Profezia, Pessimismo, Marxismo.

Profezia
Profezia

Dalla sconfitta tremenda della Comune di Parigi, trent’anni più tardi sorse l’epoca dei partiti di massa socialisti in tutta Europa. Dalla distruzione della Seconda Internazionale sorse la Rivoluzione vittoriosa del ’17. Gli imponenti funerali di Victor Jara e Che Guevara non furono i simboli della fine della speranza comunista, ma una delle sue espressioni.

La sconfitta come memoria collettiva e fattore strategico di lotta.

Trump ha vinto e l’asse della reazione globale gode di ottima salute: dall’India alla Francia, passando per la Turchia e la Russia il revanscismo è potentemente energizzato, mentre la sinistra è attonita, fisicamente annichilita.

La storia della sinistra è una storia di sconfitti. È la storia dei vinti. Il marxismo è la scienza della sconfitta. Diceva Rosa Luxemburg che “l’intera strada del socialismo è costellata di tremende sconfitte”. Nella tradizione della sinistra la sconfitta è riconosciuta come un vitale processo pedagogico.

La sinistra non può organizzarsi politicamente se non identificandosi con i vinti della storia. I ceti politici degli ex-partiti comunisti rifiutarono di indagare la loro sconfitta, scelsero di reprimere il proprio passato, rinominando se stessi in modi spesso ridicoli.

Lo spettro del comunismo non insegue la borghesia, ma gli ex-comunisti, poiché si sono rifiutati di accettare la sconfitta.

Uno degli aspetti forse più sorprendenti del “pessimismo di sinistra” è rappresentato dalla sua dimensione profetica.

Questo aspetto suggerisce una permanenza, nella tradizione marxista, di un impulso religioso. Walter Benjamin scrisse che “il materialismo (storico e dialettico, ndr.) necessita di un alleato teologico”. Perché?

Da un certo punto di vista, potrebbe necessitare di un tale alleato come cura per il pessimismo. Le ultime parole di Rosa Luxemburg, prima di venire uccisa dai Freikorps, furono il pesante riconoscimento di una situazione estrema e, al tempo stesso, una dichiarazione di fede: “la storia marcia inesorabilmente, passo dopo passo, verso la vittoria finale!”.

Le ultime parole di Salvador Allende prima di suicidarsi, furono di invocazione alla storia, con modalità simili alla Luxemburg. “La storia è nostra e i popoli fanno la storia”. Quello su cui la realtà non si “sofferma” è promesso comunque dalla storia, fatta dai popoli, dal proletariato, il nostro Messia.

Quando Primo Levi invocava un “domani millenario” che desse senso al sacrificio di tutti gli attivisti di sinistra, al tempo stesso ammetteva i limiti del socialismo scientifico.

Per qualsiasi tipo di discorso, sia esso marxista, religioso o di altro segno, afferrare la realtà nella sua totalità è impossibile. C’è sempre un qualcosa che rimanda a qualcos’altro, che rimane fuori dal significato razionale delle cose, che sovverte qualsiasi possibile previsione.

Gramsci disse che l’unica previsione scientifica fosse quella della lotta.

Lacan suggerì che il marxismo non fosse una visione del mondo, ma piuttosto un Vangelo che annunciava la venuta di una nuova dimensione del discorso politico. Esso era piuttosto un’antifilosofia che non una filosofia totalizzante.

Il pessimismo “di sinistra”, quindi, ha in comune con l’estasi religiosa il ritrarsi dal mondo e dal (suo) linguaggio per cercare la comunione con un’altra dimensione dell’esperienza che è affettiva, filosoficamente inspiegabile. Sotto questo profilo la Profezia è un desiderio struggente, non una garanzia storica.

Secondo il marxismo freudiano la memoria è collegata al desiderio. Marcuse sostiene che la funzione della memoria è quella “di preservare le promesse e potenzialità tradite e dislocate fuori dalla “norma” che contraddistinguono l’individuo maturo civilizzato.

Da ciò si deduce che la memoria non è un archivio coerente e lucido del passato, ma piuttosto la traccia della struttura del desiderio, strategicamente orientata al suo soddisfacimento.

La sinistra contemporanea ha perduto questo registro della memoria. I discorsi contemporanei sulla memoria hanno un carattere monumentale. Il riflusso delle speranze innescate dal ’68, con la riscoperta dell’ “antitotalitarismo”, segnalava l’uscita degli intellettuali dalla sinistra e il “dovere di ricordare” le catastrofi del ‘900 divenne la base di un discorso cautelativo usato contro le speranze utopistiche. Conseguenza di ciò è stata l’equiparazione fra destra e sinistra, mentre la memoria dell’Olocausto in quanto religione civile, ha preso il posto dell’antifascismo.

In qualsiasi modo e momento la sinistra evocasse la memoria in modo strategico, come proiezione del passato in un futuro auspicato, finirebbe per amministrarne le commemorazioni in un presente senza fine. Parliamo di un passato popolato da aguzzini e vittime, in cui la storia è una sequenza di crimini contro l’umanità, ricordati per essere evitati, in cui le vittime sono figure spogliate di significato e derubate del senso del loro impegno e delle loro lotte.

Braudillard disse, in un saggio sull’ideologia della fine della storia, che le commemorazioni erano un mezzo per dimenticare, una forma di cannibalismo necrofago. In sostanza l’opera degli eredi che detestano profondamente il defunto.

L’identificazione con i vincitori ha fatto degli storici i “notai del fatto compiuto” (Daniel Bensaid).

È proprio la mancanza di utopie che ha fatto emergere Trump e fa si che “si guardi indietro”, mentre il progresso è scambiato per il perfezionamento dello status quo. Nel pessimismo di sinistra c’è anche un erotismo della resistenza. La prospettiva dell’annichilimento è potentemente animatrice. Non c’è nulla di più allettante che la lotta contro tutto e tutti e senza speranze di vittoria, basti pensare alla Comune di Parigi o alla Resistenza francese. Su questo tema lo stesso Nietsche non solo ha scritto, ma ha seminato filosoficamente.

Allora, oggi, l’arte della memoria risiede nell’organizzare il pessimismo. Il compito è quello di riconoscere una sconfitta senza capitolare di fronte al nemico.

Il lutto è un vitale ed ineludibile passo lungo questo processo. Il nostro motto può essere, quindi: militanza e lutto; lutto e militanza.

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