The Twittering Machine, un libro di Richard Seymour. [1]

The+Twittering+Machine+COVER
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Per comprendere ruolo e funzione dell’industria dei Social, dobbiamo partire dalla constatazione che i like sono l’organizzazione economica della dipendenza, tanto è vero che il modello di ricerca sui Social è quello della ricerca sulla dipendenza da gioco. La dipendenza risiede nelle dopamine e a prescindere dalla veridicità della teoria, sembra funzionare. La dipendenza consiste nella creazione di un canale d’attenzione, attraverso la pratica del cervello. Ha il significato di un amore contrastato che può mantenere l’attenzione attraverso la scrittura. La Skinner box[1], è il modello sperimentale di comportamento condizionato. Tutto si fonda sul behaviorismo e le neuroscienze. 

Una società che ama così tanto la connettività deve essere povera di vita sociale.

La dislocazione psicosociale[2] del tardo capitalismo è la condizione per crescenti tassi di dipendenza. 

I Social sono il mezzo per allontanarsi da situazioni sociali scomode, poiché le relazioni sociali sono diventate antipatiche. Negli ultimi 20 anni in Occidente c’è stato un forte declino in tutte le forme di violenza, nel consumo di alcol e nicotina, mentre i giovani fanno molto meno sesso. Il dato comune in tutto ciò è il declino di socialità.

Le piattaforme Social sono come dei casinò, si costruiscono sull’estensione dell’attuale industria del gioco d’azzardo e delle scommesse nell’era neoliberista. Negli ultimi 40 anni il gioco è stato legalmente e progressivamente liberalizzato in tutto l’Occidente, in parallelo con le ondate di liberalizzazione finanziaria in cui il dinamismo capitalista diventava sempre più dipendente dalle scommesse sul mercato azionario. Il settore finanziario è quello più computerizzato del capitalismo e l’idea della vita come una lotteria è diventata una teoria popolare parte delle nostre vite.

La scommessa, come dispositivo divinatorio, fa parte dello shintoismo, dell’induismo, del cristianesimo e del I Ching: un modo per scoprire la volontà divina. In un certo senso anche la nostra attività sui Social è una scommessa. Quando postiamo qualcosa ci aspettiamo un giudizio. La questione della dopamina non funziona come piacere, ma come appetito e anticipazione. È desiderio che non si appaga. 

Il modello psicologico non è la spiegazione della dipendenza: è, invece, ciò che deve essere spiegato. I percorsi chimici creati dalla ripetizione motivata del comportamento non sono la sua causa sufficiente. Se la dipendenza è una passione, una forma di amore andato storto, allora il modello medico di dipendenza perde il punto, come nel caso del modello medico dell’amore. 

È legittimo descrivere un’esperienza da un punto di vista biochimico poiché in ogni esperienza vi è questo aspetto. Tuttavia, non è sufficiente perché si perde di vista il significato, che è essenziale. Essere dipendenti vuol dire formare una dipendenza emozionale dove è fallita un’altra relazione emozionale. Ognuno forma le proprie in rapporto alla propria storia personale o origine sociale. 

Ma come possiamo essere dipendenti da una tecnologia che dice di essere al nostro servizio? 

Partiamo dal fatto che il nostro dipendere non risiede tanto sulle strutture inconsce quanto su duri strati di infrastrutture materiali, partendo dai cavi in fibra ottica passati a fianco delle autostrade o nei fondali oceanici. Ciò non fu fatto in risposta ad una richiesta dei consumatori, ma per modernizzare digitalmente il capitalismo e svilupparlo[3]. Eravamo già dipendenti dal sistema prima che esistesse.

Creare pezzi digitali di noi stessi crea dipendenza: dobbiamo occuparcene. È la dimostrazione che la nostra dedizione alla tecnologia è sempre stata religiosa. La dipendenza dai Social ha molte più variabili di quella dalla droga. È certo che i designers abbiano approfondito molto l’impatto di uno schermo soffice o di una certa forma e colori piacevoli del dispositivo. Quando ci immergiamo in una visita online, la vita è come inserita in un flusso tipo video-game con un certo numero di sfide possibili, opportunità e ricompense. In questo gioco vige l’autocrazia dei mezzi ed una relativa libertà dei fini.

I protocolli delle piattaforme usano incentivi, punti obbligati per tenere le persone impegnate con la macchina. Manipolano i fini per il beneficio dei loro clienti, cioè altre aziende. Ci bombardano di stimoli, imparando dalle nostre risposte per insegnarci al meglio come essere quel settore di mercato in cui siamo stati identificati. 

Non c’è prova che questa tossicità sia chimica. Bisogna andare oltre il principio di piacere, si tratta della pulsione di morte. Secondo le neuroscienze il nostro cervello può focalizzarsi su un obiettivo per volta. Quando siamo distratti dalle notifiche perdiamo la focalizzazione e abbiamo bisogno di almeno mezz’ora per riacquistarla. 

La costruzione della celebrità segue percorsi di casualità, sfida e complessità. Ne consegue che inseguire il successo sulle piattaforme Social ha più a che fare con lo scommettere compulsivamente che non con una intelligente strategia. 

