Recensione a Figli di un Io minore. Dalla società aperta alla società ottusa.

recensione libro

Conciliare gli opposti è sempre un’operazione difficile. Sul piano di un erudito giornalismo politico ci prova Paolo Ercolani con un libro intitolato Figli di un Io minore. Dalla società aperta alla società ottusa (Marsilio, Venezia, 2019, 333 pagg., 16,00 euro). Il volume punta il dito contro “l’eclissi del pensiero”. Ossia, l’inibizione della capacità critica degli individui. Nella nostra società tale inibizione è talmente diffusa da rappresentare un fenomeno di massa e generare la “società ottusa”. La quale consiste in “qualcosa di estraneo alla ragione e alla conoscenza (quindi stupida); rimandando alla chiusura rispetto a codici, meccanismi e valori che non siano quelli asettici e impersonali del profitto economico e del progresso tecnologico (quindi disumana)”.

Al di là del discutibile richiamo alla stupidità la denuncia di Ercolani non rappresenta una novità nel panorama della filosofia politica, tutt’altro. Ciò che caratterizza il suo intervento è, sul piano del metodo, il tentativo di mettere insieme autori tra loro inconciliabili per indirizzi culturali, etici e politici come se cantassero in coro la stessa canzone di protesta contro l’omologazione dei comportamenti individuali. Di conseguenza, sul piano del merito, la denuncia contenuta in Figli di un Io minore fa leva sull’involuzione dell’opinione pubblica e dell’elettorato, considerati ormai irrimediabilmente eterodiretti perché incapaci di distinguere il vero dal falso e perché manipolati dai mezzi di comunicazione, dalla Rete, dalla tecnologia, dal mercato e dalla finanza. Alla fine il j’accuse di Ercolani sfocia in una proposta politica: andare oltre il suffragio universale escludendo “dal diritto di voto (ma anche dal diritto di essere eletti) quelle persone che non risulteranno in possesso di una basilare conoscenza rispetto al funzionamento della macchina amministrativa, come anche di nozioni elementari della storia e della teoria politica e costituzionale”.

Metodo di analisi e proposta di Ercolani sono convincenti? No, per niente. Peraltro non sono neppure tanto originali. Mettere insieme Popper con Marx, Nietzsche con Marcuse, Freud con Cioran, Wright Mills con Anna Arendt come se tra questi autori non ci fossero distanze incolmabili costituisce un’operazione collocata nel solco della cultura postmoderna; il cui risultato è stato ed è tutt’oggi quello di ingarbugliare la realtà anziché chiarirla (in tal senso Lyotard e Foucault sono stati dei maestri).

Insistere come fa Ercolani sulla battuta nicciana, “non esistono fatti ma solo interpretazioni”, denota una scarsa attenzione sociologica e soprattutto una cinica indifferenza verso chi soffre per le ingiustizie sociali prodotte dal neoliberismo. Si vada a dire a chi non ha i soldi per curarsi, a chi non arriva a fine mese nonostante abbia un’occupazione, o ai familiari dei 1.133 morti sul lavoro nel solo 2018 che “non esistono i fatti ma solo interpretazioni”. In quanto a conseguire la “patente” per esercitare il diritto al voto si tratta di una proposta che Ercolani mutua da quella che fece anni fa Popper nel suo saggio, “Una patente per fare tv”, contenuto nell’opuscolo Cattiva maestra televisione.

Ovviamente la realtà andò in direzione opposta dimostrando che il teorico della società liberale poco e nulla aveva compreso della stessa società liberale intesa come fenomeno storico reale. Tuttavia l’ipotesi ultrareazionaria di eliminare il suffragio universale proposta da Ercolani come antidoto alla società ottusa potrebbe avere più chances di realizzazione perché oggi il neoliberismo non sa più che farsene della democrazia formale. Non a caso negli Stati Uniti il politologo Jason Brennan propone d’istituire l’epistocrazia (governo dei competenti), mentre il fascismo è tornato in gran forze in Europa col lasciapassare di governi, media e intellettuali che si richiamano alla politica liberale.

