integrazione tra i due approcci, riconoscendo alle tecniche quantitative loro “funzione strumentale”, mentre all’approccio qualitativo “la possibilità di far emergere i problemi di un individuo o di un dato gruppo umano, raccordandone il vissuto specifico al contesto, o quadro storico generale” (Ferrarotti, 1986, 113). Non a caso, anche nella sua ultima lezione universitaria il sociologo italiano ripropose queste critiche, mostrando una vicinanza sorprendente ai precedenti ammonimenti baumaniani. Egli, dopo aver messo in risalto come la sociologia sia “una scienza affetta da un particolare ibridismo” (Ferrarotti, 1999, 14), dal momento che sorge da un “impulso filosofico originario” oppure da una “coscienza problematica privata personale” (Ferrarotti, 1999, 14), non esitò a richiamare “i limiti del quantitativismo sociologico”, che se per un verso risulta ancor’oggi “nettamente maggioritario fra i sociologi accreditati”, dall’altro si dimostra “numericamente perfetto ma significativamente povero” (Ferrarotti, 1999, 14). Se “le risposte a domande precodificate sono precise, matematicamente elaborabili a piacere. Resta il dubbio circa la loro portata. Il ricercatore tende, molto naturalmente, ad anticipare il risultato, se non a trovare la conferma per i suoi pregiudizi” (Ferrarotti, 1999, 14-15). Per questo motivo, sorge la necessità della ricerca sul campo e di metodi qualitativi di indagine, che assumano la forma di una “con-ricerca” (Ferrarotti, 1999, 15).

Sulla scorta delle riflessioni di entrambi gli autori, la mia impressione è quella che il maggiore approfondimento riservato alla metodologia quantitativa negli attuali corsi di studio sociologici, celi in realtà la volontà di fornire allo studente una preparazione che lo avvicini quanto più possibile alla fisionomia di un esperto di scienze naturali. Allo stesso tempo, questo avrebbe come fine anche quello di garantire una migliore collocazione sociale a chi decide di intraprendere lo studio di tale disciplina. Ad essere svilita è però l’autonomia della sociologia e la sua funzione attiva e trasformativa, che potrebbe non essere più in linea con lo spirito dei tempi.

4. QUALE FUTURO PER LA SOCIOLOGIA?

Ho cercato di delineare, con il contributo di questi tre autori, non solo l’evoluzione storica della sociologia dalla fine della seconda guerra mondiale, agli anni ‘60 e ’70 del ‘900, ma anche un possibile svilimento della sociologia nel momento in cui questa abbandonasse un punto di vista critico e problematico nell’analisi della società contemporanea, limitandosi ad una sua rappresentazione fotografica e statica. Il nucleo cardine di questo primo capitolo è questo: elaborazione teorica e ricerca empirica devono essere saldamente legate ai fini dell’analisi e della trasformazione della società. Solo in questo modo i singoli fenomeni sociali, una volta rapportati a un più generale quadro analitico, possono essere riferiti “coerentemente alla prassi di modo che al ricercatore si apra la possibilità di una compenetrazione effettiva tra studio concettuale ed esperienza materiale immediata” (Ferrarotti, 2016, 9). Eleggere inoltre a dimensione fondamentale il terreno della produzione materiale e dei rapporti di produzione, indicati schematicamente con il termine “struttura” da Marx, non significa sostenere forme meccanicistiche di evoluzione sociale, ma poter tornare ad indagare il luogo dal quale gli antagonismi tra le classi e le lotte per il potere emergono e si dispiegano in tutta la loro evidenza. Numerosi paradigmi teorici dagli anni ’90, sfruttando il momento di confusione a causa delle trasformazioni di fine secolo, hanno occultato come in una società produttrice di merci (materiali o immateriali) la categoria strutturante della vita associata rimanga pur sempre il lavoro. Se questo è vero, la sfida odierna non può che essere quella di tornare ad indagarne le trasformazioni fondamentali (ad esempio nei modi di organizzazione del lavoro dal taylorismo al toyotismo) e le implicazioni che queste hanno su quella classe che è costretta a vendere sul mercato la propria “forza-lavoro” in cambio di un salario. La natura capitalistica del processo di produzione non si è modificata, ma anzi risulta ulteriormente rafforzata dalla svolta “neo-liberista”, che ha provocato una maggiore redistribuzione di ricchezza in favore delle classi dominanti, tanto da far indicare ad Harvey quale scopo ultimo di questa svolta politica quello di “restaurare il potere di classe”, a seguito di un decennio precedente che vide al contrario l’avanzata delle rivendicazione del movimento operaio nei paesi capitalistici avanzati (per un’analisi maggiormente approfondita Harvey, 2007, da 19 a 47).

In conclusione, riprendendo le argomentazioni di Ferrarotti, la sociologia ha una duplice forma: da un lato è certamente strumento di “autoascolto” di quei tipi di società che hanno “rinunciato alle certezze ricevute dal passato per esprimere da sé, dal proprio interno, i propri valori, operando la transizione dal concetto di società come dato immodificabile di natura a quello di società come progetto razionale e come prodotto di cultura” (Ferrarotti, 1986, 11). Dall’altro essa è la “scienza del sociale non solo nelle sue condizioni statiche di uniformità e di ripetibilità, bensì anche in quelle del suo cambiamento e della sua crisi” (Ferrarotti, 1986, 14). Proprio per questa sua natura multiforme e mai definita in modo certo, la sociologia contemporanea deve oggi ritrovare il suo spirito originario.

CAPITOLO 2 – LA CENTRALITÀ DEL CONCETTO DI LAVORO

1. UNA CONTESTUALIZZAZIONE STORICA: LA FINE DEL LAVORO E DELLA STORIA

Come precedentemente rilevato, il processo di ristrutturazione produttiva dispiegatosi nelle nazioni occidentali avanzate a partire dalla seconda metà degli anni ’70 e la successiva crisi ed implosione dell’Unione Sovietica portarono non solo a un minor interesse per l’analisi marxiana del modo di produzione capitalistico, ma anche una lenta agonia elettorale delle forze politiche che al suo lascito ideale ancora si richiamavano. Si iniziò a parlare di “fine del lavoro” (Rifkin, 1995), come recitava il titolo di un libro divenuto bestseller in quel decennio, ma più in generale di “fine della storia” (Fukuyama, 1992). La democrazia liberale e il sistema capitalistico, immune dalle contraddizioni che avevano minato l’alternativa “socialista realizzata”, divenivano punti di arrivo di tutta la storia umana.

Avvolti da questo clima internazionale, anche la maggioranza degli intellettuali italiani ascrivibili ad un’aria politico-teorica marxista iniziarono un processo di progressivo abbandono di un’ideologia considerata antiquata e non in grado di accogliere le trasformazioni che in quel periodo si erano e si stavano dispiegando. A titolo di esempio Aldo Schiavone, delineando le forme assunte dall’avvento di un “terzo capitalismo” basato sulla “smaterializzazione del processo produttivo dominante” e la “progressiva finanziarizzazione dell’economia” (Schiavone, 1989, 17), spiegava come “la radicale originalità della situazione dal punto di vista del nostro discorso consiste soprattutto nel fatto che fra nuovo lavoro “morbido” e organizzazione capitalistica non vi è più quella contraddizione fondamentale e “genetica” che esisteva fra vecchio lavoro “duro” e capitalismo industriale” (Schiavone, 1989, 17). In sostanza, era giunto il momento di far dileguare tutto l’apparato concettuale marxiano, in particolar modo la sua teoria del valore e dello sfruttamento, e di accogliere acriticamente tutte le novità che i nuovi modelli di accumulazione del capitale sembravano portare con sé. Non solo l’autore constatava come l’introduzione di nuove tecnologie informatiche disgregasse e decomponesse la classe operaia di origine fordista, ma si spingeva oltre sostenendo che “da un lato iniziavano a svilupparsi, e a riprodursi con sempre maggiore forza, figure del lavoro dove gli spazi di “creatività e “autonomia” dei produttori di ricchezza consentivano loro occasioni di riappropriazione e di controllo fino ad allora impensabili nei processi produttivi di merci solo materiali. Per un altro verso, in quelle forme di produzione dove il cambiamento informatico non riduceva la ripetitività e la frammentazione “alienata” del lavoro, l’accresciuta subordinazione era così compensata da un forte “disinvestimento” umano ed emotivo rispetto al vissuto del tempo di lavoro” (Schiavone, 1989, 23-24).

La marxiana fine del regno della necessità e della penuria non era più demandata a un soggetto storico chiamato a rivoltarsi contro un barbaro sistema di sfruttamento del lavoro, ma anzi l’automazione e l’informatizzazione dei processi produttivi, sempre rinchiusi in rapporti di proprietà e di produzione privatistici, stavano avendo come conseguenza naturale l’agognata liberazione del lavoro umano. Le implicazioni politiche derivate da queste tesi, dato che il testo si inseriva nel dibattito precedente allo scioglimento del PCI, non potevano che ascrivere al merito di Benedetto Craxi, allora esponente di spicco del PSI e presidente del consiglio italiano, quello di aver inaugurato un “prudente neoliberismo all’italiana, aperto, dolce e possibilista, molto concentrato sulla gestione del potere, ma non privo di echi sociali e libertari” (Schiavone, 1989, 53). Ad onor del vero, in un periodo di tempo ravvicinato, si levarono anche voci dissenzienti rispetto a queste rosee descrizioni, una delle più qualificate fu a mio avviso quella di Screpanti, il quale ben identificava, al contrario di Schiavone, la natura di riflusso di quel decennio, avviata a suo parere “dalla reazione del capitale alla grande ondata di lotte della fine degli anni ’60 e dei primi ’70”. Le trasformazioni produttive, lungi dall’inaugurare un periodo di prosperità sociale ed economica, riportavano un marcato carattere di classe, tanto che egli le descriveva nei termini di “una reazione organica di un sistema che risponde sempre all’assalto ai profitti e all’allentamento della disciplina sociale con la riduzione degli investimenti e la ristrutturazione produttiva. La diminuzione dell’occupazione che ne consegue costituisce poi sempre una condizione necessaria per il raffreddamento della combattività operaia e l’indebolimento del movimento operaio organizzato” (Screpanti, 1997). Da questa contestualizzazione storica parte il secondo paragrafo, per dimostrare come non solo le opere marxiane ci forniscano ancora strumenti analitici insostituibili per analizzare le trasformazione socio-economiche passate ed odierne, ma anche come dopo la confusione di fine ‘900 si tratti ora di tornare a riflettere sugli elementi cardini della sua proposta teorica. Proprio per quest’ultimo motivo ritengo necessario riesaminare la posizione di centralità assunta dal concetto di lavoro nel suo pensiero.

2. IL CONCETTO DI LAVORO IN MARX

Per introdurre l’argomento preso in esame in questo paragrafo devo riportare due celebri citazioni ascrivibili agli anni giovanili di Marx, ossia precedenti alla stesura dei manoscritti preparatori del Capitale. La prima può essere indicata come l’idea cardine della concezione materialistica della storia, secondo la quale: “il vivere implica prima di tutto il mangiare e bere, l’abitazione, il vestire e altro ancora. La prima azione storica è dunque la creazione dei mezzi per soddisfare questi bisogni la produzione della vita materiale stessa, e questa è precisamente un’azione storica, una condizione fondamentale di qualsiasi storia, che ancora oggi, come millenni addietro, deve essere compiuta ogni giorno e ogni ora semplicemente per mantenere in vita gli uomini” (Marx, 1971, 18). Proprio per aver mutato in forma attiva i propri rapporti con la natura, Marx specificava, “si possono distinguere gli uomini dagli animali per la coscienza, per la religione, per tutto ciò che si vuole; ma essi cominciarono a distinguersi dagli animali allorché cominciarono a produrre i loro mezzi di sussistenza, un progresso che è condizionato dalla loro organizzazione fisica. Producendo i loro mezzi di sussistenza, gli uomini producono indirettamente la loro stessa vita materiale” (Marx, 1971, 8).

