The Twittering Machine, un libro di Richard Seymour. [2]

The+Twittering+Machine+COVER
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L’informazione su carta resisterà anche se ridimensionata.

Il tropo[1] delle fake-news è come una teoria cospirativa per la parte in cui afferma una grande frattura epistemologica tra gli eletti bene informati e una massa di pecoroni illusi. È sempre sottinteso che qualcuno da qualche parte abbia architettato, volontariamente, una frottola che altri si bevono.
Oggi un crescente numero di persone sembra cercare i network cospirativi come facile spiegazione di politica sociale e del degrado delle proprie vite.

Stiamo vivendo una crisi della conoscenza anche a causa del dogma postmoderno secondo cui tutto è narrazione ed in parte a causa dei privi di istruzione e di qualifica professionale.
Tuttavia, il postmoderno è intriso di moderno. E la struttura dell’economia dell’attenzione non è postmodernista, ma kitsch fascista.

In campo scientifico c’è stato un degrado nella ricerca a causa della sua mercificazione. Il 70 per cento delle scoperte non sono risultate replicabili secondo i criteri scientifici. La crisi del sapere scientifico ha anche a che fare con la tendenza ad usare grandi quantità di dati in algoritmi predittivi senza racchiuderli in una teoria scientifica. Cosa chiaramente fuorviante e insufficiente.
L’affermarsi della tecnologia dell’informazione e dell’industria basata sulla comunicazione, sui segni e le immagini, hanno alterato non solo l’economia, ma anche la struttura del significato.
La crescita delle economie dell’informazione si inserisce bene con la sempre crescente velocità del capitalismo. Per il capitalismo tempo e spazio sono ostacoli al fare soldi. Le tecnologie dell’informazione istantanea suppliscono a tutto ciò. Ora i big data attraverso il cloud, estendono questi vantaggi a tutte le aziende tradizionali in tutto il mondo.

L’industria dei Social incentiva a produrre sempre più informazioni. Questa produzione non è nella direzione di dare un senso alle cose, ma nel produrre degli effetti sugli utenti in modo che rimangano connessi. Cosi che essi possano tenere in vita la macchina con un costante flusso di effetti.
L’incremento di informazione è corrispondente ad un decremento di significato.
Qui entra in gioco il concetto di simulacro di Baudrillard. Esso è realtà generata dalla scrittura digitale e da modelli di simulazione. È realtà come produzione cibernetica. Il simulacro è iper-reale e ci intrappola in segni ed immagini dai video giochi ai feed dei blogs. Questo simulacro ha le sue radici nella cultura capitalistica della pubblicità dei sogni holliwoodiani, dei videogiochi e dell’industria dell’intrattenimento. La realtà virtuale secondo il suo inventore Jaron Lanier può diventare la più elaborata Skinner box della storia.

I Social aiutano a mentire rendendoci in un certo senso liberi di pensare ed agire come vogliamo.
L’informazione è ridotta ai fatti bruti mentre la tecnologia ha una forza di manipolazione e controllo senza precedenti nella storia. Noi ingenuamente ci pensiamo come poveri o ricchi sotto il profilo informativo. La crisi di significato ha radici nelle istituzioni da cui l’autorità della conoscenza è stata prodotta. I Social non hanno creato questa crisi, ma ne sono il suo culmine.

Peraltro, il tipo di propaganda che gira sui Social ha una funzione antidepressiva e compensatoria.
Il tipo di propaganda a base di fake e meme riesce a dare un nome ad una rabbia e ad una miseria che altrimenti non l’avrebbero. E dice agli utenti che il loro risentimento e la loro rabbia sono razionali e giustificati. E questo è eccitante e da potere. È il potente medicamento da pillola rossa. Il web quindi oltre a tante altre cose è un dispositivo farmacologico. Il suo modello economico presuppone un surplus di infelicità e squallore che si tramutano in oro. L’industria dei Social non solo va d’accordo con gli affari, ma va anche d’accordo con le sostanze che creano dipendenza e che essa somministra ai malinconici.

Una questione interessante è la seguente: come mai la propaganda fascista è cosi avvincente? Gli algoritmi sul web funzionano sulla base dello stimolo-risposta. Quindi, digitalizzano l’inconscio e anche nei cartoni per i bambini o nei video di intrattenimento per gli stessi, c’è la presenza della morte o della sessualità carpiti dalla nostra attività sui dispositivi che viene quindi registrata e soddisfatta. Le piattaforme ascoltano intenzionalmente i nostri desideri per come li confessiamo e danno loro un valore numerico.