L’industria dei Social non ha creato le miserie, le insicurezze e i conflitti degli ultimi decenni, ma può essere servita come soluzione per alcuni di essi. È da notare che l’industria Social è diventata onnipresente per miliardi di persone da dopo la grande crisi finanziaria. La stagnazione dei salari, il calo delle opportunità può essere stata compensata dal possesso di smartphones con un pronto accesso al mondo. 

I ricavi dell’industria Social sono decollati nel periodo 2010-2011 in un momento di grave rottura della legittimazione sia dei media che delle istituzioni politiche. Facebook, Twitter e YouTube hanno beneficiato delle Primavere arabe, degli Indignados e del movimento Occupy

Quando la macchina offre la competizione per la fama, contemporaneamente offre anche controllo, poiché oggi sia i giornalisti che i poliziotti possono riferirsi tranquillamente alle nostre pagine Social per trarne informazioni. Il punto centrale per l’industria dei Social non sono i contenuti, ma l’attenzione, una merce astratta. La piattaforma è costruita in modo da convertire la nostra vita quotidiana in informazioni di valore economico. I contenuti stimolano gli utenti a produrne di nuovi, in un circolo vizioso.

Noi costruiamo la nostra immagine-merce online e la riempiamo di contenuti cosi che l’industria dei Social possa venderla agli inserzionisti.

L’immagine online è la rappresentazione visuale non nostra, ma di astratti processi algoritmici. Noi possiamo scegliere le foto, il testo da scrivere, ma lavorando per l’algoritmo e in condizioni che sono fuori dal nostro controllo.

La nostra condizione di stelle virtuali è necessariamente fragile. La celebrità è già virtuale nelle rappresentazioni idealizzate che attraggono le fantasie e le identificazioni emotive. L’identificazione, lo sappiamo bene, può mutare velocemente in ripugnanza.

La cura dell’ego significa non vivere. È implicito nell’economia dell’attenzione.

L’industria dei Social è più preoccupata dalla disconnessione che dall’uso sovversivo della rete.

Siamo tutti un pò trolls[4]. Ma per fare scherzi o perdersi in crudeltà controllate, dobbiamo tutti condividere una certa cultura e scegliere dove posizionarci.

La fascinazione popolare intorno ai sociopatici risiede su una fantasia di padronanza sociale. L’azione del troll è nichilistica, il suo distacco una strategia di sopravvivenza in un mondo in cui ci si aspetta di essere abusati.

Il trolling è coerente con i pattern sociali[5] incoraggiati dai protocolli della macchina. Il trolling come tutta la comunicazione manipolativa riduce il linguaggio ai suoi effetti, cioè usa il linguaggio non per persuadere qualcuno, ma per cambiare il suo comportamento. Le piattaforme dell’industria Social hanno inventato una forma di macchina insegnante che induce gli utenti a rispondere accuratamente ai segnali del marketing.

La macchina è disegnata per la guerra o la competizione di tutti contro tutti.

Il darwinismo sociale online favorisce il dominio dei meno vulnerabili. E allora non è un caso che la soverchiante maggioranza dei trolls siano maschi bianchi di paesi anglofoni e nordici che sproporzionatamente attaccano donne, trans, gay, neri e poveri che certamente non sono la parte dominante della società.

Le piattaforme Social fanno soldi con il trolling vista l’attenzione che generano.

La questione, tuttavia, non risiede nelle linee di condotta e moderazione dei Social, dal momento che tutte le piattaforme hanno dei controlli regolarmente elusi e usati scorrettamente. La questione è piuttosto: chi determina i controlli e se vogliamo che questi giganti commerciali abbiano un monopolio sul diritto di parola. La questione, inoltre, concerne la loro capacità, visto il loro enorme impegno per la dipendenza dell’utente, e vista la loro cooperazione con i governi, di controllare la parola in una modalità giusta e responsabile. Il trolling vaporizza la politica mentre contemporaneamente vi è una convergenza di interessi tra trolling e industria Social. Ad esempio, per Twitter Trump vale 2,5 miliardi di dollari in virtù dell’attenzione e del fastidio che genera. I Social hanno creato un nuovo sistema pubblicitario basato sull’enorme mole di dati che noi stessi forniamo con la nostra attività digitale.

[continua]


[1] Ideata dallo psicologo americano Burrhus Frederic Skinner che intendeva fondare una scienza del comportamento, era una gabbia per ratti o piccioni in cui erano contenuti dei “sistemi programmati di rinforzo”. Quando l’animale compiva una data azione riceveva un premio. Ad esempio, del cibo o la fine di punizioni, come potevano esserlo il freddo e le scosse elettriche.

[2] Cioè dove si sposta o si trasferisce l’interazione fra individuo e gruppi sociali.

[3] Parliamo dell’era Clinton.

[4] Il troll è quell’utente delle piattaforme social che interagisce con gli altri utenti per mezzo di messaggi provocatori, irritanti o fuori tema.

[5] Modello o schema ricorrente di comportamento sociale.