Sulla scorta di queste riflessioni marxiane, Lukàcs poté sostenere che “con il lavoro è data dunque insieme ontologicamente la possibilità del suo sviluppo superiore, dello sviluppo degli uomini che lo esercitano. Già per questo, ma prima di tutto perché si muta l’adattamento passivo, meramente reattivo, del processo di riproduzione al mondo circostante, perché questo mondo circostante viene trasformato in maniera consapevole e attiva, il lavoro diviene non semplicemente un fatto nel quale si esprime la nuova peculiarità dell’essere sociale, ma invece- per l’appunto sul piano ontologico- il modello della nuova forma dell’essere per intero” (Lukàcs, 1968). Sia il filosofo ungherese che il fondatore del socialismo scientifico con queste parole vogliono specificare che è proprio il lavoro ad umanizzare l’uomo, ossia a renderlo tale distinguendolo dalle forme di vita animale, ma ulteriormente a divenire elemento ontologico decisivo che ne determina la sua evoluzione. La seconda invece esplicita una delle più importanti differenze tra Marx ed Hegel ed è rintracciabile nei Manoscritti del 1844, nei quali si può apprendere la distinzione tra due processi, non presente nel secondo autore, quello di oggettivazione e alienazione del lavoro. Nelle sue parole:“il prodotto del lavoro è il lavoro che si è fissato in un oggetto, è diventato una cosa, è l’oggettivazione del lavoro. La realizzazione del lavoro è la sua oggettivazione. Questa realizzazione appare nello stadio dell’economia privata come un annullamento dell’operaio, l’oggettivazione appare come perdita e asservimento dell’oggetto, l’appropriazione come estraniazione, come alienazione” (Marx, 2004, 71). Marx in questo passaggio vuole specificare come l’atto originario del lavorare venga “nello stadio dell’economia privata” degradato esso stesso a merce, tanto che “la realizzazione del lavoro si presenta come annullamento in tal maniera che l’operaio viene annullato sino a morire di fame” (Marx, 2004, 71).

In questo senso possiamo osservare un legame tematico tra il “giovane” Marx e quello “maturo”, a discapito di cesure nette nel suo percorso di elaborazione teorica, proprio sul tema della centralità e dell’alienazione del lavoro, che verrà ulteriormente ampliato nel Capitale trattando il carattere di feticcio della merce e del denaro. Non a caso Bihr indagando questa connessione afferma che “se si dovesse riassumere in una sola formula la critica marxiana dell’economia politica come mondo, in altre parole la sua critica dell’universo capitalista, si potrebbe dire che essa denuncia il suo essere un mondo a rovescio, un mondo nel quale i produttori sono dominati dai loro stessi prodotti divenuti autonomi; un mondo nel quale gli uomini sono governati dalle cose che provengono dalle loro attività” (Bihr, 2011, 14). Al contrario quindi delle tesi che accusano l’opera di Marx di contenere un’innata carica totalitaria, devo evidenziare come invece egli ponga al centro del suo pensiero proprio la concreta possibilità da parte degli uomini, dei produttori associati, di rovesciare questo mondo capovolto, in modo tale da conquistare una vita piena di senso, autenticamente libera, al di fuori degli imperativi di accumulazione del capitale. Nel terzo libro infatti è possibile leggere come la libertà può darsi effettivamente solo quando “l’uomo socializzato, cioè i produttori associati” riescano a regolare “razionalmente questo loro ricambio organico con la natura, lo portano sotto il loro comune controllo, invece da essere da esso dominati come da una forza cieca” (Marx, 1977, 933). Proprio Vanzulli specifica come il centro della problematica marxiana risieda nel fatto che “l’universalità e la libertà degli individui- che, contrariamente a quanto si pensa comunemente, è il vero centro della problematica di Marx- saranno possibili al di fuori della relazione moderna tra stato e società civile, in un nuovo comunismo, che non si oppone alla modernità, ma la completa come società degli “individui associati”, come unione di uomini liberi” (Vanzulli, 2015, 9-10).

Questo aspetto fortemente libertario è stato spesso trascurato, sostenendo invece una sostanziale continuità tra le indicazioni marxiane e le esperienze concrete delle società dell’Europa orientale, che oggi deve essere necessariamente riconsiderata criticamente. Sia gli apologeti che i critici, hanno avuto molta facilità nel fraintendere la nota prescrizione marxiana secondo la quale “ tra la società capitalistica e quella comunista sta in mezzo il periodo di trasformazione rivoluzionaria della prima nella seconda. Ad essa corrisponde anche un periodo di passaggio, il cui stato non può essere altro che la dittatura rivoluzionaria del proletariato” (Marx, 2006, 51). Proprio sul significato del concetto di “dittatura del proletariato”, si è sviluppato un ampio dibattito che vedeva contrapposti chi attraverso esso giustificava il sistema a partito unico leninista e chi invece ne scorgeva il germe anti-liberale e anti-democratico nel pensiero di Marx. Personalmente, ritengo che in realtà l’autore tedesco non lasci spazio a dubbi interpretativi nel momento in cui, criticando la parola d’ordine dello “Stato Libero”, sosteneva che “la libertà consiste nel trasformare lo Stato da organo sovrapposto alla società in organo del tutto subordinato” (Marx, 2006, 50). Lungi quindi dal delineare una fase di transizione politica in cui lo stato avrebbe assunto una forma di governo dispotica e totalizzante sugli individui e sulla società civile, Marx mi sembra che rimarchi costantemente l’obiettivo, seppur con espressioni diverse, di autorganizzazione dei lavoratori e come sua naturale conseguenza il superamento dell’apparato di dominio dello stato borghese.

Inoltrandomi ulteriormente negli sviluppi che il tema del lavoro assume nel corso dell’itinerario intellettuale di questo autore, devo introdurre una lettera indirizzata all’amico di una vita Engels, nella quale egli enuclea “i tre elementi del tutto nuovi del libro”(il riferimento è alla pubblicazione del I libro del Capitale), ai fini della mia trattazione mi soffermo solo sul secondo punto:“a tutti gli economisti senza eccezione è sfuggita la cosa semplice che, essendo la merce un che di duplice di valore d’uso e di valore di scambio, anche il lavoro rappresentato nella merce deve avere carattere duplice, mentre la mera analisi in base al lavoro sans phrase, come ad es. in Smith e Ricardo, ecc. deve dappertutto imbattersi in cose inspiegabili. E’ questo realmente tutto il mistero della concezione critica” (Marx, 1868). L’ultima frase sembra proprio voler enfatizzare una chiave di accesso privilegiata alla comprensione della sua proposta di critica dell’economia politica ed è bene fin da subito tenerla a mente. Marx inizia il Capitale scrivendo:“la ricchezza delle società nelle quali predomina il modo di produzione capitalistico si presenta come una ‘immane raccolta di merci’ e la merce singola come la sua forma elementare” (Marx, 1977, 67). Egli decide quindi di partire dall’analisi della merce proprio per il fatto che ciascuno di noi ne fa esperienza in ogni singolo momento della propria vita. Come tale, la merce è un semplice oggetto a noi esterno che soddisfa un qualsiasi bisogno. Fin dal principio capiamo come il suo discorso sia talmente generale da non indicare il carattere materiale o immateriale. La sua utilità ne fa un valore d’uso che si realizza solo nell’atto del consumo ed è proprio per questo che esso rappresenta “il contenuto materiale della ricchezza” (Marx, 1977, 68). Nel modo di produzione capitalistico però i valori d’uso costituiscono anche “i depositari materiali” (Marx, 1977, 68) del valore di scambio. Questo è invece il puro rapporto quantitativo, ossia “la proporzione nella quale valori d’uso d’un tipo sono scambiati con valori d’uso di altro tipo” (Marx, 1977, 68).

La constatazione successiva è che le merci si scambiano in differenti proporzioni e quindi deve esistere qualcosa di comune che le rende scambiabili. Se si prescindesse dalla concretezza dei corpi delle merci rimarrebbe soltanto una qualità:“quella di essere prodotti del lavoro” (Marx, 1977, 70). Le merci si scambiano perché ridotte a puro dispendio di “lavoro umano in astratto” (Marx, 1977, 70). Astraendo dalle qualità concrete, specifica Marx, non resta nient’altro “all’infuori di una medesima spettrale oggettività, d’una semplice concrezione di lavoro umano indistinto, cioè di dispendio di forza lavorativa umana senza riguardo alla forma del suo dispendio” (Marx, 1977, 70). Risulta chiaro come dietro al valore di scambio si celi il valore della merce che in ultima analisi dipenderà dalla quantità di lavoro astratto erogato per produrla. “La sostanza di valore” viene ulteriormente differenziata dalla “grandezza di valore”, che viene misurata dalla durata temporale (ore, settimane, mesi ecc.) necessaria a produrre una merce. Quindi un lavoratore più pigro, che impiega una quantità di tempo maggiore a produrre una merce, è per Marx un aiuto ulteriore a un capitalista? Evidentemente no, dal momento che saranno i meccanismi della concorrenza a garantire che il tempo di lavoro speso nella produzione corrisponda a quello “socialmente necessario” (Marx, 1977, 71).

Seguendo l’esposizione del ragionamento marxiano, anche il lavoro umano contenuto in una merce presenta una duplice natura. Esso da un lato è lavoro concreto o utile se produce un valore d’uso e dall’altro assume la forma di lavoro astrattamente umano nella produzione di valore. Due sono gli aspetti, di solito trascurati o mal compresi, da mettere in risalto: il primo è che queste due forme si riferiscono sempre allo stesso lavoro produttivo. Non sono scissi né nel tempo né nello spazio, ogni atto lavorativo in un processo di produzione capitalistico è allo stesso tempo produzione di cose utili e produzione per la valorizzazione del capitale. Il lavoro astratto è il medesimo lavoro concreto considerato come puro “dispendio di forza-lavoro umana” (Marx, 1977, 76). Questa dialettica interna è stata ben colta da Antunes quando afferma che il “senso del lavoro che struttura il capitale(il lavoro astratto) finisce per essere destrutturante per l’umanità. Nel suo polo opposto, il lavoro che ha senso strutturante per l’umanità(il lavoro concreto che crea beni socialmente utili), diventa potenzialmente destrutturante per il capitale” (Antunes, 2016, 6). Proprio “questa processualità contraddittoria presente nell’atto del lavoro, che emancipa e aliena, umanizza e assoggetta, libera e schiavizza” (Antunes, 2016, 6) viene indagata nel Capitale in tutta la sua ampiezza. Il secondo punto, che lo stesso Marx esplicita successivamente, si riferisce alla natura eterna del lavoro concreto, egli infatti scrive che “il lavoro, come formatore di valori d’uso, come lavoro utile, è una condizione d’esistenza dell’uomo, indipendente da tutte le forme di società, è una necessità eterna della natura che ha la funzione di mediare il ricambio organico fra uomo e natura, cioè la vita degli uomini” (Marx, 1977, 75).