Nel linguaggio matematico dell’informatica i voleri collettivi possono essere manipolati, progettati e connessi ad una soluzione. Le nuove tecnologie hanno avuto successo nella misura in cui si sono posizionate come soluzioni magiche alle disfunzioni del tardo capitalismo. Se i mass-media sono un monopolio a senso unico sull’informazione allora andiamo sui blog, sui feed, sui podcast. Se l’informazione fallisce allora leggiamo il giornalismo dei cittadini con le loro notizie senza filtro. Se sei sottoccupato offriti per un lavoro su Taskrabbit, se hai pochi soldi, ma hai una macchina, utilizzala per farci qualche soldo. Se sei sottovalutato nella vita offriti per un pezzo di micro-celebrità. Se soffri di una fame senza nome continua a scrollare lo schermo. Il modello di business delle piattaforme presuppone non solo uno squallore medio condiviso, ma pure una società di sicuro in crisi.

Come mai la destra vince sul web e conquista i social? Partiamo dalla constatazione che ci dev’essere qualcosa di intrinsecamente fascista nelle piattaforme. L’individualismo in rete delle piattaforme lega le interazioni sociali ai protocolli che sono disegnati secondo dei valori socioculturali. La cultura della Silicon Valley e della California del nord sono fortemente impegnate nella competizione, nella gerarchia e nello status sociale. Il modello da cui nasce Internet nella Silicon Valley è quello dell’innovazione fatta di startup, fanatici tecnologici e capitalisti di ventura. Praticamente un internet dominato da giganti tecnologici e Wall Street. L’ideologia neoliberista ci insegna a pensarci come imprenditori sullo stile della Silicon Valley. La macchina dei Social organizzata come a caccia di competizione affamata di status ed ossessionata dalla celebrità, idealmente confacente al marketing e al commercio è la versione tecnica di una macchina sociale già vista: la borsa valori degli status.
La macchina produce industrialmente una vita sociale che oscilla intorno agli imperativi degli Stati e dei mercati. In quanto tecnologia è quasi personalizzata per un’era post-democratica, per il dominio della tecnocrazia e della crudeltà. In tal senso si costruisce su modelli esistenti. La logica degli algoritmi “if” – “then” non è di per sé nuova. Veniva già usata in molti ambiti. Ciò che i big data rendono possibile è una estensione e profondità del controllo mai visti prima, per mezzo di un protocollo, che permette ai governi di analizzare minutamente tutto, migliorando la propria efficienza. La post-democrazia era già avanti in molte parti dell’Occidente ben prima dell’avvento delle piattaforme digitali.

I regimi post-democratici occidentali sono nel business della gestione della popolazione. Questi sistemi hanno interesse a moderare i comportamenti degli elementi nel sistema piuttosto che nel consenso. Come per i protocolli algoritmici delle piattaforme digitali, essi colpiscono sotto l’intelletto, lavorando sotto la superficie della persuasione, costruendo realtà nella nostra esperienza quotidiana. Non negoziano coi nostri voleri, ma danno forma a ciò che siamo capaci di volere. La persuasione sotterranea del dare forma alla realtà è quello che la tecnologia fa molto bene. È abbastanza differente da quanto si suole chiamare egemonia. L’egemonia è una strategia per ottenere la guida di un’ampia coalizione della società civile per raggiungere fini politici. Ciò che invece hanno fatto le piattaforme è molto più sotterraneo, la macchina non propone nulla, non dichiara nulla come buono o cattivo, ma lavora sulle infrastrutture della vita quotidiana. Potremmo chiamarla una pratica sub-egemonica.
Sta emergendo chiaramente una forma di regime tecno-politico. E non si tratta della libera partecipazione online, è un qualcosa di non ancora del tutto definito che sarà ancora diverso fra 10 o 20 anni.

