Perché facciamo politica?

Manifestante_al_presidio_anticlericale,_Milano,_2_June_2012_-_Foto_di_Giovanni_Dall'Orto
Manifestante_al_presidio_anticlericale,_Milano,_2_June_2012_-_Foto_di_Giovanni_Dall'Orto

E’ una bella domanda. Alla quale ognuno può trovare le proprie risposte. Molti, di politica, non si interessano. Sono coloro che non capiscono perché il prezzo del pane o della benzina salgono, se ne fregano venendo fregati, come diceva Brecht. Tuttavia, altri fanno politica. Perché lo fanno?

La politica permette di trascendere dai propri limiti individuali, familiari o di ceto sociale, muoversi oltre questi aspetti ed aspirare all’universale. Attraverso la politica si lascia qualcosa di sé alle generazioni future, alla famiglia allargata di coloro che condividono la tua fede in un futuro migliore, più giusto, dove i migliori sentimenti possano trovare finalmente spazio, dopo il lungo esilio della resistenza all’abdicare alla quotidianità. Diversamente da chi continua a sventolare simboli di morte. Con la politica tramandi ciò che ti è stato tramandato e ti impegni a non abbandonarlo, a non farlo morire. E’ quella parte irriducibile di noi, la parte eterna. Quella parte vitale che difendi fino alla morte, grazie al tuo istinto di sopravvivenza. Ciò supera la genitorialità, già immenso motivo di realizzazione esistenziale, per qualità e quantità di sensi e significati.

Dar da mangiare ai poveri, alfabetizzarli, dare un lavoro e dei diritti da vivere consapevolmente a chi lavoro e diritti non ce li ha, ha un senso infinitamente più grande che non essere per l’austerity e voler mandare tutti (tutti chi?) a casa. Comunque.

 

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