A questo punto è possibile rendersi conto di come molto spesso i critici della società del lavoro non abbiano colto questa differenza fondamentale. Se è possibile parlare di “fine del lavoro”, questo deve necessariamente riferirsi alla sua dimensione astratta, dal momento che “il capitale presuppone il lavoro salariato, il lavoro salariato presuppone il capitale. Essi si condizionano a vicenda; essi si generano a vicenda” (Marx, 2012, 47). Nel caso contrario l’umanità non sarebbe più in grado di riprodursi. Ecco quindi spiegato come in una forma sociale dominata dalla produzione di merci, la subordinazione del valore d’uso a quello di scambio generi una relazione dialettica tra lavoro salariato e capitale, tale per cui non si possa negare l’esistenza dell’uno senza negare quella dell’altro. Discutere la fine del lavoro in quanto tale risulta impossibile, affermare invece un superamento del lavoro salariato ed astratto vuol dire postulare la fine della società retta da una logica di auto-espansione del capitale. L’importanza di questa differenza è centrale nel pensiero di Marx, il quale nella polemica intercorsa con Weston, dirigente di spicco del movimento operaio inglese, non mancherà di rimarcare come il compito delle Trade-Unions fosse non solo quello di resistere agli attacchi del capitale, ma anche di “servirsi della loro forza organizzata come di una leva per la liberazione definitiva della classe operaia, cioè per l’abolizione definitiva del sistema del lavoro salariato” (Marx, 2006, 94). Proprio questo è risultato a mio parere il limite più profondo che ha caratterizzato l’esperienza sovietica nel ‘900: l’aver superato il modo di produzione capitalistico, attraverso la statalizzazione integrale dei mezzi di produzione, non ha di per sé mutato le forme di dominio sul lavoro imposte dalla valorizzazione del capitale. La divisione gerarchica del lavoro, l’appropriazione esterna del plusvalore, l’utilizzo di tecnologie e modelli di organizzazione replicati sulla base di quelli capitalistici, non hanno liberato il lavoro dalla sua condizione etero-diretta e degradata, producendo sentimenti di disaffezione ed apatia. Questa condizione è da Marx specificata con chiarezza definendo il processo lavorativo come “attività finalistica per la produzione di valori d’uso, appropriazione degli elementi naturali pei bisogni umani, condizione di ricambio organico tra uomo e natura, condizione naturale ed eterna della vita umana; quindi è indipendente da ogni forma di tale vita e, anzi, è comune a tutte le forme di società della vita umana” (Marx, 1977, 211). Dalla saldatura tra “processo lavorativo” e “processo di valorizzazione” si origina il “processo di produzione capitalistico” delle merci, decretando prima una sussunzione solo formale del lavoro sotto al capitale e successivamente quella reale. Solamente grazie alla decomposizione dell’ordinamento feudale poterono presentarsi sul mercato lavoratori liberi “nel duplice senso che essi non fanno parte direttamente dei mezzi di produzione come gli schiavi, i servi della gleba ecc., né ad essi appartengono i mezzi di produzione, come al contadino coltivatore diretto ecc., anzi ne sono liberi, privi, senza” (Marx, 1977, 778), elemento questo necessario allo sviluppo del modo di produzione capitalistico. I lavoratori disporranno ora di un’unica merce la loro “forza-lavoro”, che sono costretti ad alienare in cambio di un salario ai proprietari dei mezzi di produzione per garantirsi la sopravvivenza. Questa merce possiede però una qualità unica quella di poter riprodurre se stessa e produrre un nuovo valore una volta subordinata e messa in interazione coi mezzi di produzione. Marx descrive questa relazione con l’immagine di un vampiro (il lavoro morto contenuto nei mezzi di produzione) che succhia il sangue fino a lasciare esausta la sua preda (il lavoro vivo). La stessa giornata lavorativa si scinde in due parti, la prima nella quella il lavoratore produrrà un quantitativo di merci equivalenti al suo salario (tempo di lavoro necessario) ed un’altra variabile nella quale egli produrrà un plus-valore di cui si appropria il capitalista. Marx focalizzerà quindi la sua attenzione sulla lotta per il restringimento o l’allungamento della giornata lavorativa, dal momento che attraverso una sua limitazione temporale la classe lavoratrice potrà contenere l’estrazione del plus-valore e del suo sfruttamento. Se per l’estrazione di “plus-valore assoluto”, operata attraverso l’allungamento della giornata lavorativa, “è sufficiente la sussunzione formale del lavoro sotto il capitale” (Marx, 1977, 557), per l’estrazione di “plus-valore relativo”, alimentata dalle innovazioni tecnologiche che accorciano il tempo di lavoro necessario aumentando la produttività del lavoro, si presuppone un “modo di produzione tipicamente capitalistico” (Marx, 1977, 557). E’proprio nel passaggio storico da un controllo solo formale sul lavoro ad una modifica profonda delle modalità di organizzazione e delle forme di erogazione dello sforzo lavorativo, nel trapasso da una estrazione prevalentemente assoluta a una relativa di plusvalore, che si attua il tramonto definitivo del sistema feudale e l’avvento di un modo di produzione tipicamente capitalistico. Arrivato a questo punto mi sentirei di suggerire un allontanamento dalla lettura tradizionale proposta a proposito dei capitoli sulle tre modalità di produzione del plus-valore relativo (cooperazione, manifattura, macchine e grande industria), che finiva per assumere la classe operaia a soggetto storico destinato a compiere il seppellimento del sistema di sfruttamento borghese.

A mio parere, questi tre modi debbono essere analizzati logicamente, e non storicamente, come le forme specifiche che assume l’attività lavorativa una volta subordinata in un processo di produzione capitalistico. Questa infatti diventa cooperativa, perdendo la sua connotazione artigiana, si scompone in mansioni limitate, il lavoratore si specializza in un unico compito, e diventa appendice di macchine sempre più sofisticate. Risulta ora più comprensibile come il concetto di “lavoro astratto” non sia una mera astrazione teorica, ma anzi uno degli scopi ultimi del processo di produzione capitalistico sia una de-concretizzazione del lavoro umano, ridotto a una forma semplice priva di qualità specifiche e di qualifiche particolari. Il soggetto da cui il capitale estorce una quantità sempre maggiore di lavoro astratto non è più il singolo lavoratore, ma il “lavoratore collettivo” generato dalla cooperazione di più lavoratori e dalla semplificazione costante del loro atto lavorativo. Le conseguenze della sussunzione reale del lavoro sono così descritte da Bihr: “le operazioni produttive effettuate dalla maggior parte dei produttori diretti diventano così sempre meno complesse e il loro lavoro è trasformato in lavoro semplice: in un’attività priva di senso e di ogni valore ai loro occhi, un lavoro nel quale essi non possono realizzarsi in alcun modo, un lavoro che li nega in tutte le loro caratteristiche umane” (Bihr, 2011, 41).

Utilizzando questa modalità di lettura alternativa, mi pare si possa uscire dal grande equivoco storico secondo il quale la diminuzione quantitativa di operai osservata nell’ultima parte del secolo scorso avrebbe di per sé sconfessato la validità delle analisi marxiane. Se il Marx della maturità è spesso descritto come il lucido scienziato sociale che analizza gli impersonali meccanismi di accumulazione del capitale, lasciandosi alle spalle le giovanili utopie filosofiche, nel terzo libro fa comunque trasparire alcune indicazioni precise sulla formazione sociale futura affermando che “il regno della libertà comincia soltanto là dove cessa il lavoro determinato dalla necessità e dalla finalità esterna” (Marx, 1977, 933). Torna in evidenza la necessità della trasformazione del lavoro salariato ed etero-diretto in attività realmente autonoma e auto-diretta per andare oltre al capitale. Egli però si affretta a specificare come la “condizione fondamentale di tutto ciò è la riduzione della giornata lavorativa” (Marx, 1977, 933), viene quindi indicato come elemento preliminare il restringimento del tempo di lavoro riservato alla produzione per il capitale. Proprio sulla scorta di queste riflessioni marxiane, Antunes specifica che “una vita piena di senso in tutte le sfere dell’essere sociale, data la multilateralità umana, si potrà realizzare soltanto mediante la demolizione delle barriere esistenti tra tempo di lavoro e tempo di non lavoro, in modo che, a partire da una attività vitale piena di senso, autodeterminata, superando la divisione gerarchica che oggi subordina il lavoro al capitale e, perciò su basi interamente nuove, si possa sviluppare una nuova socialità” (Antunes, 2016, 197).

Proprio nell’ultima parte della sua vita fu Marx stesso a ribadire con forza questi elementi, criticando il programma di Gotha, documento alla base dell’unificazione nel Partito Socialista dei Lavoratori di marxisti e lassaliani, sostenendo che “in una fase ulteriore della società comunista, dopo che sarà scomparsa la subordinazione servile degli individui a causa della divisione del lavoro, e quindi anche la contrapposizione tra lavoro mentale e quello fisico; dopo che il lavoro sarà diventato non più solo un mezzo per vivere, ma proprio il primo bisogno vitale; dopo che con lo sviluppo onnilaterale degli individui saranno cresciute anche le loro forze produttive e tutte le fonti della ricchezza sociale scorreranno con il massimo getto, solo a questo punto, potrà venire superato l’orizzonte borghese e la società potrà scrivere sul suo vessillo:“Ognuno secondo le sue capacità; a ognuno secondo i suoi bisogni!” (Marx, 2006, 40). Queste parole sono esemplificative delle profonde difficoltà che si frappongono al superamento “dell’orizzonte borghese”, che non può evidentemente e schematicamente ridursi alla statalizzazione integrale dei mezzi di produzione ed a un controllo pianificato dell’economia. In conclusione, ho cercato di mostrare non solo lo statuto di centralità e la complessità interna del concetto marxiano di lavoro ed attraverso tale contributo ho problematizzato quelle tesi che parlano di “fine del lavoro” senza specificare in quale forma, ma ho provato a dimostrare come la teoria del valore-lavoro non si riduca all’analisi di un arcaico capitalismo industriale ottocentesco. I diversi livelli di astrazione che tale autore tocca e integra ci consentono a mio parere non solo di riabilitare la sua teoria del valore, ma anzi ci costringono ad indagare le nuove modalità della sua valenza. Fenomeni contemporanei come la precarizzazione strutturale di sempre più ingenti masse di lavoratori e l’aumento esponenziale dei livelli di disoccupazione, non più spiegabili in termini puramente individuali, sembrano sospingerci verso una maggiore riconsiderazione dei suoi contributi teorici.

3. L’ATTUALITÀ DEL METODO E DEL CONTRIBUTO MARXIANO

In questo secondo capitolo ho cercato di mostrare come alla base di tutta l’impalcatura analitica marxiana vi sia il riconoscimento della centralità del lavoro (concreto produttore di valori d’uso). Solo però negli anni della sua maturità e precisamente a seguito della stesura del Capitale questa idea preliminare subirà sviluppi ulteriori. Partendo da una citazione dell’Ideologia Tedesca e dalla distinzione giovanile operata nei Manoscritti del 1844 tra oggettivazione ed alienazione, ho mostrato come Marx abbia operato una rottura rispetto alla sua precedente formazione hegeliana. In questo modo egli ha concretamente applicato il metodo dialettico, che in Hegel assumeva ancora una forma idealistica, per scandagliare le contraddizioni reali della forma capitalistica di produzione. Pur non disponendo di una trattazione specifica su questo tema nel poscritto alla seconda edizione egli può scrivere:“per il suo fondamento, il mio metodo dialettico, non è solo differente da quello di Hegel, ma è anche direttamente l’opposto. Per Hegel il processo del pensiero, che egli, sotto il nome di idea, trasforma addirittura in soggetto indipendente, è il demiurgo del reale, mentre il reale non è che il fenomeno esterno del processo del processo. Per me, viceversa, l’elemento ideale non è altro che l’elemento materiale trasferito e tradotto nel cervello degli uomini” (Marx, 1977, 44). Proprio l’essersi calato nelle contraddizioni reali, e non prodotte dalla mente umana, ha fatto sì che Marx potesse elaborare un affresco generale della società capitalistica individuandone gli elementi essenziali. Risulta evidente come nel Capitale si intreccino primariamente due piani analitici quello storico e quello logico, volto alla scoperta delle leggi generali di funzionamento di questo modo di produzione. Per questo occorre tenere distinti i due livelli, per non limitare la portata delle analisi marxiane e confinarle allo studio del capitalismo inglese ottocentesco.

CAPITOLO 3 – IL TOYOTA PRODUCTION SYSTEM

1. LA FINE DEL MIRACOLO KEYNESIANO

Con la fine della seconda guerra mondiale emerse l’esigenza da parte dei governi delle nazioni vincitrici “di rifondare su basi più stabili il sistema delle relazioni internazionali e di mutarne le regole” (Sabbatucci e Vidotto, 2008, 210). Il primo passo in questa direzione avvenne con la sottoscrizione degli accordi di Bretton Woods. Lo scopo di questi trattati è così descritto da Harvey:“il libero scambio delle merci era incoraggiato nell’ambito di un sistema di tassi di cambio fissi ancorato alla convertibilità in oro del dollaro Usa a un prezzo prefissato” (Harvey, 2007, 20).

Stretti ulteriormente nella contrapposizione della Guerra Fredda, gli stati dell’Europa occidentale furono teatro anche di una progressiva stabilizzazione governativa, vedendo l’alternarsi ai governi nazionali di partiti politici conservatori o laburisti/socialdemocratici, i quali condividevano alcuni assunti comuni. Tra questi l’idea, sulla scorta delle imponenti distruzioni materiali provocate dalla successione di due guerre mondiali, “che lo stato dovesse porsi come obiettivi la piena occupazione, la crescita economica e il benessere dei cittadini, e che il potere statale dovesse agire liberamente accanto ai meccanismi di mercato, se necessario addirittura sostituirsi a essi, al fine di conseguire tali obiettivi” (Harvey, 2007, 20). Veniva così inaugurata la stagione delle politiche keynesiane e del “compromesso” tra capitale e lavoro, che per circa tre decenni furono in grado di coniugare alti tassi di crescita economica con ampie forme di redistribuzione della ricchezza. I giudizi sui successivi tre decenni, terminati con la crisi energetica del 1973, sono ambivalenti, soprattutto se consideriamo come i motivi di successo del paradigma “taylorista-fordista-keynesiano”, si tramutarono sul lungo periodo in catene troppo rigide.