Il governo degli esperti altro non è che una versione aggiornata del potere aristocratico. Come definire altrimenti l’élite di miliardari che evadono le tasse, controllano stampa, governi, le istituzioni europee e hanno introdotto forme schiavistiche di lavoro? Il problema principale del libro di Ercolani risiede proprio qui: nell’assenza di un’analisi sulla natura del capitalismo. Il quale in Europa era temperato finché esisteva la tanto disprezzata Unione Sovietica. Una volta che questa è implosa il capitalismo ha rivelato il suo vero volto: e cioè essere un sistema economico dispotico che si impone con ogni tipo di violenza. Nelle nazioni cosiddette avanzate anche tramite una capillare violenza simbolica di cui stampa liberale e la quasi totalità dell’industria culturale sono complici. Violenza che impedisce persino di ipotizzare il superamento del modo di produzione capitalistico col risultato che la cosiddetta Millennial Generation è oggi più indottrinata della Gioventù hitleriana. La quale aveva almeno la teorica possibilità di passare in campi avversi, i giovani di oggi neppure quella perché le democrazie liberali, o, se si preferisce, la società aperta hanno azzerato qualsiasi reale alternativa e instaurato la dittatura del capitale in conformità col modello socio-politico statunitense, che nel suo Diario di lavoro Bertolt Brecht correttamente definiva una sorta di fascismo democratico. Togliere il diritto voto alla maggioranza degli elettori eterodiretti e ottusi si inserisce pienamente in questo modello.

Figli di un Io minore è un libro notevolmente incoerente perché mentre denuncia la riduzione degli spazi di democrazia – che ha condotto alla società ottusa – propone di limitarli ulteriormente. Siamo dinanzi a una contraddizione che rappresenta la paura della media borghesia dinanzi alla formazione di un capitalismo elitario che di fatto detiene il potere assoluto sulla società e dunque politicamente pericoloso. Si tratta di una trasformazione che sul piano economico sta indebolendo la media borghesia, imponendo ad esempio un altissimo e pressoché perenne precariato nelle blasonate professioni del mondo universitario e giornalistico, in cui peraltro opera lo stesso Ercolani. Ma soprattutto a causa della sua violenza (simbolica e concreta) il neoliberismo annuncia pericolosi salti nel buio che potrebbero ridurre ancor più i privilegi materiali di cui la media borghesia ha goduto ai tempi del Muro di Berlino e seppur in misura minore gode tutt’ora. Come risolvere il problema? Col governo dei competenti a cui i laureati della media borghesia fornirebbero i quadri dirigenti.

“Figli di un Io minore” muove dal concetto di società aperta elaborato da Popper. Concetto fragilissimo, privo di qualsiasi aderenza alla realtà storica del capitalismo e che risiedeva unicamente nella testa del filosofo austriaco. Ha avuto successo perché deliberatamente pensato in chiave antimarxista. E nelle cosiddette democrazie liberali tutto ciò che va contro l’emancipazione degli sfruttati ha una carriera garantita, così come l’ha avuta Popper e insieme a lui altri interpreti del pensiero liberale quali von Hayek e Friedman a cui sono stati garantiti premi, fondi e notorietà nonostante le loro teorie fossero delle nuove robinsonate. Non solo l’idea di società aperta è un’astrazione, ma nel libro di Ercolani è assente un’analisi sulle cause che hanno condotto a quella che definisce la società ottusa. Che in tutta evidenza è il frutto della società aperta teorizzata da Popper. D’altra parte, chi era al potere in Occidente negli anni in cui si è formata la società ottusa? I teorici e gli esecutori della società aperta.

La svista di Ercolani è provocata anche dal fatto che nell’intero impianto del suo libro si fa riferimento alla coscienza soggettiva e al carattere individuale. Parla, infatti, di Io e non di Noi pur se la società è continuamente richiamata. Richiamata però come epifenomeno rivelando così l’adesione all’approccio liberale secondo il quale la società è al servizio del singolo e non viceversa. Il che è assai curioso per un autore che nei “Ringraziamenti” dichiara come proprio maestro un marxista a tutto tondo qual era Domenico Losurdo, mai citato all’interno di un testo che pure è un postmoderno zibaldone di citazioni. Va tuttavia riconosciuto che in numerose pagine Ercolani muove una critica che potrebbe essere considerata di sinistra. Ma si tratta di una critica che non è finalizzata a superare il neoliberismo, bensì a contenerlo. Pura illusione, com’era quella di Popper di mettere le briglie al potere della TV.

Patrizio Paolinelli, Via Po cultura, inserto del quotidiano Conquiste del Lavoro, 14 marzo 2020.