Come per la rivoluzione della carta stampata che non si poteva immaginare ispirasse la Riforma e fosse la base per i moderni stati-nazione industriali, si pensava vi si potesse avvantaggiare solo la Chiesa cattolica, visto che il primo mercato di massa creato dalla stampa sarebbe stato quello delle indulgenze.
I valori che hanno creato le piattaforme non ne determinano necessariamente i destini. L’uso della macchina ha un lato cosciente ed uno incosciente. Il nuovo fascismo che le piattaforme contribuiscono a costruire semplicemente non assemblerà nuovamente le forme fasciste del passato. I movimenti fascisti del passato erano radicati nelle ideologie imperialiste, nel militarismo popolare, nelle organizzazioni paramilitari e in un sistema-mondo retto da imperi coloniali e minacciato dalla Rivoluzione socialista. Queste circostanze non ci sono più. Le colonie sono perdute, molti eserciti sono professionali, e non c’è abbondanza di organizzazioni popolari. E il neoliberismo si mostra vulnerabile, cavalcante la crisi e aperto alle sfide dell’estrema destra. In queste circostanze quali sono le valenze culturali dell’industria dei Social? Lo sciame è la metafora delle squadre fasciste del 21° secolo. E non è un problema di altri, è un problema nostro. Intanto l’errore è quello di trattare il disaccordo non come parte costitutiva di ogni società, ma come malevolenza, stupidità ecc. Tutti noi siamo coinvolti in questa intolleranza verso il disaccordo. Siamo cittadini di una macchina che ci rende dipendenti, con uno scrolling infinito e noioso, con improvvisi e volatili eccessi di rabbia, eccitazione, flussi di adrenalina causati dall’odio. Una macchina che fa di noi delle celebrità in potenza che si deliziano di adorare quelli che nell’ecologia del privilegio ci stanno sopra mentre al tempo stesso sfrutta il nostro sadismo e rabbia come un raggio laser contro “lo stupido del giorno”. Il potenziale fascismo risiede in una macchina che riduce l’informazione a stimolo senza significato e ci abitua ad essere manipolati dai poteri informativi.

Inizialmente non era cosi, le piattaforme dovevano essere liberali, moderne e partecipative.
I giganti digitali erano essenziali sia per Obama che per la Clinton che li fece entrare alla Casa Bianca, sia per modernizzare il governo e l’economia che per raggiungere gli obiettivi americani di politica estera. Durante il mandato di Obama alla Casa Bianca c’erano incontri con i rappresentanti di Google ed egli fu il primo presidente ad ospitare un incontro della municipalità di Washington D.C. su Twitter. Eric Schmidt di Google, Jack Dorsey di Twitter e Mark Zuckerberg di Facebook sostenevano tutti Obama ed avevano rapporti stretti con la Casa Bianca.

I richiami alla libera informazione e al libero Internet da parte dei democratici e della Clinton si spiega bene col rinsaldare l’alleanza politica liberal sia con i vecchi hippies in parte finiti alla Silicon Valley, che con la vicinanza dei democratici all’industria delle telecomunicazioni. La concentrazione nei media dove 6 compagnie controllano circa il 90 per cento del flusso informativo, fu aiutato dai Clinton nel 1996 con il Communications Acts.  Differentemente dal passato in cui i giganti come Hulliburton sostenevano Bush, queste nuove compagnie erano un taglio netto col passato, e nulla di sporco appariva sulle loro mani poiché trattavano di comunicazione, un qualcosa di misterioso con cui tutti si trovavano d’accordo.

I networks della sorveglianza (l’industria Social) convogliano l’interesse dei governi: si può prevedere una possibile fusione tra quei networks e quelli governativi nella direzione di un più approfondito controllo. L’industria Social è stata bravissima nell’associare il cambiamento e la rivoluzione (vedi le Primavere Arabe) con la propria attività. L’esperimento di Facebook del 2014[2] sul contagio emotivo ha dimostrato che le reti sociali possono manipolare l’umore delle persone ed orchestrare su larga scala questa manipolazione.

Secondo Paolo Gerbaudo, autore di The Digital Party, le reti digitali non incoraggiano le organizzazioni orizzontali, ma tendono a promuovere figure carismatiche e forme superficiali di partecipazione e “riscontro” dall’interno di strati largamente passivi di sostenitori. E anche qualora queste reti riuscissero a trasformarsi in qualcosa di più strutturato (vedi Movimento 5 Stelle) andrebbero più verso il modello di business che non verso il potenziamento della democrazia. Un esempio della superficialità è dato dal movimento #occupy, svanito come i trending topics[3], mentre lo Stato non è svanito assolutamente e i militanti dell’#occupy sono rifluiti nella passività e nel silenzio.

All’interno di questi “movimenti delle piazze” si sono salvati solo quegli spezzoni minoritari collegati a realtà strutturate come i partiti. In Spagna e in Grecia quei movimenti si sono dissipati in partiti che avevano l’obiettivo del potere elettorale, mentre in Turchia le proteste di Gezi Park hanno rafforzato lo Stato autoritario turco. Le stesse “Primavere Arabe” stanno dimostrando quanto difficile sia il costruire movimenti di cambiamento politico-sociale anche quando a sostenerli non ci sia una semplice rete digitale.


[1] Il tropo indica qualsiasi figura retorica in cui una espressione è trasferita dal significato che le si riconosce come proprio ad un altro figurato. L’espressione è destinata a rivestire un contenuto diverso da quello originario e letterale.

[2] Si tratta dello studio condotto da ricercatori della Cornell University e del Core Data Science Team di Facebook, che firmano un articolo pubblicato sui “Proceedings of the National Academy of Sciences”.

[3] Argomenti di tendenza.