Nella sua lettura tradizionale, questo “compromesso” avrebbe sostenuto un “patto sociale tra impresa e dipendenti” che “comportava lo scambio tra dedizione al lavoro e alti salari in un misto di coercizione e consenso” (Bonazzi, 2008, 160). In questo periodo, ad una situazione di relativa pace sociale corrispondeva non solo una crescita dei salari, ma al contempo, grazie all’intervento pubblico in economia, venivano soddisfatte le esigenze di sicurezza sociale delle classi popolari. Questa situazione di armonia sociale sarà scompaginata solo dall’arrivo della crisi economica e dai conseguenti tentavi, sperimentati negli anni ’80, di riforma neo-liberali, impersonati nelle figure di Margaret Thatcher, primo ministro inglese, e di Ronald Reagan, presidente degli Stati Uniti. In antitesi rispetto a questo quadro, Bellofiore sostiene che “nella Golden Age (i trent’anni che seguirono la fine della II guerra mondiale) la domanda “autonoma”(ossia indipendente dal reddito) crebbe in tutte le sue componenti: gli investimenti privati, la spesa pubblica(elevata ma in pareggio), le esportazioni vista la vigorosa ripresa del commercio mondiale. La ragione di ciò non è difficile da capire. La Grande Crisi e la Seconda Guerra Mondiale produssero una gigantesca “svalorizzazione” di capitale e una potente iniezione di domanda pubblica in disavanzo, grazie a quel deficit spending che Roosvelt ritenne di poter accettare solo con l’entrata in guerra: mentre lo aveva rifiutato nel New Deal” (Bellofiore, 2012, 36-37). I diritti sociali e gli aumenti salariali che furono conquistati dal movimento dei lavoratori in quel periodo furono “strappati con la lotta” (Bellofiore, 2012, 37) e non grazie a forme di compromesso sociale tra classi. Quando poi queste contraddizioni emersero in tutta la loro evidenza, “l’eccezione keynesiana si abissò” (Bellofiore, 2012, 37). Mentre l’economista italiano sottolinea la capacità dei lavoratori di mettere in dubbio “il comando capitalistico nei luoghi di lavoro” (Bellofiore, 2012, 36) nell’innescare la “svolta neo-liberista”, Harvey ne fornisce una spiegazione più classica:“alla fine degli anni settanta l’embedded liberalism cominciò a sfaldarsi sia a livello internazionale sia all’interno delle economie nazionali […]. Ovunque crescevano in modo esponenziale la disoccupazione e l’inflazione, avviando una fase di globale “stagflazione” che si protrasse per gran parte degli anni settanta. Con il crollo delle entrate e la vertiginosa crescita della spesa sociale diversi stati conobbero gravi crisi fiscali (la Gran Bretagna, per esempio, dovette chiedere aiuto all’FMI nel 1975-1976)” (Harvey, 2007, 21-22). In entrambe le posizioni emerge il carattere epocale di quella prima manifestazione di una crisi più generale nelle forme di dominio del capitale, che secondo Mészáros si è prolungata per oltre tre decenni arrivando fino ad oggi. Il filosofo ungherese, partendo dalla differenza marxiana tra capitale, come “sistema di controllo metabolico-sociale” (Mészáros, 2016, 11) caratterizzato dalla divisione gerarchica del lavoro, e capitalismo, come specifica forma di realizzazione del capitale, assume una posizione più radicale arrivando ad indicare il carattere strutturale e non semplicemente ciclico di una crisi nelle forme di accumulazione del capitale su scala globale. Egli a tal proposito sostiene che “all’epoca dell’espansione globale del capitale, le crisi scoppiavano come “grandi uragani” (espressione di Marx), seguiti da fasi espansionistiche relativamente lunghe, mentre il nuovo modello prevede una sequenza più ravvicinata di fasi recessive che tendono a un continuum depressivo” (Mészáros, 2016, 20).

La novità storica di questo cronico e prolungato periodo di recessione economica si manifesterebbe su quattro differenti ambiti: il “carattere universale e non limitato a un solo settore”, la dimensione “veramente globale” e non confinata ad un ristretto gruppo di paesi, la “scala temporale è estesa, continua e non limitata e ciclica” ed il “suo modo di svolgimento si potrebbe definire strisciante” al contrario dei “collassi più spettacolari e drammatici del passato” (Mészaros, 2016, 642). Secondo lo stesso autore, tutte le trasformazioni che in questi tre decenni le classi dominanti, che egli sempre sulla scia del Capitale definisce come “personificazioni del capitale”, hanno varato non hanno fatto altro che divorziare “gli effetti dalle loro cause” (Mészaros, 2016, 12), mantenendosi quindi a livelli superficiali, non potendo sanare le contraddizioni strutturali del sistema senza aprire ad un suo possibile superamento. La soluzione definitiva alle turbolenze economiche, che tutt’oggi stiamo attraversando, sarebbe in realtà secondo Mészaros quella di strutturare una forma alternativa di metabolismo-sociale contrapposta a quella del capitale, in grado di offrire una pacificazione alle sue laceranti contraddizioni interne e che ne sostengono la logica distruttiva.

L’elenco delle cause che seppellirono le politiche keynesiane può essere ulteriormente arricchito, ma, sulla scorta dei tre precedenti autori, due di queste assumono a mio parere una valenza esplicativa maggiore: la lotta dei lavoratori nei processi produttivi con la conseguente diminuzione del tasso di profitto e la “stagflazione” (inflazione e stagnazione economica) seguita all’aumento dei prezzi del petrolio. La dimensione strutturale e prolungata nel tempo della crisi, ci consente di poter vedere l’urgenza con la quale le classi dominanti si trovarono a dover inaugurare una serie di modifiche nei modelli di accumulazione del capitale per poter salvaguardare il proprio potere economico e politico. Qual è quindi il significato del progetto neo-liberista? Harvey lo sintetizza come un progetto politico “per stabilire le condizioni necessarie all’accumulazione di capitale e ripristinare il potere delle élite economiche” (Harvey, 2007, 29). In sostanza, non sarebbe altro che una strategia per “ricreare le condizioni per affermare il potere di classe del capitalismo” (Harvey, 2008, 34). Con questa chiave di lettura ci inoltreremo nell’esposizione delle modifiche nei modelli di organizzazione del lavoro e della produzione, soprattutto nel passaggio dal fordismo-taylorismo, come forma egemone, a modelli di produzione ed accumulazione flessibili, di cui “il modello Toyota” costituisce sicuramente la base iniziale.

2. I LIMITI DEL TAYLORISMO-FORDISMO

Per comprendere il significato e la portata del modello di produzione toyotista, sono necessarie alcune premesse di carattere metodologico ed una veloce presentazione dei tratti fondamentali di quello che fu il modello taylorista-fordista, che toccò il suo apogeo negli anni ’70. In primo luogo, è necessario specificare come intendere il termine “modello”. Suggerisco di interpretare il termine secondo l’intreccio di tre dimensioni: una forma dominante di organizzazione della produzione, diverse forme di regolazione istituzionale e politica. Gli ultimi due elementi sono stati analizzati nelle pagine precedenti descrivendo la fine di una forma keynesiana di regolazione sociale e politica. Si tratta ora, quindi, di indicare i tratti almeno dominanti della produzione rigida e di massa del taylorismo-fordismo. Ferrarotti individua nel “mito organizzativistico”, ossia l’idea secondo la quale “tutti i problemi sociali del nostro tempo siano riconducibili e risolubili in termini organizzativi metapolitici, o di ingegneria sociale” (Ferrarotti, 2016, 20), la premessa ideale dell’organizzazione scientifica del lavoro elaborata da Taylor. Il sociologo italiano indica tre principi fondamentali del taylorismo:“a) esiste un modo ottimo, e uno solo di compiere qualsiasi operazione del ciclo produttivo(il principio della one best way); b) è possibile scoprire e fissare questo modo o tecnica particolare solo attraverso la sperimentazione e la ricerca empirica, segnatamente attraverso lo studio analitico dei tempi richiesti all’operaio per qualsiasi operazione (valutazione cronometrica del rendimento) e delle qualità della materia prima impiegata, così da poter predeterminare la velocità del taglio e pertanto il ritmo cui possono essere tenute le macchine; c) tale studio e la responsabilità relativa fanno parte delle prerogative esclusive delle direzioni aziendali” (Ferrarotti, 2016, 21).

Bonazzi, schematizza in tre formule le critiche rivolte a questa forma di organizzazione del lavoro: il taylorismo come sfruttamento, utopia tecnocratica e formula contingente. La prima, “considera il taylorismo come uno strumento per intensificare lo sfruttamento del lavoro operaio” (Bonazzi, 2008, 54). La seconda, sottolinea che “l’intento taylorista di pervenire ad una totale determinazione della condotta umana non è mai realizzabile” (Bonazzi, 2008, 55), dal momento che “gli uomini conservano in qualunque situazione margini non controllabili di soggettività, e su questi margini essi costituiscono delle strategie che mettono in scacco il disegno tecnocratico di un taylorismo integrale” (Bonazzi, 2008, 56). La terza, infine mette in luce la “storicità” del taylorismo che si configura come “nulla di più che un episodio interno al più generale sviluppo dell’industria e dell’impresa moderna” (Bonazzi, 2008, 56).

Se questa traccia schematica proposta dal sociologo torinese enuclea correttamente alcuni nodi critici, occorre però arricchirla ulteriormente con un aspetto critico che sussume ed amplia questi tre precedenti. Le conseguenze della scomposizione delle singole mansioni in gesti standardizzati e ripetitivi in aggiunta alla rigida separazione tra concezione ed esecuzione, comportarono non solo la perdita di controllo sul processo produttivo, esercitata dal vecchio operaio-artigiano, oppure un’intensificazione dello sfruttamento operaio. L’aspetto davvero centrale che “l’utopia tecnocratica” tayloriana cercò di produrre, fu la completa negazione del naturale contenuto teleologico dell’atto lavorativo (che già Marx metteva in risalto nel I libro del Capitale). Rispetto a questo punto, Ferrarotti spiega che “le conseguenze sull’atteggiamento psicologico, sullo stesso sviluppo mentale e sull’integrità fisica dell’operaio sono gravemente negative. L’operaio si vede sottratta la comprensione del proprio gesto e della propria fatica nell’economia generale della produzione. Il “fare per fare” definisce correttamente l’animale, non l’uomo” (Ferrarotti, 2016, 25). I risultati quindi più o meno attesi produssero da un lato il “job, impersonale e rigorosamente definito nei suoi elementi di tempo e di spazio essenziali” (Ferrarotti, 2016, 23) e dall’altro la figura di un lavoratore come “persona mutilata” (Ferrarotti, 2016, 24).

Solo tenendo presente questo carattere disumanizzante è possibile comprendere i motivi della forte ondata di conflittualità operaia che pervase tutti gli ambiti delle società occidentali alla fine degli anni ’60. Ciò si poté sviluppare solo nel momento in cui, a seguito delle immani distruzioni di capitale provocate dalla guerra e dell’assottigliamento nei livelli di disoccupazione di massa seguiti alla crisi del ’29, nei paesi occidentali si raggiunse l’obiettivo del pieno impiego, con un inevitabile aumento nei livelli di indisciplina sociale. Il caso italiano a tal proposito fu emblematico, Labini, nel suo studio sull’evoluzione nei livelli di conflittualità sociale dal dopoguerra in avanti, sostenne che “in Italia negli anni cinquanta la disoccupazione era, in media, relativamente elevata, ciò che contribuiva a tener bassa la conflittualità, e la guida dei dirigenti sindacali era particolarmente saggia” (Sylos Labini, 1986, 41).

Chiaramente, nelle parole dell’economista traspare oltre ad una constatazione di merito anche, essendo di formazione liberale, la sua profonda avversione verso ipotesi di relazioni sociali apertamente conflittuali. Il biennio di svolta è da lui indicato nel 1961-1962, quando “la conflittualità esplode nel 1962, principalmente come conseguenza del rapido assottigliarsi della disoccupazione” (Sylos Labini, 1986, 41). Per analizzare l’aumento o la diminuzione nei livelli di conflittualità sociale, egli si serve di due indicatori: l’inflazione e il tasso di disoccupazione. Per quanto riguarda la prima relazione (inflazione-conflitto sociale), la maggiore conflittualità determina un aumento dei salari e questo dei prezzi (dal momento che gli imprenditori vogliono mantenere inalterato il tasso di profitto). Quando al contrario sono i prezzi a crescere i lavoratori chiedono aumenti retributivi e quindi “sono più inclini a scioperi” (Sylos Labini, 1986, 44). Nel caso della seconda (disoccupazione-conflitto sociale), avviene che “quando l’attività economica si espande e la disoccupazione si flette, la capacità contrattuale dei sindacati cresce; perciò gli scioperi tendono a coinvolgere più persone e a durare di più; e l’opposto accade quando l’attività economica si contrae” (Sylos Labini, 1986, 44-45). In sostanza, il trentennio keynesiano determinò non solo un aumento nei livelli di vita delle classi lavoratrici, ma, assottigliando costantemente i livelli di disoccupazione, aprì la possibilità ad un’inedita stagione di scontri sociali, che non tardarono ad incrinare la tenuta dell’organizzazione del lavoro taylorista-fordista. Il periodo appena richiamato, vide come figura preponderante, ma non unica, l’operaio-massa: addetto alla catena di montaggio, ridotto a puro erogatore di lavoro semplice, privo di specializzazioni e privato di qualsiasi forma di controllo sulla sua attività lavorativa.

A tal proposito, Antunes descrive in questi termini le novità apparse con l’organizzazione taylorista:“questo modello produttivo si è strutturato sulla base del lavoro parcellizzato e frammentato, nella scomposizione dei compiti, che riduceva l’azione a un complesso ripetitivo di attività la cui somma sfociava nel lavoro collettivo produttore di veicoli. Parallelamente alla perdita di destrezza del lavoro operaio precedente, questo processo di disantropomorfizzazione del lavoro e della sua conversione in appendice della macchina-strumento dotava il capitale di maggiore intensità nell’estrazione di plusvalore. Il plusvalore estratto estensivamente mediante il prolungamento della giornata di lavoro e della crescita della sua dimensione assoluta, intensificava prevalentemente la sua estrazione intensiva, data dalla dimensione relativa del plusvalore. La sussunzione reale del lavoro al capitale, propria della fase delle macchine, era consolidata” (Antunes, 2016, 51). Come mai però, nonostante i conflitti, questo modello di organizzazione della produzione definito da Ferrarotti come “anti-operaio” e “liberticida” (Ferrarotti, 2016, 24), poté non solo resistere, ma consolidarsi per almeno altri tre decenni? Una risposta a tale quesito è fornita da Bihr, il quale sostiene che “nei trent’anni gloriosi” poté dispiegarsi un processo di progressiva integrazione delle organizzazioni del movimento operaio occidentale nelle forme di controllo capitalistico. Egli specifica che con il termine “integrazione” vuole indicare “il processo attraverso cui il movimento operaio” divenne “un ingranaggio del meccanismo di potere del capitale, anche nella capacità di opporvisi e di limitarne le forze” (Bihr, 1998, 47).

Se di compromesso sociale è lecito parlare, secondo il sociologo francese lo si può fare solo in relazione alla subordinazione nelle strutture di comando capitalistico delle organizzazioni politiche e sindacali del movimento operaio organizzato. Chiaramente si trattò come specifica successivamente di “un processo profondamente contraddittorio” (Bihr, 1998, 49), che venne totalmente meno nel momento in cui l’azione operaia pose al centro delle sue rivendicazioni “la possibilità effettiva del controllo sociale dei lavoratori, dei mezzi materiali del processo produttivo” (Antunes, 2016, 59). La radicalità di queste proposte, ossia la volontà di spingersi verso una socializzazione effettiva, non poté essere recepita nell’azione delle principali sigle sindacali occidentali, sia rispetto a quelle legate a formazioni politiche socialdemocratiche che comuniste, fortemente burocratizzate e verticistiche, che al contrario cercarono di canalizzare l’aspro scontro di classe verso forme compatibili rispetto alle logiche del compromesso fordista.

Per quanto riguarda il nostro paese, ad accorgersi di questo possibile esito, anche se non in modo esplicito, furono Reyneri e Regini, i quali analizzarono nel corso degli anni ’70 le “tre linee strategiche del movimento operaio nei confronti dell’organizzazione del lavoro” (Reyneri e Regini, 1974, 148). Rispetto alla prima (la semplice contrattazione rispetto agli eccessi e la richiesta di modifiche meramente quantitative), i due autori riconoscono come “sostanzialmente ogni proposta di contrattazione-controllo sull’organizzazione capitalistica del lavoro finisce con il legittimare i principi fondamentali, limitandosi o ad attenuare alcune conseguenze negative spesso derivanti dagli eccessi di una data direzione aziendale o ad ottenere modificazioni meramente quantitative” (Reyneri e Regini, 1974, 148). In questo modo se da un lato si finiva per accettare l’organizzazione capitalistica del lavoro, dall’altro si cercava di limitare la concreta attuazione di alcuni principi particolari accettando dei “palliativi” (Reyneri e Regini, 1974, 148). La seconda, quella incarnata dalla FIOM-CGIL, era basata invece sull’obiettivo di “conquista di una diversa organizzazione del lavoro fondata sulla logica della fatica operaia” (Reyneri e Regini, 1974, 149). La volontà era di indicare la “piena utilizzazione dell’intelligenza umana” come criterio “in base al quale definire una diversa organizzazione del lavoro” (Reyneri e Regini, 1974, 151). La domanda retorica, che però correttamente si posero i due studiosi, era se questa diversa organizzazione del lavoro dovesse o no restare all’interno del recinto del sistema di produzione capitalistico, dal momento che in questo caso avrebbe semplicemente fatto riscoprire “le capacità creative generate dall’esperienza specifica dei lavoratori” (Reyneri e Regini, 1974, 152). Essi concludevano, che date queste premesse si rischiava di produrre solamente “lo sfruttamento integrale dell’uomo” (Reyneri e Regini, 1974, 152). La terza e più ardita opzione sindacale fu proposta dalla FIM-CISL e ruotava intorno all’idea di elaborare un’organizzazione del lavoro alternativa a quella padronale, che avesse come scopo ultimo il superamento dell’alienazione del lavoro. Questa possibilità si appoggiava sulle riflessioni di Cella, il quale suddivideva l’alienazione in due forme: la prima derivante dalla separazione dei lavoratori dai mezzi di produzione e la seconda dallo specifico processo lavorativo che lo sviluppo capitalistico ha determinato. La contraddizione, risiedeva nel fatto che in questo modo si sosteneva la possibilità di combattere lo specifico processo lavorativo capitalistico senza mettere in discussione l’intero modo di produzione. La “seconda forma” di alienazione in realtà dipende strettamente dalla prima, non si poteva negare una senza negare contemporaneamente l’altra. L’esito finale di tutte queste linee sindacali era semplicemente quello di chiedere “solo un diverso assetto che riconosca più potere alla classe operaia (ma non il potere)” (Reyneri e Regini, 1974, 156).

Bisogna però specificare che “l’innegabile integrazione dei dirigenti della maggior parte dei partiti del movimento operaio e dei sindacati non va confusa l’integrazione – ipotizzata ma strutturalmente impossibile- del lavoro in sé nel sistema del capitale” (Mészaros, 2016, 643). Dal momento che quest’ultimo per accrescersi su scala sempre allargata deve sussumere e sfruttare il lavoro vivo (l’ho mostrato nel secondo capitolo), questa relazione determina inevitabilmente che il lavoro si costituisca contemporaneamente sia come parte necessaria, ma anche come possibile antagonista del capitale. Come ricordavo infatti all’inizio del capitolo, solo a seguito del raffreddamento dell’iniziativa operaia, dimostratasi incapace di trascendere le strutture di dominio del capitale, tanto nella sfera della produzione materiale quanto nelle forme più ampie di riproduzione sociale, e l’inizio della crisi energetica, che inaugurò un periodo di profonde turbolenze economiche, venne progressivamente alla luce il terreno fertile per un processo di ristrutturazione produttiva, avente come scopo fondamentale l’indebolimento dell’antagonista sociale (il lavoro) del capitale e delle sue personificazioni.

Se da un lato, lungo tutto il decennio che va dagli anni ’60 a inizio ’70, il dominio borghese sulle società occidentali scricchiolò vistosamente, approfittando però dall’altro del periodo di recessione economica inaugurato dalla crisi, le classi dominanti occidentali poterono rilanciare una battaglia culturale per un nuovo senso comune di massa, che come ricorda Harvey è il piano sul quale affonda le radici il consenso sociale più ampio. Alla domanda:“in che modo, allora è stato creato un consenso popolare sufficiente a legittimare la svolta neoliberista?”, il sociologo britannico risponde “sono stati utilizzati canali diversi: influenze ideologiche potenti hanno circolato nelle grandi aziende, nei media e nelle molte istituzioni che compongono la società civile, come università, scuole, chiese e associazioni professionali. La “lunga marcia” delle idee neoliberiste attraverso queste istituzioni, preconizzata da Hayek già nel 1947, l’organizzazione di think-tanks (sostenuti e finanziati dalle grandi aziende), la conquista di segmenti strategici dei media e la conversione di molti intellettuali all’ideologia neoliberista hanno determinato un clima di opinioni favorevoli a tale dottrina, assurta a garante esclusiva della libertà” (Harvey, 2007, 52).

In conclusione, anche in relazione alla crisi ed al tramonto del taylorismo-fordismo, come modello organizzativo egemone, è possibile osservare la relazione dialettica che lega struttura e sovrastruttura. La crisi economica ed il raffreddamento dell’iniziativa operaia, da sole non avrebbero legittimato la “svolta neoliberista” se non fossero state accompagnate da un corrispondente lavoro culturale sul terreno ideale, allo stesso tempo però vale la relazione inversa. Le due dimensioni strutturale e sovrastrutturale si influenzano reciprocamente, non lasciando spazio ad un legame causale unidirezionale.

3. L’ALTERNATIVA POSSIBILE: IL TOYOTISMO O OHNISMO

La tesi che proverò a sostenere in questo paragrafo è che il toyotismo, o ohnismo (dal nome di Ohno, l’ingegnere che lo elaborò e sperimentò nella fabbrica Toyota), pur presentando alcune importanti differenze rispetto al taylorismo-fordismo, in realtà ne salvaguardi i pilastri fondamentali e si configuri come una forma più sofisticata di estrazione di plusvalore ai danni della classe lavoratrice.

La mia esposizione, a questo punto, si trova direttamente in antitesi con quella di Bonazzi, il quale, tralasciando il carattere di classe di queste trasformazioni, non coglie, a mio avviso, gli aspetti maggiormente regressivi del modello giapponese. Non si tratta di indagare solo le “ambiguità” di quest’ultimo, ma di rifiutarlo mostrando come non rappresenti un passo in avanti verso una migliore condizione operaia ed anzi rischi di produrre un comando ed un controllo ancor più dispotico ed oppressivo sul lavoro. Egli non a caso, decide di intraprende la sua ricostruzione storica a partire dai problemi economici in cui versava l’azienda automobilistica giapponese dopo la seconda guerra mondiale, nei confronti dei quali Ohno cercò di elaborare delle soluzioni innovative. Per prima cosa, l’ingegnere nipponico cercò “di abbassare il punto di profitto” (Bonazzi, 2008, 165) promuovendo una produzione flessibile di breve serie. Nell’operare questa modifica, “poteva contare sulla sola risorsa abbondante alla Toyota, la perizia e la dedizione delle maestranze” (Bonazzi, 2008, 166). I vantaggi di questa nuova organizzazione della produzione furono a parere di Bonazzi diversi: il primo fu il superamento della divisione tra “gli operai addetti all’allestimento dei macchinari e gli operai adetti alla produzione” (Bonazzi, 2008, 166). Il secondo, “il frequente cambio di produzione faceva venire meno il bisogno di accumulare grandi riserve di materiale da lavorare, ma imponeva di allestire un sistema di trasporti così perfetto da garantire consegne limitate di materiale giusto in tempo per essere lavorate” (Bonazzi, 2008, 166). Il terzo, era relativo al fatto che in questo modo la Toyota poteva “rispondere alle variazioni di mercato e alle richieste personalizzate dei clienti con un tempismo ed una flessibilità ignote alle fabbriche di grande serie” (Bonazzi, 2008, 166). L’ultimo, era quello di rendere possibile “un controllo della qualità estremamente più efficace” (Bonazzi, 2008, 166). In sostanza, di comune accordo management e lavoratori costruirono un “modello totalmente alternativo a quello fordista fino allora conosciuto” (Bonazzi, 2008, 166) ed è proprio grazie a questa proficua collaborazione che la Toyota poté superare definitivamente la crisi aziendale ed imporsi sul mercato mondiale. La prima svista è fin da subito evidente, si tratta dell’aver completamente ignorato lo scontro tra la direzione aziendale con i sindacati conflittuali per imporre la ristrutturazione dell’organizzazione del lavoro e della produzione. La mia esposizione al contrario non può che partire da questo elemento, per mettere correttamente a fuoco fin dal principio la dimensione strettamente classista di questa forma di razionalizzazione del lavoro. Una volta delineato questo punto, procederò nella scomposizione ed analisi delle specifiche caratteristiche che legano l’esperienza dell’impresa Toyota con i concreti tentavi di applicare il suo modello in particolare nell’occidente capitalistico.

3.3.1. LA SCONFITTA DEI SINDACATI GIAPPONESI

Il Giappone, uscito sconfitto dalla seconda guerra mondiale, dovette affrontare nei decenni successivi una serie di riforme, sotto l’amministrazione del generale statunitense Mac Arthur, che ebbero come conseguenza la modernizzazione accelerata delle strutture socio-economiche nazionali.

Sabbatucci e Vidotto ricordano, a questo proposito, l’imposizione di una nuova costituzione nel ’46 redatta da funzionari americani ed una radicale riforma agraria. Questi tentativi, erano però volti a “non indebolire troppo quei ceti conservatori su cui essi (gli USA) contavano per legare a sé il paese e per farne un bastione del “mondo capitalistico” in Asia” (Sabbatucci e Vidotto, 2008, 225). Questo orientamento, “si accentuò quando, con la guerra di Corea, il Giappone divenne base logistica e fornitore dell’esercito americano. Le grandi concentrazioni industriali furono smembrate solo in minima parte” (Sabbatucci e Vidotto, 2008, 225). I due storici fanno proprio notare che “a partire dagli anni ’50 esse sarebbero diventate il motore principale di una rapidissima crescita economica, favorita dall’assistenza degli Stati Uniti, oltre che da una stabilità politica che si fondava sull’egemonia dei gruppi moderati, raccolti nel Partito liberal-democratico” (Sabbatucci e Vidotto, 2008, 225). Quindi stabilità politica interna, associata alla protezione internazionale statunitense ed una classe capitalistica nazionale spregiudicata, alla guida dei “pochi grandissimi complessi industrial-finanziari” (Sabbatucci e Vidotto, 2008, 226), furono i motivi per i quali si poterono sperimentare strategie economiche inedite per risollevare dal declino l’antica potenza asiatica.

In questo clima, i due problemi principali che il management della Toyota si trovò ad affrontare erano: il “carattere caotico” della produzione, che limitava fortemente i livelli di produttività, ed “il combattivo sindacalismo giapponese” (Antunes, 2002, 28), che nei primi anni ’50 si oppose con decisione ad un piano di possibile razionalizzazione del lavoro. Antunes offre una rapida ricostruzione di questi momenti, ricordando che “nel 1950, ci fu una significativa ondata di scioperi contro una serie di licenziamenti in massa alla Toyota (tra 1600 e 2000 lavoratori), ma proprio in quel nuovo contesto si verificò la prima sconfitta del sindacalismo combattivo giapponese. Nel 1952-1953 si scatenò una nuova lotta sindacale in varie imprese contro la razionalizzazione del lavoro per aumenti salariali, che ebbe la durata di 55 giorni e dalla quale il sindacalismo uscì nuovamente sconfitto” (Antunes, 2002, 29). La dura repressione con cui la Toyota rispose sempre alle agitazioni operaie in quel periodo, non a caso suscita in Accornero un paragone con la Fiat (Accornero, 2007, 82), la quale al contrario dell’azienda giapponese non solo non ripensava la propria organizzazione del lavoro, ma sotto la direzione di Valletta si limitava o a licenziamenti oppure ad istituire reparti confino dove isolare i lavoratori maggiormente politicizzati (molto nota a tal proposito è la vicenda dell’Officina Sussidiari Ricambi a Torino). Uno spaccato di storia italiana, ripropostosi a seguito del documentario indipendente “Democrazia Sconfinata”, al quale anche l’eminente sociologo italiano ha offerto la sua preziosa testimonianza.

È proprio a partire dalla sconfitta della resistenza dispiegata dai lavoratori nipponici e dalle organizzazioni sindacali più conflittuali, che si deve intraprendere l’analisi di questa nuova forma di organizzazione della produzione, che ebbe come prima necessità quella di appoggiarsi su un “sindacalismo di impresa” (Antunes, 2002, 29), totalmente subordinato alle esigenze padronali. Antunes descrive in questi termini l’azione di questo nuovo tipo di sindacato cooperativo: “unendo repressione e cooptazione, il sindacalismo giallo ha avuto come contropartita alla sua subordinazione al padrone, il conseguimento dell’impiego vitalizio per una parte dei lavoratori delle grandi imprese e anche profitti salariali legati alla produttività. I sindacati hanno, come è il caso della Nissan, un ruolo rilevante nella meritocrazia dell’impresa, nella misura in cui esprimono opinioni (con la possibilità di veto) sull’ascesa di funzione dei lavoratori” (Antunes, 2002, 29). Il sociologo brasiliano termina il suo ragionamento osservando che “sembra superfluo ricordare che questa maniera di agire subordina i lavoratori all’universo dell’impresa, creando le condizioni per l’impianto duraturo del sindacalismo di coinvolgimento, essenzialmente un sindacalismo manipolato e cooptato” (Antunes, 2002, 29). Una descrizione non dissimile viene proposta anche da Accornero, il quale sostiene che “nel Giappone ormai in ripresa, la Toyota si scontra duramente con il sindacalismo industriale – sempre meno accettato dagli imprenditori- al quale contrappone un sindacato aziendale disposto a cooperare; su questa base impianta un modello di produzione di auto e di gestione del personale che rovescia quello taylor-fordista e che renderà famosa questa impresa” (Accornero, 2007, 21).

Non è quindi un caso, che la sconfitta del sindacalismo conflittuale giapponese e la sua mutazione in senso collaborativo sia stata “la condizione essenziale per il successo capitalistico dell’impresa giapponese” (Antunes, 2002, 29). Uno degli aspetti centrali del toyotismo, è fin dalle origini rappresentato da una duplice strategia nei riguardi della forza-lavoro: cooptazione e repressione. Non a caso, come ricordano entrambi i sociologi prima citati, ai licenziamenti di massa seguiva la promessa di un impiego a vita garantito ad almeno una parte della manodopera industriale. A tal proposito, Sai, istituendo un paragone con Ohno, ricorda come l’obiettivo stabilito da Marchionne, una volta divenuto amministratore delegato della Fiat, prima di imporre una ristrutturazione produttiva sulla base del WCM (Word Class Manufacturing)1, fosse “quello di eliminare l’ostacolo di fondo al funzionamento di questo modello di organizzazione della produzione e del lavoro: un sindacato autonomo e con una visione generale dei problemi” (Sai, 2015, 82). Per garantire una “produzione armonica” dovevano essere precedentemente “espunti il conflitto e la contrapposizione di interessi” (Sai, 2015, 82). Egli termina sottolineando che “come trent’anni fa i delegati di gruppo omogeneo rappresentavano un contro-potere da eliminare se si voleva mano libera nell’utilizzo delle innovazioni tecnologiche, oggi serve la trasformazione del sindacato in organizzazione aziendale. Essa deve garantire la produttività di un sistema nel quale la flessibilità delle nuove tecnologie viene compressa nei vecchi schemi organizzativi (una sorta di neo-taylorismo cibernetico), si scarica sul lavoro e si trasforma in precarietà” (Sai, 2015, 83).

I resoconti dei tre autori citati, mostrano quindi come sia in periodi storici diversi che in situazioni sociali differenti, un tratto comune ed unificante del passaggio al sistema di produzione ed organizzazione ohnista o ai suoi derivati sia stato sempre preceduto da un necessario scontro con i sindacati conflittuali, la cui sconfitta è l’obiettivo intermedio necessario per ottenere una forza-lavoro docile ed impossibilitata a mettere in dubbio il comando capitalistico.

3.3.2. LE DIFFERENZE TRA ONHISMO E TAYLORISMO-FORDISMO

Quali sono però le differenze che richiamavo all’inizio del paragrafo tra i due modelli? Partiamo dalla descrizione di Bonazzi, il quale indica in primo luogo il Just-in-time, cioè l’idea di produrre le merci nel momento opportuno. Questo rende “possibile far uscire i prodotti in serie brevi e differenziate, con aggiustamenti continui alle fluttuazioni della domanda che tira la produzione (sistema pull)” (Bonazzi, 2008, 168). Da questo principio ne derivano sostanzialmente tre: l’officina minima sostituisce quella ridondante, il coinvolgimento dei dipendenti e dei fornitori sostituisce la divisione burocratica del lavoro ed infine l’obiettivo della qualità totale soppianta il primato della quantità. Rispetto al primo, “il modello giapponese richiede meno scorte, meno spazi, meno movimenti di materiale, meno tempi per allestire i macchinari, meno addetti, meno apparati informativi e tecnologie più frugali” (Bonazzi, 2008, 168-169). Rispetto al secondo, nel modello giapponese “le mansioni hanno confini poco precisi e i dipendenti sono sollecitati a partecipare alle decisioni riguardanti la produzione” (Bonazzi, 2008, 170). Questi possono non solo fermare il flusso produttivo quando riscontrano problemi, ma il coinvolgimento si manifesta su altri tre livelli: la polivalenza delle capacità professionali che consente l’interscambio di posizioni all’interno del gruppo di lavoro, la flessibilità delle squadre di lavoro e l’impegno nel miglioramento continuo (kaizen). Allo stesso modo, anche i fornitori vengono selezioni in base “alla capacità di collaborazione con l’impresa madre in piani di lungo termine” (Bonazzi, 2008, 172). Per quanto riguarda l’obiettivo della “qualità totale”, questo termine non vuol dire solo “che il prodotto è privo di difetti per il consumatore. La qualità riguarda anche il processo produttivo, e vuol dire lavorare senza sprechi, senza costi economici aggiuntivi che possono essere eliminati” (Bonazzi, 2008, 173).

Sembrerebbe, dalla precedente ricostruzione storica ed analitica proposta da Bonazzi, che nella fabbrica toyotista regnino pace sociale, collaborazione ed efficienza produttiva (il sogno di ogni capitalista). Antunes da parte sua, invece, elenca in questo modo i tratti dominanti del toyotismo:“- è una produzione molto vincolata alla domanda […] differenziandosi dalla produzione in serie e di massa tipica del taylorismo-fordismo. Per questo la sua produzione è abbastanza eterogenea; – si fonda sul lavoro in equipe […] rompendo il carattere parcellizzato tipico del fordismo; -la produzione si struttura in un processo produttivo flessibile, che rende possibile all’operaio di lavorare simultaneamente con varie macchine; -ha come principio il just in time […]; – funziona secondo il sistema kanban, cartelli o segnali di comando per la ricollocazione dei pezzi e dello stock; – […] le imprese hanno una struttura orizzontalizzata, al contrario della verticalizzazione fordista […]; – organizza i circoli di controllo di qualità (CCQ) costituendo gruppi di lavoratori che sono istigati dal capitale a discutere il loro lavoro e disimpegno, con il proposito di migliorare la produttività delle imprese […]” (Antunes, 2016, 69-70).

Da entrambe le sintesi, emergono subito alcune difformità rispetto agli aspetti più disumanizzanti del taylorismo-fordismo. Innanzitutto da una produzione standardizzata nei modi, tempi e prodotti si cercò di passare ad una più flessibile e legata alla domanda dei consumatori. Di conseguenza, dal lavoro individuale alla catena di montaggio (operaio-massa) si svilupparono forme di lavoro di gruppo su diverse macchine (lavoro in gruppo ed operaio polivalente). L’impresa toyotista abbandonava le forme delle mastodontiche fabbriche fordiste, in direzione di stabilimenti maggiormente segmentati riducendo di conseguenza la concentrazione operaia. Infine, i circoli di controllo della qualità dovevano ovviare ad una rigida separazione tra esecuzione e progettazione in favore di un maggiore coinvolgimento dei lavoratori nelle decisioni relative ai modi in cui organizzare la produzione. Le strabilianti performance produttive ottenute dalla Toyota, che nel giro di pochi decenni riuscì a scalare il mercato automobilistico mondiale divenendo una dei più noti marchi automobilistici, produssero una profonda sorpresa in Europa, tanto da innescare numerosi dibattiti sulla possibilità di esportare ed adattare a nuovi contesti i capisaldi della sua originale organizzazione produttiva.

Se non si possono negare le discontinuità tra i due modelli di organizzazione del lavoro, ad uno sguardo più attento però paiono, a discapito delle visioni più apologetiche sul post-fordismo (la posizione di Schiavone esposta nel capitolo precedente ed in parte quella di Bonazzi si possono ascrivere a questo gruppo), fermarsi ad aspetti puramente superficiali, lasciando inalterati gli elementi strutturali.

Richiamandomi brevemente al capitolo sul concetto di lavoro in Marx, devo specificare che il processo di produzione capitalistico delle merci assume alcune dimensioni costanti. In primo luogo, abbiamo la compravendita di forza-lavoro, l’unica merce di cui dispone il lavoratore. A questo punto si abbandona il terreno della circolazione in favore di quello della produzione, nel quale la forza-lavoro (inscindibilmente legata al corpo del lavoratore) diviene parte variabile del capitale e che posta in interazione con i mezzi di produzione, il capitale costante, diviene lavoro vivo erogatore di lavoro-astratto, che produce alla fine del suo utilizzo un valore eccedente rispetto a quello corrispostogli con il salario. I tre momenti attraversati sono: acquisto della forza-lavoro sul mercato del lavoro, consumo di quest’ultima una volta sussunta in un processo di produzione capitalistico ed infine ritorno nella sfera della circolazione con la vendita della merce prodotta e la monetizzazione del plus-valore. È logico che lo sfruttamento risieda nel fatto che il lavoratore deve produrre un valore totale che superi quello della sua forza-lavoro, pagatogli dal capitalista tramite il salario. Per questi motivi, si può concludere che “il capitale stesso nelle sue forme sviluppate è l’alienazione generale del lavoro” (Mészaros, 1998, 243).

Questo breve riassunto, vuole mostrare come anche il sistema toyotista salvaguardi tutti gli elementi che denotano un processo di produzione capitalistico: proprietà privata dei mezzi di produzione, “libertà” del lavoratore in quanto salariato, sussunzione in un processo di produzione capitalistico, divisione gerarchica del lavoro (anche se non più “burocratica” come nota Bonazzi) ed infine mantenimento della duplice forma concreta ed astratta dell’atto lavorativo finalizzato alla produzione di una merce che non appartiene e risulta estranea al lavoratore. Ad essere quindi modificate sono unicamente le forme di organizzazione e gestione della forza-lavoro, che comunque in ultima analisi riflettono sempre interessi estranei ai produttori e sui quali questi ultimi possono influire solo marginalmente. Per questi motivi, bisogna approfondire in modo più completo i singoli elementi ed il modo in cui sono stati applicati concretamente soprattutto nelle imprese dei paesi occidentali. Partendo dall’analisi della scomposizione dei vecchi stabilimenti fordisti e dalle motivazioni che ne hanno sostenuto la necessità, bisogna successivamente chiedersi se il maggiore coinvolgimento dei lavoratori avveri la prescrizione marxiana secondo la quale questi possono esercitare un controllo razionale, autodiretto ed autonomo sulla propria prestazione lavorativa ed infine se il tanto reclamizzato modello giapponese, importato in Europa, abbia conseguito davvero l’obiettivo di sviluppare una produzione legata alla domanda nel rispetto degli effettivi bisogni umani. In sostanza, l’interrogativo di fondo rimane: siamo realmente entrati in una fase progressiva della storia umana che faccia presagire la fine dello sfruttamento e dell’alienazione del lavoro, oppure ci troviamo in mezzo ad una ristrutturazione più generale nei modelli di accumulazione del capitale che salvaguarda, anche se in forme diverse, il dominio borghese?

3.3.2.1 LA SCOMPOSIZIONE DEI VECCHI STABILIMENTI FORDISTI

La prima differenza da analizzare è la scomposizione dei vecchi stabilimenti fordisti. Terrorizzate dall’avanzata del movimento operaio e da forme di lotta che richiedevano una reale socializzazione dei mezzi di produzione e del potere, il primo problema da risolvere per le classi dominati occidentali era riuscire a placare gli alti livelli di antagonismo sociale dei lavoratori.

A tal proposito, Sylos Labini sottolineava, sempre nel suo studio comparativo sulla conflittualità sociale nei paesi industrializzati, come il nostro paese fosse “decisamente in testa in una misura superiore a qualsiasi aspettativa” (Labini, 1986, 40-41). Proprio per questo motivo l’Italia è da sempre un osservatorio privilegiato per la radicalità che hanno assunto le strategie di ristrutturazione produttiva. A guidare la logica delle prime forme di esternalizzazione di fasi produttive era la volontà di rompere la vecchia unità di classe, che nel corso degli anni ’70 dimostrò di poter mettere in pericolo il comando capitalistico nei luoghi di lavoro. A questo proposito Bihr elenca “la triplice configurazione della fabbrica” assunta sulla base del “nuovo ordine produttivo”, che evidentemente assume i punti di forza del sistema giapponese: questa deve essere fluida, flessibile e diffusa (Bihr, 1998, 200).

Per il momento, ai fini della mia tesi, mi soffermo specificatamente sul terzo elemento. Cosa significa e comporta la fabbrica diffusa? Egli sostiene che “invece di concentrare in un solo luogo il massimo delle funzioni produttive e di gestione, come nella fabbrica fordista, si pone la questione di una diffusione della produzione e del potere in tutto lo spazio sociale. La fabbrica diffusa presuppone comunque sempre un’unità centrale che coordina e pianifica un reticolo di unità produttive periferiche, che possono diventare centinaia, persino molte migliaia” (Bihr, 1998, 200). Chiaramente, alla “concentrazione piramidale si sostituisce infatti la gestione fluida e flessibile delle unità produttive disseminate” (Bihr, 1998, 200).

Come mai però si decise di intraprendere questa serie di esternalizzazioni, decentramenti e oggi di delocalizzazioni? Il sociologo francese illustra due motivazioni: la prima dipende dal fatto che “si vuole mettere al riparo il capitale dalle fluttuazioni delle condizioni di valorizzazione, cioè di far variare l’impiego di capitale (costante e variabile) in funzione delle fluttuazioni del mercato e dalla congiuntura economica generale, attribuendo alle ditte subappaltatrici un ruolo “cuscinetto” in grado di assorbire i contraccolpi che ne possono risultare” (Bihr, 1998, 201). La seconda, è ancora più interessante dal momento che “la fabbrica diffusa risponde all’esigenza di rimettere in discussione i rapporti di forza favorevoli ai lavoratori, rapporti di forza che la concentrazione della produzione fordista aveva permesso di costruire; il che si traduce in forme di dispersione geografica e giuridica dei lavoratori” (Bihr, 1998, 201). Anche Accornero, fornisce una spiegazione non dissimile rispetto a questa, cogliendo anch’esso il contenuto di classe, sostenendo che “il decentramento produttivo iniziato negli anni ’70 per rispondere alle contestazioni operaie e alla crisi energetica mostrò che, sebbene gli operai sembrassero sparire con il declino delle aree grand-industriali, essi si stavano diffondendo e disperdendo nell’impresa “a rete” di aree periferiche senza tradizioni industriali, dove crebbe poi una popolazione operaia di estrazione contadina o artigiana, legata alla località delle relazioni parentali e al mestiere dalle reti sociali” (Accornero, 2007, 38). Antunes etichetta questo processo di scomposizione come “liofilizzazione organizzativa” (Antunes, 2016, 67), ossia che mentre “nella fabbrica fordista approssimativamente il 75% della produzione era realizzata al suo interno, la fabbrica toyotista è responsabile soltanto del 25% della produzione” (Antunes, 2016, 70).

Questo fu quindi il principio che sostenne l’azione di scomposizione delle mastodontiche fabbriche fordiste e la volontà di organizzare il processo produttivo in forma di rete tra aziende di minori dimensioni, strettamente connesse e disperse su un territorio più vasto. Una realtà questa, che non solo frammenta e rende maggiormente complesso rappresentare la classe lavoratrice come soggetto collettivo (uno dei motivi alla base della crisi delle organizzazioni sindacali tradizionali visibile non soltanto per il calo numerico degli iscritti), ma complica ulteriormente l’articolazione di una resistenza attiva rispetto a quei provvedimenti di precarizzazione della forza-lavoro che tutti i governi occidentali, in consonanza all’imperante clima neo-liberista, stanno da tempo approvando. La mia opinione, in linea con quelle precedenti, insiste sul fatto che una volta posto in discussione il comando capitalistico sui luoghi di lavoro, come di fatto accadde nel decennio tra gli anni ’60 e ’70, la scomposizione della fabbrica fordista sia servita in primo luogo per restaurare un potere di classe, in questo senso interpreterei i giudizi di Harvey sul significato generale della svolta neo-liberista.

Inoltre, alle pratiche di esternalizzazione si sono aggiunte in tempi più recenti anche quelle di delocalizzazione, avendo come fine quello di strutturare catene produttive transnazionali, che limitano ulteriormente le capacità di intervento e di regolazione dei singoli stati nazionali, anche in una posizione subalterna come si sperimentò nei decenni keynesiani (per approfondire la tematica Bihr, 1998, 98-111). Questo aspetto però non deve essere assunto come limite assoluto ed insuperabile per un’azione politica di riforma radicale, Olin Wright non a caso sostiene che “l’affermazione che la globalizzazione impone potenti vincoli sulle capacità degli stati di aumentare le tasse, di regolare il capitalismo, e ridistribuire i redditi è una posizione politicamente efficace perché la popolazione la crede vera, non perché i vincoli siano in realtà così stretti. […] Mentre può essere il caso che le politiche specifiche che costituivano il menù della democrazia sociale nell’era d’oro siano diventate oggi meno efficaci e abbiano bisogno di ridefinizione, riformare il capitalismo attraverso regole che neutralizzano alcuni dei suoi peggiori danni rimane un’espressione vitale di anticapitalismo” (Olin Wright, 2017, 26-27).

In realtà nulla sembrerebbe suffragare la descrizione offerta da Bonazzi, secondo cui adottando il sistema di produzione giapponese i rapporti tra le imprese madri e le sub-fornitrici assumerebbero la forma di “fitta rete cooperativa basata su rapporti di fiducia e di reciproca trasparenza e su contratti di lungo periodo” (Bonazzi, 2008, 172). In seria difficoltà pare proprio essere il modello di “sindacalismo verticale” tradizionale, che si era strutturato in modo speculare all’organizzazione della produzione fordista. Il processo di integrazione che ho richiamato precedentemente, assume oggi una dimensione ancor più totalizzante. Anche se, le strategie di azione delle principali sigle sindacali europee ed italiane non arrivarono mai ad indicare come obiettivo cosciente la messa in discussione del potere del capitale, in varie forme però si affermarono strategie antagonistiche rispetto all’organizzazione capitalistica del lavoro (nella sua formulazione più radicale almeno in Italia quella della FIM-CISL mirava apertamente al superamento dell’alienazione, con però le contraddizioni che Reyneri e Regini evidenziarono).

Attualmente, almeno nel nostro paese, solo le organizzazioni sindacali di base paiono essere consapevoli della necessità di praticare forme di conflitto sociale per riequilibrare rapporti di forza nettamente a favore delle classi dominanti. Devo specificare anche come la ormai classica divisione tra partito, come avanguardia politica cosciente della classe, e sindacato, come strumento di lotta economica, esasperata da Lenin e dal movimento comunista, non trovi più ragione di esistere. Non solo perché la conseguenza fu quella di subordinare l’azione sindacale alle strategie dell’organizzazione politica di riferimento, ma anche perché stante la forma nuova di organizzazione della produzione ed una nuova morfologia della classe lavoratrice i confini tra di essi (sindacati e partiti) si fanno più sfumati e permeabili. Non aver recepito in tempo le trasformazioni sul terreno produttivo (fabbrica diffusa ed organizzazione a rete) ed aver accettato un ruolo puramente concertativo e non contestativo, sembra aver rallentato una presa di coscienza almeno nelle organizzazioni storiche del movimento operaio dei punti di forza che potrebbe avere una struttura organizzativa alternativa maggiormente orizzontalizzata, in grado di privilegiare forme di azione intercategoriali.

3.3.2.2 IL MAGGIORE COINVOLGIMENTO DEI LAVORATORI

Il secondo elemento di discontinuità rilevato riguarda il presunto maggiore coinvolgimento dei lavoratori, citato con favore da Bonazzi, ma che secondo Antunes assume la forma di una “partecipazione manipolatrice, che mantiene essenzialmente le condizioni di lavoro alienato e estraniato” (Antunes, 2016, 67). Questo perché continua a sussistere la scissione tra produttori, prodotti e controllo dei mezzi di produzione, quindi in nessun caso è possibile per i lavoratori esercitare un comando razionale ed autodiretto rispetto alla propria prestazione lavorativa. Ritroviamo infatti nelle medesime forme descritte da Marx non solo la compravendita di forza-lavoro in cambio di un salario, ma anche la conseguente sussunzione del lavoro sotto il capitale.

Ciò che potrebbe far cadere in errore è l’imposizione fatta al lavoratore di assumere lo “spirito di impresa”, ma questo non può sostituire una socializzazione effettiva dei mezzi di produzione e del potere. Antunes, su questo punto, assume una posizione categorica “l’estraneazione propria del toyotismo è quella data dal “coinvolgimento cooptato”, che rende possibile al capitale di appropriarsi del sapere e del fare del lavoro. Questo, nella logica dell’integrazione toyotista, deve pensare e agire per il capitale, per la produttività, sotto l’apparenza dell’eliminazione effettiva dell’abisso esistente tra elaborazione ed esecuzione nel processo di lavoro” (Antunes, 2002, 36). Per questi motivi, lo stesso prodotto “rimane alieno ed estraneo al produttore, conservando sotto tutti gli aspetti, il feticismo della merce. L’esistenza di una attività autodeterminata, in tutte le fasi del processo produttivo, è un’assoluta impossibilità sotto il toyotismo, perché il suo comando rimane mosso dalla logica del sistema produttore di merci” (Antunes, 2002, 36). Il fine della produzione resta lo stesso: produrre merci gravide di plusvalore e non certo valori d’uso socialmente necessari. Salvaguardando dunque i pilastri di una produzione centrata sulle necessità di auto-accrescimento del capitale, “il lavoro polivalente, multifunzionale e qualificato, unito a una struttura più orizzontalizzata e integrata tra imprese diverse,anche terziarizzate, ha come finalità la riduzione del tempo di lavoro. Infatti si tratta di un processo di organizzazione del lavoro la cui finalità essenziale, reale, è l’intensificazione delle condizioni di sfruttamento della forza lavoro, riducendo molto o eliminando sia il lavoro improduttivo, che non crea valore, sia le forme ad esso analoghe, specialmente nelle attività di manutenzione, accompagnamento e ispezione di qualità, funzioni che son passate ad essere direttamente incorporate al lavoratore produttivo” (Antunes, 2016, 68).

Il risultato finale è quindi quello di avere a disposizione un minore contingente di forza lavoro, più produttivo e quanto più motivato nel raggiungimento degli obiettivi stabiliti dall’impresa. Per far questo il Toyotismo è pronto anche a recuperare la dimensione intellettuale del lavoro operaio, tanto disprezzata dal taylorismo, ma nello stesso tempo continua a distorcerla, manipolarla e svilirla perché sempre subordinata all’estrazione di lavoro-astratto. Parker invece adotta l’espressione “management-by-stress”, che a suo parere descrive come lungi dall’aumentare i gradi di libertà garantiti ai lavoratori nell’esecuzione delle mansioni, nelle imprese che adottano i principi della produzione snella “la direzione esercita un controllo più incisivo sulla produzione per mezzo di strumenti, grafici e tabelle, che rendono immediatamente visibile qualsiasi problema si possa presentare: tutte le deviazioni che non trovano subito una correzione generano conseguenze sempre più ampie e vistose (e all’estremo, è sufficiente che manchi anche solo un elemento in uno schema just-in-time perché l’intera operazione fallisca immediatamente)” (Parker, 1998, 176). Egli conclude il suo ragionamento specificando che “questa modalità di funzionamento rappresenta uno strumento di disciplina della forza-lavoro più efficiente ed efficace di un’intera schiera di controllori e di supervisori” (Parker, 1998, 176). In sostanza, la maggiore collaborazione imposta ai lavoratori non si unirebbe ad un controllo meno oppressivo, al contrario come spiega lo studioso americano in una nota “il management esercita un controllo più rigoroso, non aumentando l’osservazione diretta della prestazione lavorativa, o arrivando a dirigere in modo minuzioso e dettagliato il luogo di lavoro, bensì mantenendo una pressione continua su tutto il sistema grazie a meccanismi di feedback basati su risposte veloci e concatenate” (Parker, 1998, 176).

3.3.2.3 LA RICERCA DELLA QUALITA’ TOTALE

Nella ricostruzione sull’esaurimento del paradigma “taylorista-fordista-keynesiano” proposta da Fumagalli, vale la pena soffermarsi su alcune riflessioni che ci serviranno nel corso di questo paragrafo. L’economista italiano, spiega infatti che oltre ad una certa soglia dimensionale “i costi fissi di gestione sono quelli più soggetti alla crescita in presenza di un aumento della produzione” (Fumagalli, 2006, 65). A causa di questo fatto, il risultato alla lunga “è un’alterazione della struttura dei costi, tra costi fissi e variabili, che rende ininfluente lo sfruttamento delle economie di scala” (Fumagalli, 2006, 65).

Per ovviare a questi problemi causati dal gigantismo industriale, l’unica soluzione per sospingere la produzione non poteva che essere “un incremento più che adeguato della domanda” (Fumagalli, 2006, 65). Il problema si manifestò nel momento in cui alla fine degli anni ’70, due fattori contradditori dispiegarono la loro azione dal lato della domanda: in primo luogo si ebbe “la saturazione della domanda dei principali beni di consumo che sono stati il motore della crescita economica del dopoguerra (gli elettrodomestici, i mezzi di trasporto, i prodotti elettrici ed elettronici le moderne forme della comunicazione, ecc.) con effetti negativi sulla crescita della domanda aggregata” (Fumagalli, 2006, 65-66); dall’altro si ebbe “un incremento di spesa pubblica, soprattutto militare, in seguito al coinvolgimento americano il Vietnam” (Fumagalli, 2006, 66).

Come specifica Fumagalli se il secondo fattore fu “di breve durata”, il primo fu “strutturale e senza soluzioni immediate” (Fumagalli, 2006, 66). Non è quindi un caso, che la prima differenza tra i due modelli di produzione messa in luce precedentemente sia da Bonazzi che da Antunes, ossia l’idea secondo la quale la produzione della fabbrica giapponese sarebbe maggiormente vincolata alla domanda, doveva inevitabilmente assumere un valore centrale nelle applicazioni concrete della produzione snella effettuate nei paesi occidentali. Sono i termini “just-in-time”, l’imperativo di produrre solamente quello che si è già venduto o ci si aspetta di vendere in tempi brevi, “kaizen”, ossia il miglioramento continuo in direzione della qualità totale, e “qualità totale” a riflettere la filosofia ohnista. Questa ricerca di perfezione del processo produttivo e del prodotto è sicuramente uno dei punti di maggior fascino del modello giapponese.

Bellofiore, rispetto al primo elemento, coglie al contrario la sostanza nella necessità di intensificare i ritmi lavorativi, questo è reso possibile “attraverso l’eliminazione di ogni poro superfluo nel tempo di lavoro (per gli imperativi zero stocks, di just-in-time e di kaizen), ma anche attraverso quella parziale ricomposizione delle mansioni che è necessaria all’utilizzo degli impianti: le due cose sono anzi, a ben vedere, la medesima” (Bellofiore, 1998, 41). A sorreggere quindi la necessità della riconfigurazione del processo produttivo non sono esigenze umanamente rilevanti, ma la ricorrente logica di estorsione di quote crescenti di plusvalore ben sintetizzata nello slogan “lavorare più ore, lavorare più duro, lavorare con più qualità” (Bellofiore, 1998, 42). L’altro elemento da analizzare è la volontà, una volta adottati i meccanismi del sistema Toyota, di arrivare ad una produzione di merci quanto più possibile prive di difetti. Un’idea questa che, tradotta in lessico marxiano, pare proprio sostenere la possibilità di invertire il rapporto di subordinazione tra valore di scambio e d’uso, a favore di quest’ultimo.

Questa aspirazione però contrasta con un principio fondante della riproduzione su scala allargata del capitale. Non a caso, Mészaros afferma che “il modo capitalistico di produzione per tendenza è nemico della durata, e che nel suo sviluppo storico esso deve abbandonare le pratiche produttive orientate verso la durata in ogni maniera possibile, inclusa la sovversione deliberata della qualità” (Mészaros, 2016, 518). Il filosofo ungherese mette in risalto come, proprio per evitare i problemi derivanti dalla saturazione e dalla sovrapproduzione del mercato, l’obsolescenza programmata e la diminuzione del tempo di vita delle merci siano diventati sempre di più strategie razionalmente perseguite per la valorizzazione del capitale. Questo è quello che egli ha definito “tasso decrescente di utilizzo” (Mészaros, 2016, 517).

Come nota Antunes, il contenuto sfaccettato del concetto di “qualità totale”, in realtà è molto spesso scambiata con “l’involucro, l’apparenza o il perfezionamento del superfluo, giacchè i prodotti devono durare poco e avere una collocazione agile sul mercato” (Antunes, 2016, 65). Nell’industria informatica egli trova una conferma di questa tendenza, dal momento che “un computer diventa obsoleto in pochissimo tempo, poiché l’utilizzazione di nuovi sistemi diventa incompatibile con le macchine che diventano “vecchie”, seppure in buone condizioni d’uso, tanto per il consumatore individuale, quanto per le imprese che hanno bisogno di seguire la competizione esistente nel loro settore” (Antunes, 2016, 41). E’ del tutto evidente quindi come la risposta a questi dilemmi, che ricomprendono anche un problema di sostenibilità ecologica, non possa essere trovata nelle utopie “decresciste”, ma solamente una società emancipata dalla logica di espansione del capitale può porre al centro la produzione di valori d’uso socialmente utili ed ecologicamente sostenibili. In sostanza, se per quanto riguarda la ristrutturazione del processo produttivo la necessità che la sottende è l’eliminazione di tempi morti e l’intensificazione dei ritmi produttivi e dello sfruttamento, anche l’aspirazione volta alla riduzione costante dei difetti dei prodotti si scontra con una realtà che al contrario ricerca la diminuzione del tempo di vita delle merci. In definitiva, anche l’ideale più generale di una “qualità totale” dimostra tutta la sua fallacia ideologica.

4. QUALI PROSPETTIVE PER IL FUTURO?

In questo capitolo, partendo dalla crisi della metà degli anni ’70 ho cercato di ricostruire i motivi principali che provocarono la fine dell’esperienza keynesiana, indissolubilmente intrecciati a modifiche più strutturali sul terreno della produzione materiale. Il motivo di tutto ciò, era dimostrare concretamente come quelle trasformazioni non abbiano traghettato l’umanità in un modo di produzione alternativo al capitalismo oppure oltre gli imperativi di espansione del capitale, come forma di controllo metabolico. Anzi, proprio l’abbandono del taylorismo-fordismo come paradigma organizzativo egemone in direzione di forme organizzative più flessibili ha rafforzato il dominio del capitale sul lavoro. Se nel taylorismo-fordismo lo stimolo ad accettare la direzione gerarchica ed eterodiretta delle direzioni aziendali lo si ritrovava nel “wage motive” (il movente dei salari), consigliato da Ford al fine di sviluppare una forma di consumo di massa, oggi è la disoccupazione e la precarizzazione di sempre più ingenti quote di forza-lavoro a stimolare la subordinazione del lavoratore alle necessità dell’impresa.

Questi aspetti, non sono quindi effetti inintenzionali e facilmente risolvibili in un quadro puramente riformistico. Spiegare la complessità di questo scenario è possibile attraverso strumenti analitici marxiani, dal momento che i costanti miglioramenti della forza produttiva del lavoro (accrescimento della produttività) e l’intenso sviluppo tecnologico hanno come principale obbiettivo la riduzione del tempo di lavoro necessario, ampliando costantemente la quota di plusvalore di cui si appropria la classe dei capitalisti. La naturale conseguenza di questa realtà è non solo l’espulsione dai processi produttivi di quote sempre maggiori di forza-lavoro, ma l’imposizione di una spirale deflattiva della quota salari per i lavoratori occupati, alla ricerca di condizioni sempre migliori per la valorizzazione del capitale. Se i produttori non saranno in grado di riappropriarsi delle proprie condizioni di esistenza, rovesciando il vincolo di subordinazione che lega il lavoro al capitale, non vi sarà modo di superare le contraddizioni di un sistema sprovvisto di un orientamento autenticamente umano.

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1 Nel passaggio tra oriente ed occidente del sistema produttivo toyotista, furono assunti principalmente tre elementi: quelli “organicisti” (l’impresa è come il corpo umano e i lavoratori come cellule per questo devono subordinarsi e accettarne i fini), il “just in time” e “il muda” (lo sforzo, soprattutto fisico degli operai per garantire il miglioramento costante della produzione) (Sai, 2015, 78). Questo ha posto in essere il WCM, una nuova forma di organizzazione del lavoro e del lavoro applicata nelle imprese dei paesi occidentali (ad esempio alla FIAT).

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